Tassare i turisti per affrontare la crisi climatica: il caso Hawaii
Le Hawaii introducono una tassa sui turisti per finanziare resilienza climatica e protezione ambientale, unendo politica, ambientalisti e industria del turismo
C’è voluta la crisi climatica per ritrovare un dibattito sul tema delle tasse nel Paese, gli Stati Uniti, che ha la resistenza culturale – o per meglio dire ideologica – probabilmente più alta al mondo a parlarne. Questa sorta di miracolo si deve allo Stato delle Hawaii, che ha recentemente deciso di introdurre una tassa sui turisti per finanziare la transizione ecologica.
Alle Hawaii arriva la “green fee” per i turisti
La tassa approvata dai legislatori delle Isole Hawaii si chiama “green fee”. Prevede che a partire dal prossimo anno i visitatori del paradiso hawaiano paghino una tassa aggiuntiva dello 0,75% sulle tariffe di camere d’albergo, multiproprietà, case vacanze e altre sistemazioni a breve termine. Dall’attuale 10,25%, perciò, la tassazione arriverà all’11%. A essere colpiti saranno anche i turisti delle navi da crociera che gettano l’ancora per una notte nei porti hawaiani.
L’obiettivo dei legislatori è di ottenere un gettito di circa 100 milioni di dollari all’anno, da utilizzare per sostenere iniziative e progetti finalizzati al contrasto alla crisi climatica. In particolare, si pensa a investimenti sul fronte dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Tra questi: fare prevenzione in vista di eventi meteorologici estremi e ripristinare la barriera corallina e le spiagge colpite dall’erosione e dall’innalzamento del livello dei mari. Oltre alle operazioni per rimuovere le erbacce che stanno infestando l’isola e che nel 2023 sono state ritenute almeno in parte responsabili dei vasti incendi che hanno colpito in particolare l’isola di Maui. La seconda più grande delle Hawaii.

Politica, ambientalisti e industria del turismo: un fronte comune
Il governatore dello Stato delle Hawaii, Josh Green (nomen omen, verrebbe da dire), ha detto che le entrate derivanti dalla tassa serviranno a costruire resilienza di fronte alla crisi climatica. Essendo ovviamente ben conscio che le Hawaii sono estremamente vulnerabili al clima. Dal canto loro, gli ambientalisti chiedevano che si procedesse in questo senso da almeno dieci anni. Per cui hanno salutato l’introduzione della tassa come il coronamento di un sogno che sembrava irrealizzabile.
La tassa gode anche dell’appoggio dell’industria turistica. Il che forse sorprende, almeno per chi è abituato a vedere come vanno queste cose in Italia, specie negli ultimi anni. La Hawaii Lodging and Tourism Association ha infatti affermato che la protezione delle risorse ambientali dello Stato è un obiettivo su cui tutti possono concordare. Anche perché il patrimonio naturale e culturale è il pilastro su cui si fonda il principale motore economico delle Hawaii. Il settore turistico vale da solo quasi un quarto del Pil, con le isole che ogni anno attraggono circa 10 milioni di turisti. Che portano ricchezza, ma anche problemi.
Una tassa simbolica che da sola non basta
Il governatore Green da quando è entrato in carica a fine 2022 ha espresso l’intenzione di voler contrastare, oltre alla crisi climatica, anche gli effetti ambientali negativi del cosiddetto overtourism, il sovraffollamento turistico. Per centrare entrambi questi obiettivi, si stima che le Hawaii abbiano bisogno di circa 560 milioni di dollari l’anno. La green fee, quindi, da sola non basta. Del resto lo sforzo che richiede ai singoli turisti è tutto sommato minimo. C’è chi ha calcolato che per una vacanza in hotel di sette giorni dal costo di poco meno di 4.500 dollari, la spesa aggiuntiva dovuta alla green fee sarebbe intorno ai 25 dollari.
Il significato simbolico resta comunque enorme. Ciò perché la tassa rappresenta la prima volta che negli Usa uno Stato impone ai turisti di contribuire alla tutela dell’ambiente con una tassa. Iniziative similari già si contano invece al di fuori degli Stati Uniti, ad esempio in Islanda, a Bali (Indonesia), in Nuova Zelanda. La Repubblica di Palau, in Oceania, ha introdotto dal 2018 la Pristine Paradise Environmental Fee. Si tratta di una tassa di cento dollari sul biglietto aereo internazionale di ogni turista che visita l’isola, finalizzata a proteggere l’ambiente nell’interesse delle generazioni future.
Dalle Hawaii parte la caccia ai risarcimenti contro Big Oil
Per provare a reperire risorse da destinare alla tutela dell’ambiente, le Hawaii stanno allora provando anche altre strade. Ad esempio quella di far pagare chi inquina, vale a dire Big Oil, attraverso le climate litigation. Le cause climatiche che stanno crescendo in tutto il mondo ma il cui epicentro restano appunto gli Stati Uniti.
Il Procuratore generale delle Hawaii ha infatti intentato una causa contro un gruppo di compagnie dell’oil&gas e contro l’American Petroleum Institute, la principale organizzazione di settore negli Stati Uniti, chiedendo che risarciscano i danni derivanti dagli impatti della crisi climatica (inasprimento di tempeste e incendi boschivi, aumento dell’erosione costiera). L’accusa è che tali impatti non sarebbero così estremi se le compagnie non avessero nascosto negli anni il ruolo svolto dai combustibili fossili nel causare la crisi climatica. Anche orchestrando campagne di disinformazione se non quando di aperto negazionismo. Un classico caso di causa climatica “polluter pays”, com’è classificato nel report sulle climate litigation curato annualmente dal Grantham Research Institute on Climate change and the Environment della London School of Economics.
L’amministrazione Trump, dichiaratamente pro-fossili, ha cercato di bloccare la causa in via preventiva. Ma le Hawaii hanno tirato dritto: la battaglia per la resilienza non ammette tentennamenti.




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