La siccità dovrebbe preoccupare l’economia italiana

Uno studio stima i danni dovuti alla siccità fino a 74 miliardi di euro per l'Italia

Novella Gianfranceschi
Il Po in secca nei pressi di Cremona, 8 settembre 2026 © A_Columbo/iStockPhoto
Novella Gianfranceschi
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In breve

  • L’estate 2026 è stata la più calda mai registrata in Italia dal 1950, con il Po sceso a Cremona a un nuovo minimo storico.
  • La scarsità d’acqua ha colpito soprattutto l’agricoltura: il comparto risicolo di Pavia stima perdite superiori a 100 milioni di euro.
  • Uno studio di Cmcc e Politecnico di Milano mostra che una siccità pluriennale come quella del 2015-2018 potrebbe costare all’Italia fino a 74 miliardi di euro di Pil.

L’estate 2026 è stata la più calda mai registrata in Italia dal 1950. La più calda nell’Europa occidentale dal 1940. I record però non hanno riguardato solo le temperature: in molte regioni europee, la combinazione tra ondate di caldo – precoci, molteplici, persistenti –  e la scarsità di precipitazioni ha provocato condizioni di siccità gravi, con conseguenze ambientali ed economiche.

In Italia il segnale più nitido arriva dal Po. Il 30 luglio, alla stazione di Cremona, il fiume è sceso a 8,59 metri sotto lo zero idrometrico, il livello di riferimento utilizzato per misurarne l’altezza: un centimetro in meno rispetto al precedente minimo storico del 2022. 

Già a giugno di quest’anno, nelle principali stazioni lungo il fiume, le portate erano inferiori di oltre il 60% rispetto alla media storica. Nel delta, la scarsa portata permette all’acqua del mare di risalire lungo il fiume: tra fine giugno e inizio luglio l’intrusione salina ha raggiunto i 20-25 chilometri dalla foce con conseguenze su ecosistemi e agricoltura. Secondo l’ultimo bollettino dell’Ispra sulle condizioni delle risorse idriche, a metà agosto le criticità maggiori riguardavano proprio il bacino del Po, che insieme al distretto delle Alpi Orientali era classificato in «severità alta».

Il riso italiano è la prima vittima della siccità 2026

Il primo settore a pagare le conseguenze della siccità è quello agricolo. In Italia il caso più evidente è quello del riso: il Paese è il primo produttore europeo e oltre l’80% delle superfici coltivate si concentra nel bacino del Po, tra le province di Pavia, Vercelli e Novara. La scarsità d’acqua ha imposto turni nell’irrigazione e, in alcuni casi, ha costretto gli agricoltori a scegliere quali appezzamenti salvare. Confagricoltura Pavia stima per il comparto risicolo della provincia una perdita superiore ai 100 milioni di euro, per l’effetto combinato della crisi idrica e dell’aumento dei costi di produzione.

La siccità non è però un problema solo italiano: nell’estate del 2026 ha colpito ampie aree del continente, con suoli eccezionalmente secchi e portate molto basse in alcuni dei principali fiumi europei. In Francia, a luglio, le precipitazioni sono state inferiori del 67 per cento rispetto alla media e, tra il 13 e il 15 agosto, l’indice di umidità del suolo ha toccato il valore più basso mai registrato, superando anche il record del 2022. A metà agosto quasi il 70 per cento del territorio francese era sottoposto a restrizioni nell’uso dell’acqua.

Nel Regno Unito, dopo il luglio più secco mai registrato in Inghilterra e Galles, la produzione complessiva di grano, orzo, avena e colza potrebbe fermarsi a 19,5 milioni di tonnellate, il dato peggiore dal 1984. Rispetto alle previsioni formulate prima dell’estate, i produttori britannici potrebbero perdere tra 305 e 390 milioni di sterline di ricavi.

I costi economici della siccità in Italia e in Europa

Le stime sui danni economici di questa estate estrema sono ancora parziali, ma secondo un’analisi del centro studi Energy and Climate Intelligence Unit, la sola ondata di caldo di giugno ha provocato 2,1 miliardi di euro di perdite nella produzione di cereali.

Una delle questioni da considerare quando si parla di siccità è che, almeno nella regione del Mediterraneo, non può più essere trattata come un’emergenza occasionale. La scarsità d’acqua sta diventando un problema strutturale. Secondo l’Ipcc, infatti, le aree centrali e meridionali del bacino sono già diventate più secche e le precipitazioni medie potrebbero diminuire di circa il 4 per cento per ogni grado in più di temperatura globale. Con un aumento di 1,5 gradi centigradi, inoltre, la probabilità di siccità agricola estrema legata alla scarsità di umidità nel suolo potrebbe almeno raddoppiare in vaste aree della regione.

Il bacino del Po mostra già questa traiettoria. Secondo l’Autorità di bacino, la temperatura media del distretto è passata dai 9,4 °C del periodo 1961-1990 ai 10,7 gradi centigradi del 1991-2020, un aumento di 1,3 gradi. Le piogge sono sempre più irregolari, con lunghi periodi asciutti alternati a episodi intensi, mentre sulle Alpi si prevede meno neve e una fusione sempre più precoce del manto nevoso. Questo significa accumulare meno acqua durante l’inverno e averne meno a disposizione nei mesi caldi: se la neve fonde prima, una quota maggiore defluisce già in primavera, lasciando fiumi, laghi e falde con riserve più scarse proprio in estate, quando la domanda aumenta.

Uno studio Cmcc-Politecnico stima il conto sul Pil italiano

Uno studio del Cmcc e del Politecnico di Milano mostra che questi effetti possono durare ben oltre la fine dell’emergenza. L’agricoltura subisce il colpo più forte all’inizio e tende a recuperare in due o tre anni, grazie all’adattamento delle colture, alle assicurazioni e agli aggiustamenti dei prezzi. Su manifattura ed edilizia l’impatto è invece più lento, ma più persistente. A risentirne sono soprattutto gli investimenti: una maggiore incertezza sulla disponibilità d’acqua può ridurre la produttività dei territori, aumentare il rischio percepito dalle imprese e frenare nuovi progetti.

Il risultato si vede anche sul Pil e sull’occupazione. Per la siccità pluriennale del 2015-2018 lo studio stima, per l’Italia, una perdita cumulativa di 1,45 punti di crescita del Pil pro capite, pari a circa 24,3 miliardi di euro, un calo degli investimenti del 5,69%, circa 15,3 miliardi, e 330mila posti di lavoro in meno.

A livello europeo, la stessa crisi avrebbe avuto un costo complessivo di circa 439 miliardi di euro. Se un episodio simile si verificasse in un mondo più caldo di 2 gradi centigradi rispetto alla fine dell’Ottocento, per l’Italia la perdita salirebbe a quasi 4 punti di Pil pro capite, circa 74 miliardi di euro, con 960mila posti di lavoro coinvolti.

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