L’acciaio non abbandona il carbone: il rapporto che smonta le promesse green del settore
Mentre le scadenze climatiche si avvicinano, l'industria dell'acciaio accelera nella direzione sbagliata: quella del carbone
Il settore siderurgico è responsabile dell’11% delle emissioni globali di CO2. Eppure, secondo il sesto rapporto annuale di Global Energy Monitor (Gem) dedicato all’industria dell’acciaio, intitolato “Pedal to the Metal 2026“, la sua traiettoria va nella direzione opposta a quella imposta dagli accordi climatici internazionali. I dati sono inequivocabili: le nuove capacità produttive basate sul carbone superano le dismissioni, e la finestra per invertire la rotta si sta chiudendo.
Più altoforni, non meno
Il cuore del rapporto è un paradosso industriale. A livello globale, sono attualmente in fase di annuncio o costruzione 319 milioni di tonnellate/anno (mtpa) di nuova capacità da altoforno a carbone, il 5% in più rispetto all’anno precedente. A questi si aggiungono altri 80 milioni di tonnellate degli impianti esistenti che stanno pianificando o eseguendo il cosiddetto relining, ovvero il rifacimento del rivestimento interno: un intervento che, con una durata media di 15-20 anni, segnala l’intenzione esplicita di tenere in funzione queste strutture ad alte emissioni per decenni. Sul fronte opposto, solo 141 milioni di tonnellate di capacità operativa ha annunciato piani di dismissione. Il saldo netto atteso entro il 2035 è dunque una crescita di 88 mtpa di capacità da altoforno. Non una riduzione.
È quello che il rapporto chiama coal lock-in: un blocco strutturale in cui investimenti già decisi, infrastrutture già costruite e capitali già allocati rendono la transizione sempre più difficile da avviare. Ogni relining, ogni nuovo altoforno approvato è un vincolo che durerà infatti vent’anni.
I progressi esistono, ma sono insufficienti
Non mancano segnali positivi. La tecnologia EAF, i forni ad arco elettrico che fondono rottame ferroso usando elettricità e che, se alimentati da fonti rinnovabili, permettono di abbattere drasticamente le emissioni, ha aumentato la propria quota di capacità operativa globale dal 33 al 34% nell’ultimo anno. Tali sistemi rappresentano ormai il 50% della capacità siderurgica in sviluppo. Anche gli annunci di nuova capacità di riduzione diretta del ferro a idrogeno verde sono in aumento.
Il problema è che gli annunci restano spesso tali. Solo il 2% della capacità di riduzione diretta del ferro usa oggi davvero idrogeno verde, pari a 4 milioni di tonelllate/anno su scala globale. Il 19% della capacità pianificata dichiara l’intenzione di usare idrogeno all’avvio, ma, avverte Gem, queste intenzioni non diventeranno realtà senza un cambiamento radicale nell’infrastruttura disponibile.
L’idrogeno verde, prodotto per elettrolisi dell’acqua con energia rinnovabile, è ad oggi la tecnologia più promettente per decarbonizzare la produzione di acciaio primario, ma la sua diffusione si scontra con costi ancora elevati e reti di distribuzione quasi inesistenti.
India e Cina: due giganti, due problemi diversi
Il destino dell’acciaio globale si decide sostanzialmente in due Paesi, che insieme pianificano l’86% di tutta la nuova capacità da altoforno a carbone. L’India ha ormai superato la Cina come principale motore dello sviluppo siderurgico mondiale: è responsabile del 42% di tutta la capacità in sviluppo e di quasi due terzi (62%) della nuova capacità produttiva a carbone a livello globale. Il 93% della capacità produttiva in sviluppo nel paese utilizza tecnologia coal-based (basata cioè sul carbone come fonte di energia). C’è però uno spiraglio: solo il 5% di questi impianti ha effettivamente avviato i cantieri, lasciando ancora aperta una finestra per riorientare gli investimenti verso tecnologie più pulite.
In Cina la situazione è diversa e per certi versi più preoccupante. Il Paese rimane il leader assoluto per capacità operativa installata, ma la sua crescita sembra stabilizzarsi. Il vero nodo è la mancanza di piani di dismissione: circa il 94% della sua gigantesca capacità da altoforno non prevede alcuna chiusura. La nazione asiatica è il secondo maggiore sviluppatore netto di nuova capacità da altoforno dopo l’India.
Cosa accade negli Stati Uniti e in Europa
Il rapporto dedica spazio anche agli Stati Uniti, dove il parco impianti operativo è già per lo più basato su forni ad arco elettrico (74%), una quota significativamente più alta della media globale. Tuttavia, il ritiro dall’Accordo di Parigi e i cambiamenti nella politica federale del 2026 hanno già prodotto effetti concreti: aziende come Cleveland-Cliffs hanno abbandonato progetti basati sull’idrogeno, tornando a puntare sull’estensione della vita degli impianti alimentati a carbone.
In Europa, il quadro è più articolato. L’Unione europea ha presentato nel marzo 2025 un Piano d’azione per l’acciaio e i metalli, inserito nel Clean Industrial Deal, che prevede investimenti pubblici per 150 milioni di euro nel 2026-27 attraverso il Fondo per il carbone e l’acciaio e fino a 100 miliardi nella fase di espansione su larga scala tramite una Banca per la decarbonizzazione industriale. Il Meccanismo di adeguamento delle emissioni alle frontiere, entrato pienamente in vigore nel 2026, punta a disincentivare l’importazione di acciaio ad alte emissioni da Paesi terzi.
L’Italia si trova in una posizione relativamente favorevole: circa il 90% della produzione siderurgica nazionale avviene già tramite forno elettrico, riducendo strutturalmente l’impronta carbonica del settore. Ma anche qui restano sfide aperte: la disponibilità di energia rinnovabile in quantità sufficiente a coprire i consumi elevati dei forni elettrici e, sullo sfondo, il caso irrisolto dell’ex Ilva di Taranto, dove il piano industriale in discussione prevede la sostituzione degli altoforni con forni elettrici entro il 2027.
Un decennio per orientare il settore siderurgico a lungo termine
Il messaggio di fondo di “Pedal to the Metal 2026” è che il prossimo decennio è l’ultima finestra utile per intervenire. Le decisioni di investimento prese oggi determineranno il profilo emissivo del settore per i prossimi vent’anni. Senza una rapida accelerazione nell’infrastruttura dell’idrogeno verde, una revisione critica dei progetti basati su carbone ma non ancora avviati, soprattutto in India, e senza un utilizzo più efficace della capacità a forno elettrico già esistente, il settore siderurgico globale rischia di diventare uno dei principali ostacoli alla transizione energetica. Con un ancoraggio al carbone difficilmente reversibile.
Accanto all’idrogeno verde e ai forni elettrici alimentati da rinnovabili, esistono altre tecnologie di decarbonizzazione, ma ciascuna presenta limiti significativi. La cattura e stoccaggio della CO2 (Ccs) applicata agli altoforni esistenti, ad esempio, potrebbe in linea teorica ridurre le emissioni senza smantellare gli impianti, ma i costi sono proibitivi (fino a cinque miliardi di dollari per impianto). Soprattutto non azzera le emissioni, limitandosi a ridurle. Il che non basta.
Nel breve e medio termine, dunque, la transizione passa obbligatoriamente per i forni elettrici e per l’idrogeno verde, e il ritardo nell’infrastruttura di quest’ultimo è il vero nodo irrisolto.




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