Nucleare sì, ma europeo: la tesi scomoda di Avete rotto l’atomo
Giovanni Ludovico Montagnani, coautore con Matteo De Piccoli, spiega perché l'atomo non può sostituire il gas di riserva e perché conviene partire dai reattori francesi
Giovanni Ludovico Montagnani, dottorato in elettronica nucleare al Politecnico di Milano, attivista climatico e fondatore di “Ci sarà un bel clima”, ha scritto con Matteo De Piccoli, ingegnere nucleare formatosi al Politecnico di Torino, Avete rotto l’atomo (People). Due possibilisti che hanno impiegato tre anni a verificare, uno per uno, gli argomenti dei sostenitori del nucleare. Non per passare “al fronte opposto” ma per capire quale posto possa ancora avere l’atomo in un sistema elettrico decarbonizzato. La risposta è che un posto c’è, ma non è quello che promettono i tifosi. Abbiamo chiesto a Montagnani di spiegarci qual è.
Partiamo dall’origine: perché questo libro arriva adesso?
Il mio rapporto con il nucleare nasce con il referendum del 2011. Avevo ventun anni, ero iscritto a Ingegneria e avevo alle spalle un nonno che aveva lavorato per l’Euratom: da quel lavoro deriva, in sostanza, il benessere della mia famiglia. Al referendum votai no, cioè votai no per dire sì. Ma la cosa che mi colpì fu soprattutto il livello di disinformazione del dibattito, che all’epoca collocavo tutta dalla parte degli oppositori.
Da allora sono rimasto favorevole o, più precisamente, possibilista. E quel possibilismo l’ho conservato anche in seguito, quando sono diventato attivista per il clima e mi è stato chiaro che la questione climatica sarebbe diventata un problema esistenziale per l’umanità.
Il cambiamento è arrivato da un’altra direzione. Mi sono accorto che le posizioni che rischiavano di farmi cambiare idea erano proprio quelle dei favorevoli al nucleare. Argomenti sempre più fragili, affermazioni prive di fondamento sulle rinnovabili e, non di rado, sul nucleare stesso. Da lì è nata l’esigenza di costruirmi un’opinione che fosse indipendente. Lo stesso percorso, per un paio d’anni, lo ha compiuto Matteo De Piccoli. Un lavoro di dialogo e di confronto diretto con il fronte pro-nucleare nel quale ci siamo resi conto progressivamente di quanto poco reggano la maggior parte dei loro argomenti.
A un certo punto ci siamo detti: «Scriviamo un libro». People ha proposto a Matteo un flash book sul nucleare, nello stile della collana: cinquanta, cento pagine. Mi sono aggiunto io, abbiamo chiesto all’editore se ci fosse spazio per qualcosa di più ampio e ci è stato concesso tutto lo spazio che volevamo, con un solo limite: non più di quattrocento pagine. Il libro è nato così.
Che cosa le ha fatto cambiare idea sul nucleare?
Non ho cambiato idea. Resto possibilista. Il libro muove da una posizione complessivamente favorevole, che intende restare tale. Si sforza di restare tale, nonostante ogni volta che prendi in mano un “argomento” a favore ne emergano delle complessità che spesso vengono presentate con superficialità.
Non voglio impostare il discorso come un pro o contro: è ciò che il libro invita a evitare. Ma tra le posizioni di chi è favorevole al nucleare nel mix energetico, qual è quella che la preoccupa di più?
Rispondo seriamente, anche se può suonare come una provocazione: quello che mi preoccupa di più è che, con l’approccio dei favorevoli, il nucleare si allontani anziché avvicinarsi. Che ottengano cioè il risultato opposto a quello che cercano. Quando mi si dice che il nucleare costa poco, si realizza in fretta, abbassa le bollette e lo costruiscono i privati senza così pesare sulle casse pubbliche, si sta raccontando qualcosa di fuorviante. E da quella premessa discende la narrazione più pericolosa per l’industria nucleare: esisterebbe una rivoluzione industriale a costo zero, dai vantaggi straordinari, in corso ovunque tranne che da noi, e a impedirla sarebbero i verdi, ideologici e speculativi, insieme a un gruppo di complottisti che alimentano la disinformazione.
È una narrazione che può avere facilmente successo, perché individua poche forze oscure e potenti che giocano sulla disinformazione a danno di tutti gli altri. Ed è la narrazione dominante nella retorica pro-nucleare. Ma danneggia enormemente l’industria che vorrebbe promuovere. Riconoscerlo, per me, è la premessa indispensabile per inquadrare correttamente il ruolo e il metodo con cui il nucleare può essere inserito nel mix energetico.
Esiste però anche una posizione più sfumata: non si dice no alle rinnovabili, ma si sostiene che un sistema interamente rinnovabile non sia realistico e che servano perciò altre fonti. E che tra queste il nucleare sia la più pulita, più del gas e più del carbone. Come risponde?
Rispondo che l’argomento del 100% rinnovabili è quello che in logica si definisce un argomento fantoccio, uno strawman argument. Gli scenari interamente rinnovabili esistono, ma sono costruzioni forzate: sostenere di poter eliminare integralmente la generazione termoelettrica non da un mix nazionale, ma da un mix su scala paneuropea, non è un’affermazione scientifica. Su scala locale puoi rinunciare al gas naturale fondando la tua flessibilità sugli scambi con l’estero; ma in un sistema complesso esiste sempre un limite all’idea di arrivare al 100% di qualunque cosa. Se si guardano gli scenari europei, con o senza nucleare, una quota di generazione termoelettrica intorno al 5-10% resta sempre.
Il punto decisivo, però, è un altro, ed è un’idea profondamente sbagliata: se copri il 90% con solare ed eolico e il restante 10% lo faresti con il gas, allora quel 10% puoi assegnarlo al nucleare. È falso. Il nucleare serve a coprire il carico di base; ma in uno scenario con il 90% di solare ed eolico il carico di base non esiste più. Si passa dall’esigenza di baseload a quella di backup, cioè di una capacità che entri in funzione all’occorrenza e sia in grado di erogare molto, in fretta. Il nucleare quel mestiere non lo sa fare in modo economicamente efficiente: non può essere mantenuto in esercizio per coprire una percentuale così ridotta e con un funzionamento intermittente. Il nucleare lo si tiene acceso sempre.
A che cosa serve il nucleare nel mix energetico, allora?
Nel libro lo concepiamo come un’assicurazione. Può persino far crescere i costi operativi complessivi del sistema; ma quando si verifica l’evento che mette in crisi un parco fondato sulle rinnovabili, ti ritrovi sotto una base di generazione nucleare che impedisce ai prezzi dell’energia di divergere.
Provo a spiegarlo in maniera semplice. Il prezzo dell’energia, ora per ora, lo fissa l’ultimo impianto acceso per coprire la domanda: il più caro fra quelli in funzione in quel momento. In un sistema con moltissimo sole e vento, per gran parte dell’anno l’ultimo impianto acceso ha costo zero, e il prezzo crolla. Il problema è la settimana d’inverno in cui il sole non c’è e il vento nemmeno: lì l’ultimo impianto acceso è il gas. E in un sistema di quel tipo il gas costa moltissimo, perché lavora poche ore all’anno e in quelle poche ore deve ripagarsi l’intero impianto. Più spingi le rinnovabili al massimo, più rare diventano quelle ore e più il loro prezzo diventa esplosivo.
Il nucleare, invece, non si accende all’occorrenza: è acceso sempre. Nell’ora di scarsità la sua produzione è già lì, in quantità, e costa quanto costa in tutte le altre ore dell’anno. Così a coprire il vuoto non c’è soltanto il gas a prezzo d’emergenza. È in questo senso che nel libro lo chiamiamo un’assicurazione: paghi un premio in tutte le ore normali – perché produci anche quando l’energia vale poco – per non restare esposto nell’ora eccezionale.
Lo scenario, dunque, non è “meno rinnovabili per far posto al nucleare”: è rinnovabili spinte al massimo, con all’interno una quota residuale ma stabile di generazione nucleare che serve ad affrancarsi dalle dinamiche variabili. È un modo di assumersi una responsabilità nei confronti del futuro del mix decarbonizzato.
Questo presuppone un mercato elettrico diverso da quello attuale.
Sì, e credo sia la direzione. Le nuove rinnovabili non si costruiscono più sperando nel prezzo di mercato: si costruiscono perché lo Stato, o il consumatore direttamente tramite accordi a lungo termine (i cosiddetti Ppa, power purchase agreement), garantiscono al produttore un prezzo fisso per vent’anni, e la differenza rispetto al mercato la si regola a parte. È il meccanismo dei contratti per differenza, in Italia il Fer-X. Quella differenza, però, qualcuno la paga: finisce nelle voci fisse della bolletta, gli oneri di sistema, la stessa casella in cui paghiamo da vent’anni gli incentivi al fotovoltaico.
Il risultato è che la bolletta si divide in due. Una componente fissa, che cresce con le rinnovabili che installiamo e che paga il fatto stesso di averle costruite. E il prezzo orario del mercato che, essendo determinato quasi sempre dal gas nelle poche ore in cui serve, finisce per riflettere soltanto la generazione termoelettrica: moltissime ore a prezzo nullo e impennate nelle ore di bassa offerta rinnovabile. Il prezzo di mercato, insomma, smette di essere il prezzo dell’energia. Sopra a questo si potrebbe innestare un terzo pezzo: un mercato del carico di base su scala europea, dove gli Stati stipulano contratti per garantirsi la sicurezza del baseload.
A questo punto arriva l’obiezione consueta: se in Italia dobbiamo costruire nuove centrali nucleari, le avremo operative non prima di un range che va dal 2040 al 2050.
È fisiologico. Immaginare qualcosa di diverso sarebbe fantascienza. Ma nel frattempo la decarbonizzazione procede, e l’atto di responsabilità consiste nel riconoscere che disporre di una quota contenuta di carico di base, indipendente dalle fluttuazioni meteorologiche, è un modo di attrezzarsi per quel futuro.
Chi dovrebbe costruirla, questa quota?
Noi la chiamiamo l’Agenzia spaziale europea dell’energia. Un consorzio paneuropeo costruito sull’esperienza francese, perché è da lì che si parte: i francesi stanno constatando di non essere in grado, da soli, di sostenere lo sforzo necessario a mantenere in esercizio il proprio parco reattori. Da quella constatazione può nascere l’apertura a una collaborazione europea e la costruzione di un mercato del carico di base (che comunque già esiste).
Oppure, prendiamo l’esempio di Krško, in Slovenia. Fra dieci o dodici anni dovranno chiudere il vecchio reattore e il Paese si troverà privo di un terzo della propria generazione elettrica, senza avere la solidità patrimoniale per sostituirlo da solo. Ciò dimostra che serve un derisking collettivo. In assenza del quale accade esattamente ciò che vediamo oggi: la Polonia tratta con gli americani anziché con i francesi, ed è un’ingerenza geopolitica; l’Ungheria tratta con i russi, ed è un’altra ingerenza.
Se crediamo davvero in questa prospettiva, la risposta è: cantieri europei. In Francia, fra il 2028 e il 2030, si aprirà il cantiere di Penly, quattro reattori Epr2, decine di miliardi, forse un centinaio. Quel passo i francesi lo hanno compiuto. Io comincerei a predisporre un percorso comunitario, non più nazionale. L’Italia, con Nuclitalia (la società costituita da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, ndr) impegnata a valutare le tecnologie disponibili, può strutturare un cammino che parta dai reattori francesi e da tutti gli altri in costruzione.
E i piccoli reattori? In Italia e nel resto del mondo questo mercato ha diversi protagonisti.
Qui è necessario un chiarimento perché si tende a confondere due cose distinte. I piccoli reattori possono essere reattori ad acqua – raffreddati ad acqua, come quelli convenzionali – oppure reattori avanzati, con fluidi termovettori non convenzionali come il sodio o il piombo liquido.
Nel sodio e nel piombo liquido non credo. Nel libro la chiamiamo ingegneria del PowerPoint: la complessità progettuale di quei reattori è tale che non li vedremo mai. E non è nemmeno vero che il mercato si stia realmente orientando in quella direzione. C’è stata una fase di fascinazione, durante la quale si è dato credito per qualche mese a operatori che si sono quotati e hanno raccolto capitali ingentissimi. Poi quella bolla si è fortemente deprezzata – dell’ordine del 70-80% rispetto ai massimi – perché si è capito che dietro non c’era poco o niente.
Va tenuto presente che un reattore avanzato è per definizione anche un reattore piccolo: nessuno propone un reattore di grande taglia con fluidi non convenzionali. Quanto al riciclo del combustibile, sono tutti scenari plausibili, ma non si può partire dal riciclo senza aver prima completato l’iter con i reattori convenzionali. Servirebbero un’azienda nazionalizzata e rapporti riservati: il commercio del plutonio non è una filiera che si attiva mandando un camion a ritirarlo. Questi operatori, invece, hanno scelto di saltare l’intero percorso e presentarsi direttamente al traguardo. Sono dei millantatori.
Questo per quanto riguarda gli Amr (advanced modular reactor). Sugli Smr (small modular reactor) ad acqua, però, la sua posizione è meno netta.
Faccio fatica ad avere un’opinione altrettanto drastica, sì. Gli Smr scontano una diseconomia di scala evidente: il cantiere lo devi allestire comunque, ma il reattore produce un quarto. Il vantaggio potenziale, però, riguarda il tempo: metà del costo di un reattore è determinato dalla durata del cantiere, quindi chi riesce a comprimerla ottiene un guadagno enorme. Realizzare il reattore in fabbrica anziché in loco – penso alla soluzione di Rolls-Royce – può rappresentare un vantaggio rilevante.
Dall’altra parte, però, di questi reattori non ne abbiamo ancora visto uno attivo e in esercizio. Non esiste un listino con tempi e costi, esistono soltanto promesse. Chi deve decidere oggi si trova perciò davanti a un’alternativa: inseguire l’ennesima promessa dell’industria nucleare, oppure procedere con i reattori ad acqua di grande taglia, che sappiamo costruire e dei quali conosciamo problemi, costi e difficoltà. Se dovessi partire adesso, partirei dagli Epr2 che i francesi costruiranno a Penly.




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