Centrali nucleari: perché il rilancio in Italia non convince
Il governo punta sul nucleare per uscire dai combustibili fossili. Ma tempi e costi fuori controllo raccontano un'altra storia
Il governo italiano ha presentato nel 2023 un aggiornamento del Pniec, il Piano nazionale integrato energia e clima. In pratica, è il documento che stabilisce la strategia energetica dei prossimi anni. Tra le novità più discusse di quel testo c’è il ritorno del nucleare. L’Italia, che oggi non ha centrali attive, prevede di tornare a produrre elettricità con l’atomo entro il 2050. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, di Forza Italia, ha spiegato che il nucleare è indispensabile «per la competitività e la decarbonizzazione». Secondo il governo, insomma, non è solo una questione economica, ma anche ecologica. Le centrali nucleari ci permetteranno di fare la transizione ecologica, spiega Fratin.
Il ministro non è il solo a pensarlo: da anni sia i partiti della destra e del centro sia una galassia di pagine social e realtà associative portano avanti la tesi per cui l’atomo è la pallottola d’argento che permetterà di risolvere la crisi climatica. Per capire se è davvero così, val la pena partire dal principio.
Come si è evoluta l’energia nucleare nel mondo
Il funzionamento di una centrale nucleare è complesso, ma il meccanismo di base è semplice. Si divide un atomo in atomi più piccoli, liberando radiazioni e calore. Gli atomi da cui si parte, il combustibile della reazione, sono solitamente isotopi dell’uranio o del plutonio. La divisione – tecnicamente, decadimento – avviene bombardando il nucleo atomico con un fascio di neutroni. Questo processo si chiama fissione nucleare. Il calore che la reazione produce viene usato per scaldare dell’acqua che, evaporando, muove delle turbine. Il movimento delle turbine, a sua volta, genera elettricità tramite una dinamo.
Lo sviluppo del nucleare per uso civile, cioè per la produzione di energia, è legato all’uso militare, cioè per la bomba atomica. Il primo reattore a fissione venne realizzato dal fisico italiano Enrico Fermi nel 1952 all’interno del Progetto Manhattan, il programma statunitense che portò agli ordigni nucleari sganciati sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Durante la guerra fredda, sia in Occidente sia in Unione Sovietica sono state costruite decine di centrali. Ma, a partire dall’incidente di Chernobyl del 1986, la crescita di questa fonte energetica si è interrotta. L’Italia ha costruito tre centrali nel corso degli anni Sessanta – a Latina, sul Gargano e nel vercellese. Ma vennero chiuse a seguito del referendum del 1987. Un tentativo di riprenderne lo sviluppo alla fine degli anni Dieci del 2000 venne bloccato, nel 2011, da un nuovo referendum.
Come funzionano le centrali nucleari e quanto producono
La ragione per cui si è tornati a parlare di energia nucleare ha a che fare coi programmi di decarbonizzazione del Pianeta. L’avanzare della crisi climatica ha infatti portato a trattati internazionali, come l’Accordo di Parigi del 2015, e piani europei, come il Green Deal del 2019, che hanno l’obiettivo di azzerare le emissioni globali entro il 2050. Emissioni che per il 75%, secondo i dati delle Nazioni Unite, sono dovute al settore energetico. Più precisamente, all’uso di carbone, petrolio e gas. Il nucleare è una fonte energetica a basse emissioni, paragonabili a quelle delle rinnovabili, è per questo è da più parti indicato come il sostituto ideale delle fossili.
Le centrali nucleari hanno alcuni elementi in comune. Richiedono normalmente tempi relativamente lunghi e capitali importanti in fase di costruzione. Per funzionare hanno bisogno di un combustibile, come l’uranio, e di acqua per il raffreddamento. Producono scorie radioattive che hanno bisogno di essere conservate in sicurezza per tempi molto lunghi, superiori alla vita umana.
Secondo le stime di Our World in Data, elaborate dall’università di Oxford, le morti per unità di elettricità prodotta del nucleare sono quasi a zero, esattamente come per solare ed eolico. L’esperienza di incidenti come Chernobyl e Fukushima ha però portato a misure di sicurezza importanti e costose e a un controllo internazionale su tutti gli impianti da parte delle Nazioni Unite. Una volta costruite, le centrali hanno costi di gestione relativamente bassi e funzionano per diversi decenni – oltre i cinquant’anni. Producono elettricità in modo tendenzialmente costante: un fatto che, come vedremo, è al centro del dibattito sulla loro utilità.
La soluzione alla crisi climatica non esiste
Bastano queste caratteristiche a rendere il nucleare la soluzione alla crisi climatica? «Il punto è che la soluzione, al singolare, non esiste, e chi lo pensa non ha capito come funziona il riscaldamento globale», spiega Gianluca Ruggieri, presidente della cooperativa energetica ènostra, ricercatore presso l’Università dell’Insubria e autore del libro Le energie del mondo. «La transizione è fatta di un insieme di soluzioni, energetiche e non. E anche dentro il campo dell’energia esiste un mix di fattori, non solo relativi alla generazione. Il nucleare, essendo a zero emissioni, può avere un ruolo in un futuro sistema energetico decarbonizzato, probabilmente simile in percentuale a quello che ha ora».
Sia l’Ipcc, il foro scientifico delle Nazioni Unite dedicato alla questione climatica, sia l’Iea, l’organo dell’Ocse dedicato all’energia, includono il nucleare nei loro scenari di transizione globale, ma con una postura secondaria rispetto ad eolico e solare. Oggi le centrali nucleari producono circa il 10% dell’elettricità globale, circa il 3% dell’energia complessiva. Le elaborazioni di realtà internazionali come quelle sopra citate tendono ad immaginare una crescita dell’atomo in termini assoluti. Ma anche una relativa stabilità in termini percentuali, perché l’elettrificazione dei consumi porterà la quota di elettricità all’interno dell’energia ad aumentare progressivamente.
Il mito del nucleare come fonte di energia stabile e continua
Molto del dibattito sul nucleare gira attorno al concetto di carico base. I sistemi elettrici devono mantenere in equilibrio la domanda (quanta energia usiamo in un dato momento) e l’offerta (quanta ne produciamo). Finora questo equilibrio è stato garantito grazie alla flessibilità dal lato dell’offerta, abbinando due tipi di impianti. Ci sono centrali (tipicamente a gas o idroelettriche) capaci di aumentare o diminuire rapidamente la produzione per riflettere ai cambi della domanda. E ce ne sono altre la cui produzione rimane tendenzialmente fissa – come quelle a carbone o, appunto, nucleari. L’energia generata da queste ultime è detta carico base. Secondo i fautori del ritorno dell’atomo, il nucleare è indispensabile per una rete decarbonizzata perché le rinnovabili più diffuse ed espandibili, solare ed eolico, non possono assolvere a questo ruolo. La loro produzione dipende infatti da fattori esterni quali la presenza di sole e di vento.
«Ma questo è un errore, perché si continua a pensare al funzionamento delle reti odierne, costruite attorno alle fonti fossili», spiega ancora Ruggieri. «In un sistema dove eolico e solare hanno un ruolo centrale, questo cambia. Né le pale eoliche né i pannelli fotovoltaici né le centrali nucleari sono flessibili. In una rete tradizionale, quindi, non possono fare da sole quel lavoro di equilibrio così indispensabile. Un sistema elettrico decarbonizzato deve ricorrere in ogni caso ad altri sistemi. L’idroelettrico, ovviamente, ma anche le batterie e le connessioni internazionali. In Europa abbiamo un surplus di produzione solare a sud in estate e un surplus di produzione eolica a nord in inverno. Quindi serve connettere le reti nazionali. Poi c’è la gestione della domanda, che diventa anch’essa flessibile a differenza di come accade oggi. In questo, poter contare o meno sul carico base del nucleare è assolutamente indifferente».
Tempi e costi delle centrali nucleari: il vero problema
Quando si parla di nucleare in un Paese come l’Italia, che non lo possiede, inevitabilmente si finisce col discutere dei tempi e dei costi dell’avvio di nuove centrali. La Francia è il Paese europeo che più ci ha investito nelle ultime decadi, con il programma Epr dell’impresa statale Edf. Poche settimane fa la rivista Alternatives Économiques ha pubblicato una lunga inchiesta dedicata proprio al continuo lievitare dei capitali che questo programma ha richiesto per funzionare. Secondo i calcoli dei giornalisti francesi, in particolare il programma Epr2 – relativo a sei reattori – potrebbe arrivare alla notevolissima cifra di 250 miliardi di euro: tre volte quanto previsto inizialmente.
Questo boom dei costi è dovuto, scrive Alternatives Économiques, a una serie di fattori. Si parla di ritardi nella costruzione, stime effettuate senza tenere in conto l’inflazione, interessi sui prestiti ricevuti, proiezioni irrealistiche dei ritorni economici che le centrali genereranno una volta in funzione. Il modello negativo è quello della centrale nucleare di Flamanville, in Normandia. Ha accumulato dodici anni di ritardo e il suo costo di costruzione è quadruplicato tra il 2006 e il 2022.
Nucleare e decarbonizzazione: i tempi non coincidono
La questione dei tempi è intrinsecamente legata all’efficacia del nucleare nel contribuire a mitigare i danni della crisi climatica. Nel ridurre le emissioni, infatti, il quando conta. Raggiungere entro il 2050 la carbon neutrality, cioè il punto in cui le poche emissioni rimanenti vengono riassorbite, è solo un pezzo del lavoro. Un conto è ridurre gradualmente i gas serra climalteranti nel corso dei decenni. Un altro è continuare a immetterne in atmosfera, per poi farli crollare giusto prima della data limite. Con effetti ben peggiori in termini di stabilità dell’atmosfera e quindi alluvioni, incendi, desertificazione.
«L’esperienza dei Paesi con economie mature degli ultimi venticinque o trent’anni è fallimentare», spiega Ruggieri. «Eolico e fotovoltaico sono molto più veloci ed economici rispetto alle centrali nucleari». Secondo il professore, l’unica eccezione viene da contesti molto diversi come la Cina «dove le autorizzazioni e i controlli sono molto più semplici, ed è lo Stato a finanziare, programmare, gestire». Da anni si fanno ricerche su modelli diversi di produzione nucleare. In particolare i piccoli reattori modulari, che dovrebbero garantire la fissione su scala molto ridotta, e la fusione nucleare, che permetterebbe di emanciparsi dal problema delle scorie e degli incidenti classici. «Ma né l’una né l’altra esistono ancora», conclude Ruggieri.
Il nucleare distrae: intanto i combustibili fossili continuano a essere estratti e bruciati
Il governo Meloni, per bocca del ministro Fratin, ha spiegato che il nucleare è indispensabile per la transizione. Ma allo stesso tempo l’esecutivo sta investendo su nuove infrastrutture fossili e, a livello europeo, è particolarmente attivo nel tentativo di smantellare i piani di decarbonizzazione.
Anche il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di spingere l’acceleratore sul nucleare, ma nel mentre sta boicottando lo sviluppo delle rinnovabili e liberalizzando l’estrazione di fossili in ogni dove. «Il fenomeno politico a cui assistiamo è una saldatura tra chi spinge sulle rinnovabili e chi spinge su carbone, petrolio e gas», conclude Ruggieri. E questa saldatura, in ogni caso, non salverà il Pianeta.
Fumo negli occhi è la rubrica di Valori.it che racconta le scorciatoie climatiche: tecnologie e narrazioni che rassicurano, mentre spostano in avanti le scelte che contano.




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