Italian Climate Incubator: The Good Lobby insegna il lobbying climatico al Terzo settore
The Good Lobby lancia la terza edizione dell'Italian Climate Incubator: dodici organizzazioni a scuola di advocacy climatica
È partita il 6 marzo la terza edizione dell’Italian Climate Incubator. Più di una dozzina di organizzazioni del Terzo settore attive nella lotta alla crisi climatica andranno a scuola di lobbismo, però “buono”. Con la possibilità di sviluppare approcci, tecniche, strumenti per rendere le loro campagne più efficaci. «Come nelle prime due edizioni il percorso è interamente gratuito ed è finanziato dalla European Climate Foundation», dice Emiliana Mellone, responsabile dei Programmi formativi in The Good Lobby, che promuove l’iniziativa.
Di cosa si occupa The Good Lobby?
Siamo attivi in Italia dal 2019, siamo un Ets con sede a Milano ma operativi su tutto il territorio nazionale. Il nostro obiettivo è favorire la democrazia, soprattutto rafforzando le competenze di attivisti e organizzazioni per fare lobbying civico. Anche per sfatare il pregiudizio che il lobbying è necessariamente “cattivo”. Per noi, invece, si tratta di un prerequisito della democrazia. Un esercizio di partecipazione orientato al bene comune.
Com’è nata l’idea del Climate Incubator?
Il programma è nato per conciliare due esigenze. La prima è quella del lobbying civico, che fa parte della missione della nostra organizzazione. L’altra è quella della crisi climatica, un tema su cui un gran numero di attivisti si spendono (Mellone è anche co-fondatrice di CleanAp, associazione di Napoli impegnata su sostenibilità e innovazione sociale, ndr) e che rappresenta una questione sempre più urgente in una prospettiva di cambiamento sistemico. Così si è pensato di creare un programma che unisse formazione e incubazione.
Cosa prevede la parte formativa?
Saranno momenti formativi online e in presenza. Quelli in presenza sono due, entrambi a Roma. Il primo è stato il kick-off ufficiale del 6 marzo, presso Impact Hub Roma, dopo che ai primi di febbraio avevamo ultimato la selezione delle dieci organizzazioni del Terzo settore partecipanti. L’altro sarà a fine settembre, a conclusione del percorso. Per chi non risiede nella capitale ci facciamo carico anche delle spese di viaggio, sempre con l’obiettivo di favorire la partecipazione, dato che in molti casi si tratta di persone attive a titolo volontario. Dopo l’evento inaugurale è previsto l’inizio della formazione online.
Quali sono i principali argomenti trattati?
I moduli sono sei. Il primo riguarda “Come identificare e definire l’oggetto della mia campagna di advocacy e come mappare gli attori coinvolti nel mio ciclo di advocacy”, ed è tenuto da Laura Ferrari, Public Affairs Specialist di The Good Lobby. Il modulo su “Strategie di campaigning” è affidato a Claudio Magliulo, referente italiano di Clean Cities, che era già con noi nell’ultima edizione. Di “Community organizing”, il terzo modulo, tratterà Federica Vinci di D-Hub, ex-vice sindaca di Isernia e Obama Leader. Il quarto modulo, “Media, advocacy e narrazioni digitali”, è curato dalla giornalista ambientale Letizia Palmisano. Lorenzo Sottile di StraLi (che Valori ha intervistato nei mesi scorsi, ndr), anch’egli già presente nella scorsa edizione, curerà il modulo sulle climate litigation, che è una delle tecniche che cerchiamo di favorire perché al momento è meno esplorata dagli attivisti. L’ultimo modulo, su “Tattiche di fundraising”, sarà tenuto da Laura Lugli, consulente di fundraising e peopleraising.
Come funziona invece il programma di incubazione?
Dopo i sei moduli, le organizzazioni avranno la possibilità di usufruire ciascuna di cinque ore di mentorship con il nostro team. Potranno avere un’analisi della loro campagna fatta da noi e anche ricevere consigli peer-to-peer per migliorare il proprio lavoro. Ciò che curiamo di più è soprattutto il processo, cioè cerchiamo di fornire un metodo, delle linee guida, dei suggerimenti, indicando quali sono le leve da considerare per impostare al meglio una campagna. In generale la mentorship può riguardare una o più fra le tematiche affrontate nei momenti formativi, che vengono applicate direttamente alle campagne presentate dalle organizzazioni.
Ci sono novità rispetto alle prime due edizioni?
Quest’anno organizzeremo dei webinar aperti non solo alle organizzazioni selezionate ma a chiunque sia interessato, nella nostra platea di riferimento: parleremo ad esempio di politiche europee di transizione, di progetti legati al PNRR, della narrazione che occorre sviluppare per interloquire con stakeholder istituzionali. Inoltre, grazie a un grant aggiuntivo di Compagnia di Sanpaolo, ci sarà anche un percorso parallelo al primo, ma comunque collegato, che prevede un ulteriore evento in presenza prima dell’estate e che coinvolgerà altre tre organizzazioni di Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta, che hanno campagne focalizzate su quei territori.
Oltre al Climate Incubator, in quali altre iniziative legate al clima The Good Lobby è impegnata?
Sul nostro sito mettiamo a disposizione una pagina informativa sulla giustizia climatica, con anche un vademecum sull’attivismo climatico, dove sono declinate le nostre campagne. Cito ad esempio quella contro le SLAPP, le azioni legali temerarie, che prendono di mira gli attivisti ambientali. E quella sulla trasparenza promossa con la coalizione #Lobbying4Change, in cui abbiamo sollecitato il ministro Pichetto Fratin a rendere di nuovo pubbliche le agende degli incontri del ministero: era stato fatto nel 2018 dall’allora ministro dell’Ambiente Sergio Costa, ma dal 2021 queste agende sono oscurate. In generale il senso del nostro impegno su questi temi è che una lobbying buona è possibile. Ed è anche necessaria. Soprattutto su un tema urgente come la crisi climatica, che l’agenda politica nazionale e internazionale, specie negli Stati Uniti, ha declassato. Dobbiamo insistere con l’ottimismo della volontà.




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