Continua la “saga” della cattura e stoccaggio della CO2. E di chi la combatte
In Inghilterra un nuovo caso riaccende le critiche, mai sopite, verso la cattura e stoccaggio della CO2. Che invece ha il sostegno di Big Oil
“Favola”, “pura fantasia”, “falsa soluzione”. Sono i termini più utilizzati da chi critica la CCS, la tecnologia di cattura e stoccaggio della CO2 di cui tanto si parla per la riduzione delle emissioni di gas serra e che ha fra i maggiori sostenitori, guarda caso, i big del gas e del petrolio. Critiche riemerse in Inghilterra in una delle ultime tappe di quella che sembra ormai una sorta di “saga” della CCS.
“HyNot” contro HyNet, il progetto di Eni nel Regno Unito
A fine agosto nel Regno Unito un gruppo di attivisti ha chiesto la revisione giudiziaria della decisione del governo di autorizzare Eni a stoccare anidride carbonica nella baia di Liverpool. Il progetto, chiamato HyNet, intende produrre idrogeno blu partendo dal gas fossile utilizzato nella raffineria di Stanlow, catturando le emissioni di CO2 prodotte nel processo, convogliandole lungo la costa del Galles del Nord e stoccandole appunto sotto la baia di Liverpool. Il no da parte degli attivisti è sintetizzato nello slogan «L’idrogeno blu non è green». Il giudice però ha rigettato il ricorso. HyNot allora a fine ottobre ha annunciato di voler impugnare la decisione.
Le principali critiche alla tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2
Il caso HyNot-HyNet si può considerare paradigmatico delle critiche mosse alle tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2. Specie a coloro che le propongono come soluzioni per ridurre le emissioni. Sempre nel Regno Unito, per esempio, una campagna promossa da varie organizzazioni chiede addirittura di eliminare la CCS dai piani climatici. Mentre l’autorevole Ong olandese BankTrack ha inserito la CCS nel suo False Solutions Tracker (aggiornato di recente), con cui invita banche e investitori a non mettere soldi in “false soluzioni” per il clima.
In estrema sintesi, le critiche dicono innanzitutto che la CCS non è una tecnologia efficace, perché non ha mai dimostrato, track record alla mano, di poter raggiungere ciò che ha promesso e i risultati sono comunque quantitativamente insignificanti rispetto a ciò che servirebbe. Investire sulla CCS, come sta facendo l’Europa con miliardi di soldi pubblici, vuol dire distogliere investimenti da altre tecnologie più efficaci nel contrasto alla crisi climatica, vale a dire rallentare l’azione quando invece c’è più bisogno di accelerarla. Infine, inserire la CCS fra le soluzioni significa prolungare la dipendenza del nostro modello di sviluppo dalle fonti fossili.
Gli autorevoli portavoce della battaglia contro la cattura e stoccaggio della CO2
A sostegno di ognuna delle principali critiche negli anni si sono stratificati studi, analisi, rapporti con cui si riempirebbe un’enciclopedia. Citiamo solo, per restare in Italia, il report con cui la Ong ReCommon denuncia la “La falsa soluzione di Ravenna”. Vale a dire il progetto di CCS di Eni e Snam, beneficiario di importanti agevolazioni normative ed economiche.
Michael E. Mann, celeberrimo scienziato, nel libro “La nuova guerra del clima” affronta la CCS nel capitolo sulle non-solution solution (false soluzioni), insieme ad esempio alla geoingegneria e al gas fossile, definito un combustibile «ponte verso il nulla». L’ex-vice presidente statunitense Al Gore, da anni attivista climatico di fama mondiale, in un TED di un paio d’anni fa intitolato “What the Fossil Fuel Industry Doesn’t Want You To Know” ha sparato a zero sulla CCS. Sottolineando, ad esempio, che uno studio dell’Università di Oxford l’ha classificata fra le tecnologie non-migliorative.
Fatih Birol, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia, ha smentito come pura fantasia l’idea per cui la cattura e stoccaggio della CO2 possa consentire alla produzione di petrolio di continuare al ritmo attuale (che è poi il motivo per cui BigOil la sostiene). In Italia Nicola Armaroli, noto dirigente di ricerca del Cnr e membro dell’Accademia nazionale delle scienze, ha affrontato il tema in una relazione per il Tribunale di Roma (non in un talk show dove c’è chi spara la qualunque). E ha concluso che, dopo oltre cinquant’anni e cifre stratosferiche spese in tutto il mondo (spesso soldi pubblici), la CCS è un sostanziale fallimento industriale.
Qual è il ruolo corretto della CCS nella transizione ecologica
Criticare le tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 non significa demonizzarle, ma ricondurle entro i loro limiti – per così dire – fisiologici. Invitando sì a farvi ricorso, ma con un ruolo residuale. E, soprattutto, senza spacciarla come la soluzione miracolosa che potrebbe magicamente consentire di continuare a bruciare fossili chissà per quanto ancora.
Al riguardo il think tank italiano per il clima Ecco ha espresso una serie di raccomandazioni. Che invitano prima di tutto a valutare tutte le alternative disponibili quando si individuano i settori e le emissioni a cui destinare l’utilizzo della CCS. Serve poi la massima trasparenza sui quantitativi di CO2 catturati e stoccati. Altrettanto importante è coinvolgere le autorità locali e la società civile nello sviluppo dei progetti (sarebbe questa una delle maggiori lacune del caso HyNet). Infine, le fonti di finanziamento devono essere coerenti coi settori e processi industriali a cui la CCS si applica. Evitando, ove possibile, di gravare sul bilancio dello Stato.
Chi insiste (governi compresi) a difendere la CCS a spada tratta deve aspettarsi che, prima o poi, qualcuno lo accusi di propalare “favole”, “false soluzioni”, di fare esercizio di “pura fantasia”. Con tutto ciò che può conseguirne, in era di caccia aperta alle dichiarazioni ingannevoli e di climate litigation in impennata.




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