Promesse altisonanti, risultati deboli: gli obiettivi climatici degli investitori alla prova dei fatti

Reclaim Finance passa al setaccio gli obiettivi climatici di 83 investitori. Svelando enormi lacune in termini di trasparenza e, soprattutto, efficacia

Gli obiettivi climatici degli investitori non stanno contribuendo alla decarbonizzazione © Angel Di Bilio/iStockPhoto

Nell’arco dell’ultimo decennio, i grandi investitori – asset manager, assicurazioni, fondi pensione, fondi sovrani – hanno fatto a gara ad annunciare i propri obiettivi climatici. Spesso era una condizione necessaria per poter entrare nelle varie coalizioni della finanza per il clima; molte di esse sono collassate nel frattempo ma, nella stragrande maggioranza dei casi, i target sono rimasti. L’organizzazione non governativa Reclaim Finance si è posta una domanda molto netta: tutti questi obiettivi climatici servono a qualcosa? Per rispondere ha esaminato relazioni annuali, comunicati stampa e studi indipendenti, per poi sottoporre i dati ai diretti interessati, vale a dire gli investitori. Il risultato è un report che mostra come dietro a questi target ci sia tanta comunicazione e poca sostanza.

Perché gli obiettivi climatici degli investitori in molti casi non convincono

Lo studio prende in esame 83 investitori globali, volutamente eterogenei per tipologia e collocazione geografica. Di questi, 18 non hanno fissato obiettivi climatici. 48 ne hanno al massimo cinque, un numero ritenuto insufficiente per la quantità e l’ampiezza delle aree che dovrebbero coprire. Solo 17 ne hanno più di cinque.

Non sempre è possibile verificare se gli investitori abbiano o meno centrato gli obiettivi climatici che si sono posti: l’incertezza aumenta man mano che si sposta in avanti con l’orizzonte temporale. Tra quelli di breve periodo, cioè con una scadenza fissata prima del 2029, più di sei su dieci risultano già raggiunti. Un dato che di per sé sarebbe molto positivo, se solo non ci fossero seri dubbi su come questi target vengono calcolati e monitorati.

In molti casi, denuncia Reclaim Finance, la metodologia è talmente opaca che risulta impossibile capire quali asset, ambiti e divisioni coprono e quali no. Ci sono poi alcune società – Reclaim Finance cita Allianz e Zurich Insurance Group – che fissano un set di obiettivi e li rendicontano annualmente, motivando eventuali variazioni attraverso analisi ad hoc. Altre, invece, si limitano ad annunciarli e poi non fanno più sapere nulla.

Quando le emissioni scendono, ma solo in apparenza

C’è poi un altro ordine di problemi. Gli obiettivi climatici degli investitori hanno senso se contribuiscono realmente a ridurre le emissioni dei portafogli finanziati. Potrà sembrare una tautologia ma, in questo proliferare di annunci, report e indicatori, anche questo punto centrale rischia di passare sotto traccia.

Per far capire il proprio contributo alla decarbonizzazione, le società finanziarie dovrebbero misurare l’intensità delle emissioni per ogni settore in cui investono. Quello che spesso fanno, invece, è rapportare le emissioni al valore totale di asset, ricavi o investimenti. Così si crea però una distorsione perché, all’aumentare del denominatore, l’impatto sul clima sembra diminuire anche a emissioni invariate.

Il totale appare più basso anche se si tagliano fuori intere categorie. Solo 17 investitori, sugli 83 presi in esame, includono le emissioni indirette (Scope 3) nei propri obiettivi climatici. Eppure sono l’assoluta maggioranza, soprattutto nei settori dei combustibili fossili e della chimica. Nessuno considera il metano. Nei pochi casi in cui è possibile accertarlo (meno di un quarto del totale), mediamente i target riguardano meno del 50% degli asset in gestione. Spesso escludono le azioni di società quotate, le obbligazioni e l’immobiliare.

«Gli investitori devono adottare obiettivi settoriali, completi e basati sulla scienza, rafforzare le politiche di engagement e i criteri di investimento, e garantire piena trasparenza nelle comunicazioni», conclude il report di Reclaim Finance. «In assenza di questi miglioramenti, non solo rischiano accuse di greenwashing, ma anche di venire meno alla propria responsabilità nel mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e, di conseguenza, al dovere fiduciario di gestire il rischio climatico sistemico e tutelare la stabilità finanziaria di lungo periodo».

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