Cina, il XV Piano quinquennale tra ambizioni climatiche e competizione tecnologica

Il nuovo Piano quinquennale indica la rotta economica della Cina tra ambizioni climatiche, innovazione tecnologica e tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti

A marzo 2026 verranno definiti gli obiettivi specifici e puntuali del XV Piano Quinquennale © tcly/iStockPhoto

I Piani quinquennali della Repubblica Popolare Cinese rappresentano lo strumento con cui ipotizzare al meglio quali saranno le direttrici strategiche di lungo periodo del Paese. A marzo 2026 verranno definiti gli obiettivi specifici e puntuali del XV Piano Quinquennale. Tuttavia, le “raccomandazioni”, presentate ad ottobre scorso, consentono di avere un quadro definito degli obiettivi e dello stato dello sviluppo.

Partiamo da una considerazione: se il piano precedente, il XIV (2020-2025), si muoveva in un contesto economico post-Covid e ha subito gli impatti della crisi energetica collegata al conflitto russo-ucraino, il nuovo programma (2026-2030) opera nel pieno della guerra commerciale (e non solo) tra Stati Uniti e Cina e nelle grandi tensioni internazionali. Siamo di fronte a una sfida geopolitica globale che tiene assieme competizione economica e di modelli di società.

Non è un caso che si stia assistendo anche ad un tentativo di proporre un nuovo soft-power in salsa cinese. Che passa da una politica di investimenti in aree strategiche, ma anche da operazioni di costruzione di un immaginario. Si pensi al fenomeno dei Labubu, come brand capace di diventare uno status symbol globale, alla proliferazione di videogiochi d’ambientazione tradizionale (si veda il caso di Black Myth Wukong) alla capacità di penetrazione di strumenti più pervasivi come Tiktok (Douyin in patria) capaci di orientare delle opinioni pubbliche attraverso l’algoritmo e la raccolte di dati.

Dalle “nuove forze produttive” alla leadership green, passando per i consumi interni

L’obiettivo prioritario è quello di costruire l’immagine di un Paese che da “fabbrica del mondo”, diventi il leader mondiale nell’innovazione tecnologica. In questo senso si parla di “nuove forze produttive”, che sappiano costruire un ecosistema dell’innovazione in grado di costruire uno “sviluppo di alta qualità” che abbia due caratteristiche. Innanzitutto, investire in settori emergenti (idrogeno, nuovi materiali, bioeconomia, veicoli elettrici intelligenti, tecnologie quantistiche). In secondo luogo, garantire un’autosufficienza tecnologica (da qui uno sviluppo autonomo dei propri modelli di intelligenza artificiale, ad esempio).

Manifattura e ricerca scientifica viaggiano dunque insieme: durante gli ultimi cinque anni ad esempio, la Cina ha investito l’equivalente di quasi 450 miliardi di euro proprio nella ricerca. Il piano Horizon Europe, nel settennato 2021-2027 ne ha stanziati 95,5, per dare le dimensioni della diversità e dell’impatto di tale programmazione.

Scelte di ricerca e di carattere industriale che negli ultimi vent’anni, ad esempio hanno portato la Cina a diventare leader mondiali nel settore dei veicoli elettrici e dei pannelli solari. La Cina produce oggi il 92% dei pannelli solari mondiali e il 70% dei veicoli elettrici globali, con investimenti da 230 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni. Con il risultato di una sovracapacità produttiva che si è abbattuta sul mercato globale, anche in settori ad alto valore aggiunto e “green”, con shock su prezzi, approvvigionamenti, filiere e risposte protezionistiche.

Da qui la scelta di compensare le tensioni commerciali nell’export con una scelta definita di “doppia circolazione”: accanto a quella verso l’esterno, si propone una crescita dei consumi interni anche nei settori a più alta innovazione, per contrastare la trappola della deflazione che negli anni ’80 del secolo scorso ha colpito il Giappone, minandone la sua corsa a competitore globale in campo industriale e tecnologico.

Transizione energetica della Cina: obiettivi mancati ma nuovi impegni (e relativi investimenti) ambiziosi

Dal punto di vista della transizione energetica e delle politiche ambientali, ci si propone in continuità con la Beautiful China Iniziative, che dal 2013 ne orienta le iniziative. L’ultimo piano quinquennale aveva proposto obiettivi sfidanti: ma secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), non sono stati raggiunti importanti obiettivi di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. A partire da quelli dell’intensità di CO2, cioè le emissione di anidride carbonica per unità di Pil. Né gli impegni per controllare gli aumenti di consumo di carbone e la realizzazione di nuove centrali elettriche alimentate da tale fonte.

I progressi maggiori riguardano la tutela dell’acqua (consumo idrico per unità di Pil calato del 16%) e l’energia pulita, in cui la Cina si conferma il maggiore investitore al mondo, con una spesa di 625 miliardi di dollari nel 2024, pari al 31% del totale globale.

Meno fonti fossili, più eolico e solare. Mancano però riferimenti precisi sulla CO2

Nel corso del vertice sul Clima dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 24 settembre scorso, il presidente cinese, Xi Jinping, per la prima volta si è impegnato a tagliare le proprie emissioni, annunciando le nuove promesse di riduzione (le Nationally determined contributions, Ndc) per il 2035. Sono previsti l’aumento del 30% della quota di combustibili non fossili nel consumo energetico totale, la crescita di sei volte della capacità installata di energia eolica e solare rispetto al 2020 e una riduzione delle emissioni nette di gas serra del 7-10% rispetto ad un generico picco, non ancora però individuato con precisione.

Una formulazione che lascia margini di incertezza e che può consentire ancora un aumento nel breve termine del consumo di carbone. Come avvenuto del resto nei primi mesi del 2025, anche a seguito della rapida crescita della domanda di energia. Sempre secondo il Crea «per allinearsi con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi e mettersi sulla buona strada per l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2060, la Cina dovrebbe ridurre le sue emissioni di CO2 dal 28 al 37% dai livelli attuali entro il 2035». Certamente, conferma il centro studi, «estendere le attuali tendenze e politiche sull’energia pulita fino al 2035 consentirà alla Cina di fornire una riduzione di circa il 30% rispetto ai livelli odierni».

La sfida dell’Intelligenza artificiale e la competizione energetica: due sfide incrociate per la Cina

Livelli che però devono confrontarsi però con la crescente domanda di energia. E anche con l’impatto che la competizione strategica sull’intelligenza artificiale ha sulle infrastrutture fisiche che ne sono alla base. A partire dai data center, il cui consumo di elettricità, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia raddoppierà entro il 2030. Anche su questo tema si gioca la competizione globale tra Cina e Stati Uniti. Chi dispone di abbondanza energetica può sostenere l’espansione tecnologica. La leadership potrebbe dipendere più dalla capacità di garantire energia che dal talento.

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