Stati Uniti: la guerra fa esplodere il debito
In termini finanziari la guerra di Trump pesa notevolmente sul debito, rendendo ancora meno sostenibile l’economia degli Stati Uniti
L’esplosione del debito federale si rivela sempre più devastante per gli Stati Uniti. Nel 2009, anno successivo allo scoppio della grande crisi dei subprime, la spesa per gli interessi da parte del Tesoro degli Stati Uniti era di 187 miliardi di dollari. Pari all’1,3% del Pil. Tale percentuale è rimasta invariata fino al 2021. E nel 2023 ha raggiunto il 2,4%. Oggi la spesa per interessi sul debito degli Stati Uniti ha raggiunto il 5% del Pil, per un totale di 1200 miliardi annui. Una percentuale enorme che risulta ancora più grave se si considera che circa il 30% della spesa pubblica federale degli Stati Uniti, stimata intorno ai 7300 miliardi di dollari, è coperta da nuovo debito.
La spesa militare degli Stati Uniti è coperta con il debito, di per sé già fuori controllo
In tale ottica è utile ricordare che la spesa militare è coperta con nuovo debito per il 31%. Per fare un confronto, nel 2015 la spesa federale era coperta dal debito per solo il 12%. I titoli decennali del debito degli Stati Uniti pagano ormai quasi il 4,5%. Se tale rendimento si consolidasse, il conto degli interessi annui salirebbe alla cifra mostruosa di 1700 miliardi, rappresentando la voce più alta del bilancio federale. Quasi due volte quella militare. E ben più consistente di quelle per l’istruzione, la sanità e l’assistenza.
A questo si aggiunge che circa il 30% del debito statunitense scadrà entro 12-24 mesi. Ciò significa che quando il Tesoro dovrà emettere nuovi titoli per ripagare quelli vecchi che scadevano – emessi anni fa con tassi vicini allo 0% o all’1% – dovrà farlo ai tassi attuali. Tassi che sono appunto del 4,5%. In quest’ottica si profila l’ipotesi molto concreta di interessi sul debito pari al 7% del Pil. Una percentuale che definisce una sostanziale insostenibilità dei conti del più grande paese capitalista al mondo.
Questo produrrà un aumento del carico fiscale e devastanti tagli sociali
Sembra evidente che a queste condizioni, in rapido peggioramento, la politica di spesa degli Stati Uniti sia sempre più difficoltosa. Senza aumentare il carico fiscale i tagli sociali saranno quindi ancora più devastanti, e le mire imperiali ben poco sostenibili per la stragrande maggioranza degli statunitensi. In tale contesto la spesa militare diventa impraticabile. Ogni giorno, infatti, l’operazione “Furia epica” costa in media agli Stati Uniti circa 1,88 miliardi di dollari. Nei primi giorni del conflitto, per capirci, i costi hanno toccato picchi di oltre 2,2 miliardi di dollari al giorno. A causa dell’uso massiccio di munizioni di precisione e della perdita di mezzi costosi (come droni MQ-9 e caccia F-15).
Al tempo stesso, il Tesoro americano deve pagare ogni giorno circa 8 miliardi di dollari per finanziare il gigantesco debito federale. Solo per pagare gli interessi sul debito esistente il Tesoro spende circa 2,8 miliardi di dollari ogni ventiquattro ore. Dunque, mentre gli Stati Uniti “bruciano” circa 2 miliardi di dollari al giorno per le operazioni militari contro l’Iran, il sistema economico americano sta aggiungendo complessivamente circa 8 miliardi di dollari di nuovo debito ogni giorno. In termini puramente finanziari, la guerra pesa per circa un quarto di tutto il deficit federale che gli Stati Uniti accumulano quotidianamente in questo periodo.
Oltre al petrolio sarà quindi il debito a determinare la durata della guerra
Per tali ragioni Trump cerca affannosamente una via d’uscita. E soprattutto spera che l’aumento del prezzo del petrolio e del gas favorisca le esportazioni statunitensi, rafforzando anche il dollaro, per rendere almeno in parte sostenibile il costo della guerra. In estrema sintesi, la durata e la natura della guerra dipendono da due variabili: l’insostenibilità del debito statunitense e l’aumento del prezzo del petrolio. E’ chiaro che Trump ha dei vincoli strettissimi che, nel caso del debito, ha già superato. Anche perché il rialzo del prezzo dell’energia sta generando un altro effetto negativo per debito e dollari.
I Paesi esportatori interessati dal blocco di Hormuz stanno vendendo titoli del debito statunitense per reperire risorse destinate a compensare le minori entrate derivanti dalle mancate esportazioni. Mentre alcuni Paesi importatori di petrolio hanno smobilizzato quel debito per trovare le risorse per pagare il prezzo più alto. Due elementi che contribuiscono dunque a peggiorare la condizione finanziaria e monetaria degli Stati Uniti. A cui si accompagna la riduzione, da parte di varie banche centrali, della componente in dollari delle proprie riserve. Dato che non possono più permettersi di detenere una moneta ormai assai instabile.




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