Oltre il grigio dell’acciaio, Taranto è una città di mare
Officina MareMosso trasmette ad adolescenti e giovani adulti di Taranto il mestiere di maestro d'ascia e gli antichi saperi del mare
Chi conosce Taranto solo dai giornali e dai titoli dei TG immagina una città industriale, in cui la monocultura dell’acciaio ha forgiato anche le strade. In cui il grigio dell’inquinamento e il rosso delle polveri occupano il campo visivo. La vicenda che da cinquant’anni caratterizza la città è talmente estremizzata, l’idea della monocoltura industriale talmente radicata, da aver spinto a dimenticare un dato fondamentale: Taranto è una città di mare. Anzi, è una città che di mari ne ha due. E che per millenni ha legato la sua storia proprio al mare e alle sue professioni.
Ricordarlo oggi a maggior ragione ha senso. Lunedì 5 ottobre la Corte d’appello di Milano ha respinto anche la seconda sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia contro la chiusura dell’area a caldo, decisa a fine luglio e già confermata a inizio settembre con il rigetto della prima richiesta. A luglio la Corte aveva accolto il reclamo di un gruppo di cittadine e cittadini e dell’associazione Genitori Tarantini che denunciavano, per l’ennesima volta, emissioni nocive e polveri sottili. E il carico di malattie e morti che, da troppi decenni, affligge la città in nome di una non più sostenibile priorità produttiva. Sembra praticamente certo che lo stabilimento si fermerà questo 28 ottobre: senza area a caldo non può produrre nulla. L’ultimo appiglio è il ricorso straordinario di Ilva e Acciaierie d’Italia: la Cassazione ha fissato l’udienza per il 20 ottobre, otto giorni prima dello spegnimento.
Al netto delle valutazioni possibili sul ricatto tra salute e lavoro, si apre un discorso diverso sul destino della città. Per Taranto esiste una strada obbligata? È possibile emancipare la città da quella che sembra una maledizione e immaginare un futuro diverso? Forse c’è un errore prospettico e no, non è possibile immaginare un solo futuro in grado di colmare il vuoto lasciato da cinque decenni e decine di migliaia (un tempo, adesso non esistono più) di posti di lavoro.
Forse la risposta è invece che ci sono tanti futuri possibili e diventano tutti chiari, intellegibili, appena si prova a guardare oltre la coltre di fumi e di acciaio. È da queste considerazioni che prende le mosse la storia dal futuro di oggi, quella di Officina MareMosso. Me l’ha raccontata il suo fondatore, Francesco Sisto.
Un cantiere navale sociale nel cuore di Taranto
Officina MareMosso è un cantiere navale sociale. Si trova in un capannone ottocentesco della zona di Porta Napoli, a poche centinaia di metri dal Ponte di Pietra e dalla stazione. Qui si restaurano e si costruiscono barche in legno con le tecniche di un tempo. Si impara il mestiere dei maestri d’ascia, i carpentieri che costruiscono gli scafi. Il primo grande lavoro è stato il recupero dello Squalo, un cutter (barca a vela), costruito nel 1958. A guidare i lavori, all’inizio, sono stati alcuni degli ultimi maestri d’ascia rimasti in città.
Il progetto è nato dall’idea di tenere insieme due cose che a Taranto, per decenni, sono andate separate. Il sapere del mare, ridotto a patrimonio familiare o mestieri di nicchia, e il futuro dei ragazzi più esposti al rischio di devianza. Per questo, accanto al restauro c’è la convenzione con il Dipartimento per la giustizia minorile che permette ad alcuni minori dell’area penale di cimentarsi in attività lavorative retribuite. E c’è un’attività culturale più ampia, con workshop sulla marineria d’epoca, spettacoli teatrali, letture e serate musicali. Nell’idea di MareMosso il legno è la materia di lavoro, ma anche la scelta di campo: un modo di ricollegare tecniche antiche al contesto tecnologico di oggi.

Officina MareMosso cambia il racconto su Taranto
Sisto è architetto, ha studiato e vissuto lontano dalla sua città. Nel 2016 ha deciso di tornare per aprire «una realtà che potesse rompere una narrazione investendo su una risorsa del territorio». L’anno dopo, nel 2017, nell’ambito delle politiche giovanili della Regione Puglia, nasce Officina MareMosso. Oggi è un collettivo che si occupa di conservare, divulgare e diffondere la cultura marinaresca. «Non la pesca o la molluschicoltura – specifica – ma i mestieri tradizionali legati a portualità e cantieristica». MareMosso è un’associazione del terzo settore, ma anche un ente commerciale, con professionisti a partita Iva e collaboratori contrattualizzati.
Lavora con adolescenti e giovani adulti, all’incirca tra i 15 e i 22 anni. «È la fascia più esposta al rischio di marginalizzazione ed esclusione sociale», dice. «Con chi vive situazioni di disagio sociale o rischia la dispersione scolastica, il mare è soprattutto un pretesto. Le barche e i cantieri sono il contenitore in cui allenarsi a relazioni sane, tra pari e con la gerarchia, intesa non in senso militare ma come rispetto dei ruoli. Vogliamo essere una palestra di inserimento all’interno della società».
Portare nei cantieri adolescenti e giovani adulti a rischio di marginalità
All’inizio c’erano corsi veri e propri con orari dedicati ai gruppi di ragazzi segnalati e attività tarate su di loro. «Ma c’era un problema», spiega Sisto: «Chiuso il progetto, l’utente sostanzialmente veniva abbandonato». Così MareMosso ha cambiato metodo: ha portato i ragazzi dentro i cantieri. «Noi abbiamo un lavoro da fare, un lavoro reale che ha un committente, un tempo di esecuzione, una consegna e un ritorno economico. Il ragazzo partecipa al cantiere con noi».
Il cantiere diventa l’occasione formativa, arricchita da attività collaterali come l’addestramento velico e da attestati di frequenza e formazione che i ragazzi possono spendere altrove. Questo, racconta, è stato un successo in quasi tutti i casi. Anche i ragazzi più oppositivi, a un certo punto, abbandonano ogni pregiudizio. «Quello che si sta facendo prende il sopravvento. L’imbarcazione in costruzione diventa la priorità di chi la costruisce». Resta il limite strutturale della continuità: «Su dieci ragazzi, al massimo possiamo pensare di dare continuità a uno, due di loro».

La difficoltà nel dare un seguito ai percorsi iniziati con Officina MareMosso
Dal 2019, quando il lavoro di Officina MareMosso con i più giovani è diventato continuativo, l’associazione ha coinvolto circa cinquecento adolescenti e giovani adulti. Nel 2019 è arrivato l’accordo con il Dipartimento di giustizia minorile e da tre anni c’è una collaborazione con l’Istituto nautico di Taranto. Qualcuno di loro ha provato a entrare nella cantieristica navale, tant’è che Fincantieri ha chiesto nominativi per un colloquio preliminare. Poi, però, i ragazzi diventano adulti e il contatto si perde.
Succede anche alle storie più riuscite. Sisto ricorda un ragazzo poco più che maggiorenne, già con due figli e agli arresti domiciliari, che poteva uscire di casa solo per andare in cantiere. «Era un leader, uno di quelli che, scolarizzato, sarebbe diventato una persona che definiamo “di successo”. In due anni è diventato una sorta di capocorso per i nuovi arrivati. È stato portato anche nei lavori esterni e per un periodo ha davvero considerato una vita alternativa. Poi è uscito dal radar dell’associazione. Da casi come questo è nata l’idea di strutturare meglio il percorso: dobbiamo dargli un’alternativa che vada oltre noi».

Non un’alternativa all’acciaieria, ma una possibilità in più per Taranto
Impossibile, in questi giorni, parlare con un tarantino senza che la conversazione vada a finire sui destini dell’acciaieria più grande d’Italia. Ho chiesto a Sisto se recuperare una vocazione del mare, dopo mezzo secolo di acciaio, sia una scelta consapevole. Se esperienze come la sua possano essere una risposta a quello che sta accadendo.
Mi risponde in maniera articolata, ma molto netta: «Non esiste un’alternativa a una fabbrica che ha impiegato decine di migliaia di persone per cinquant’anni e ha plasmato la città. Quando arriva una realtà così imponente, inevitabilmente sostituisce tutto». Perché, spiega, offre garanzie di occupazione che la gran parte della popolazione coglie subito, mossa più dall’esigenza che dalla vocazione.
I mestieri del mare, come quello del maestro d’ascia, hanno perso così due generazioni: «Chi poteva scegliere sceglieva la fabbrica». Per questo, dice, «non ci poniamo in antitesi, non ci poniamo in contrapposizione», ma come esempio di possibilità. «Nessun territorio è monoculturale», e quella di Taranto è una storia di tremila anni, non di cinquanta.
Salpare anche in condizioni avverse, la scommessa di Officina MareMosso
A Napoli c’è un detto che, in questa sede, mi è impossibile riportare in maniera letterale. Il senso è più o meno questo: «Quando il mare è calmo, tutti sono bravi marinai». Sisto mi dice che è proprio questo adagio popolare ad aver ispirato il nome di Officina MareMosso: «Quando il mare è mosso, in pochi si mettono in mare, perché non sai mai dove arrivi o se arrivi». Così, l’intenzione di salpare nonostante le condizioni avverse diventa una dichiarazione d’intenti: «Proviamo a dare una risposta, non la soluzione».
Anche perché quando si apre una strada nuova si sbaglia, e tanto. «Siamo la nave rompighiaccio di ogni esperienza: arriviamo per primi, non perché siamo più bravi, ma perché nessuno ha mai provato», dice. Qualche soddisfazione, però, è arrivata. Nelle prossime settimane l’associazione consegnerà alla Marina militare una lancia di quelle che si imbarcano sulle navi scuola Vespucci e Palinuro, costruita insieme ai ragazzi. Di solito commesse come questa vanno a cantieri molto più grandi e strutturati.

Recuperare gli antichi saperi del mare per formare i professionisti del futuro
Perché MareMosso è una storia dal futuro? Sisto parte da lontano: «Credo che il futuro sia la riscoperta delle origini». Nessuno si inventa più niente, dice, e il futuro vero viene dal guardarsi attorno e dal ricavare qualcosa da ciò che il proprio territorio ha già vissuto.
I fatti, continua, gli danno ragione. Gli scafi in plastica costruiti dagli anni Sessanta hanno una scadenza, stanno finendo la loro vita utile e sono altamente inquinanti. Il legno e i materiali naturali tornano in gioco; in Cina si sperimentano da anni cargo a vela. Formare professionisti capaci di gestire un’imbarcazione dall’inizio al varo significa dare gli strumenti a figure già oggi richieste dall’industria: «Costruire dei professionisti del futuro».
Non sarà questo il futuro che riempie il vuoto lasciato dall’acciaio, e Sisto è il primo a escluderlo. Ma forse è uno dei tanti che compaiono, appena si prova a guardare oltre la coltre di fumo che si è mangiata una città, e si vede il mare.
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