Alessandro Leogrande ci insegna ancora a leggere e scrivere il mondo

La Scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande raccoglie l'eredità ideale del giornalista e scrittore scomparso nel 2017

© Fondazione Giuseppe Di Vagno

Questa Storia dal futuro comincia il 1 luglio 1920, quando un gruppo di proprietari terrieri pianificò e mise in atto l’eccidio dei braccianti che avevano prestato il proprio sudore al lavoro nei loro campi. E chiedevano di essere pagati. Ma forse inizia invece negli anni Ottanta, nelle assolate giornate dell’estate di Gioia del Colle, mentre un bambino giocava nella masseria di famiglia, ignaro di essere figlio di quella vicenda di sangue. O potremmo collocarne l’inizio la sera del 26 novembre 2017 quando quel bambino, ormai cresciuto, si è addormentato nella sua casa di Roma e non si è più svegliato, lasciando amici, parenti e colleghi attoniti, e un vuoto enorme nel panorama culturale di questo Paese.

Come riempire il vuoto lasciato da Alessandro Leogrande

La perdita di Alessandro Leogrande è stata un duro colpo per chi lo conosceva, ma anche per tante e tanti che divoravano i suoi libri, ascoltavano la sua voce via radio, leggevano le sue riflessioni su Lo Straniero e sugli altri giornali. Un vuoto del genere non può esser riempito solo col ricordo. Impone un’assunzione di responsabilità, l’attivazione diretta per ritrovare il filo della lezione che ha smesso di trasmetterci troppo presto. Questo è l’elemento fondamentale dal quale partire per capire la storia della Scuola di reportage Narrativo Alessandro Leogrande, la cui prima edizione si è tenuta a Conversano, tra dicembre 2023 e marzo 2024, a cura della Fondazione Giuseppe Di Vagno.

«Raccontare il nostro legame con Leogrande – mi spiega Piero D’Argento, consigliere d’amministrazione della Fondazione – significa intercettare i diversi fili che hanno intrecciato i nostri percorsi. È stato per tanti anni nel comitato scientifico della Fondazione, l’organo che si esprime sulle attività e le politiche culturali. Ha partecipato a molte iniziative, era nostro amico. Credo che questo rapporto sia stato importante anche per la sua attività di ricerca: indubbiamente è stato un arricchimento per la Fondazione».

La difesa degli istituti culturali

In Uomini e Caporali è presente anche Giuseppe Di Vagno. Leogrande riporta il discorso che il deputato socialista, ammazzato nel settembre 1921, fece ai funerali delle sei vittime dell’eccidio di Marzagaglia. In quella stessa strage, tra i proprietari, scoprì da adulto, era coinvolta la sua famiglia. «Anche questo è un nodo che ci lega – spiega Piero –. È un percorso di documentazione e studio che ha condiviso con la Fondazione». 

«In una fase di attacco agli istituti culturali – interviene Francesco Romito, direttore della scuola di reportage narrativo – lui è stato tra gli intellettuali che hanno difeso questi luoghi e il  loro ruolo per la memoria storica ma soprattutto per la proposta culturale sul territorio». Secondo Francesco, il giornalista ha inteso il patrimonio archivistico della Fondazione come qualcosa di vivo, ancora capace di parlare al presente: «Ha valorizzato questo luogo non solo dicendo quanto valeva, ma dimostrando a cosa serve». 

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© Fondazione Di Vagno

«Era un punto di riferimento. Figure così le percepisci come eterne nel tuo orizzonte politico culturale»

La scuola è solo una delle proposte culturali elaborate dalla Fondazione. Iniziative territoriali come il festival Lector in Fabula, la Scuola di Buona Politica, il Premio Di Vagno e tutta la costellazione di eventi di divulgazione scientifica, culturale e politica: appuntamenti che ogni anno portano in una piccola città della provincia barese persone da tutta Italia. Che aprono momenti di confronto che incidono sul dibattito culturale nazionale. 

Francesco ha conosciuto Leogrande innanzitutto leggendolo, ma ha avuto modo di averci a che fare dal vivo per diverse edizioni di Lector in Fabula. «È stata una fortuna – racconta – perché quando mi sono trasferito a Roma l’ho rivisto diverse volte. Sempre in contesti di gruppo, mi limitavo ad ascoltare in maniera ossequiosa. Era un punto di riferimento. Figure così le percepisci come eterne nel tuo orizzonte politico culturale. Penso che questa scuola nasca da questo debito nei suoi confronti. Non è che lo stiamo colmando (ride, ndr) ma almeno proviamo a ricambiare». 

«Per noi era un maestro – aggiunge Piero – per il suo modo di considerare il meridionalismo come la storia di battaglie politiche e culturali in cui questa terra, le persone che l’hanno abitata, sono stati protagonisti. Spesso tutto questo è ridotto a una tradizione da custodire nelle biblioteche e negli archivi. Alessandro ha dimostrato che quella storia non è fatta per prender polvere, serve per raccontare l’oggi, il presente, e indicarci una rotta, una traiettoria, per il futuro».

Come nasce la scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande

«Abbiamo deciso di costruire una scuola di reportage narrativo pensando a quel racconto che Alessandro esprimeva in maniera eccelsa. Che porta al centro le contraddizioni più forti del nostro tempo, con una qualità di scrittura che ambisce a essere letteraria, si fa leggere come i grandi romanzi del Novecento».  

Questo sforzo oggi è fondamentale tanto più per chi gestisce un’istituzione culturale: cercare nuove forme di espressione e fruizione del patrimonio storico-culturale per evitare di «diventare un museo delle cere». Chi lo ha conosciuto pensa – e credo anch’io – che Alessandro sia stato tra i migliori autori italiani in grado di farlo. Costruire la scuola è stato come chiudere un cerchio.

«Penso avessimo ragione – continua Piero – anche per l’accoglienza che l’idea ha trovato. Sono stati tutti entusiasti: la Regione Puglia, che ci ha fornito un piccolo finanziamento, così il pubblico: abbiamo ricevuto più di sessanta domande di iscrizione senza praticamente fare pubblicità».

Cercare nuove grammatiche di confronto con il mondo

La classe formata è motivo di orgoglio per gli organizzatori, come racconta Piero: «Volevamo creare un gruppo di persone che comprendesse gli obiettivi della scuola, avesse la disponibilità, anche emotiva, di lavorare su un materiale molto denso, di raccontare i conflitti del nostro tempo. E volevamo che fossero giovani, non a caso l’abbiamo resa gratuita per gli under 35: lo sguardo delle nuove generazioni è importante, è strategico».

«Ci siamo interrogati – continua Francesco – sull’accessibilità della proposta formativa. Volevamo rispecchiasse la prospettiva della Fondazione sul proprio lavoro culturale ma fosse permeabile, capace di essere attraversata e messa in discussione da chi la viveva. Abbiamo davvero provato ad aprire tutto». La scuola, sostiene, è stata generativa: ha creato reti, relazioni, tra chi ha partecipato, le reti da cui proveniva, i docenti e i loro contesti professionali di appartenenza. Gli intellettuali, i giornalisti, gli informatori coinvolti hanno interagito col programma, la scuola è cresciuta insieme a chi la organizzava e a chi la frequentava. 

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© Fondazione Di Vagno

«Sentiamo la responsabilità di essere all’altezza della sua testimonianza»

«Quando si incontrano le persone che hanno conosciuto Alessandro – raccontano – si percepisce che sono state toccate dalla sua intelligenza e che sentono di avere un debito con lui: si mettono a disposizione senza riserve, assumono su di sé l’impegno a proseguirne il lavoro. Questo ci ha facilitato, ma ci ha anche imposto la responsabilità di essere all’altezza della sua testimonianza». 

«Abbiamo lavorato tanto sui linguaggi, poco sulle metodologie. Ci interessava cercare nuove grammatiche di confronto col mondo», spiega Francesco. Con il mondo in senso lato, perché le persone selezionate non erano solo giornalisti. Formatori, psicoterapeuti, traduttori, operatori sociali e culturali: la classe era composta da diverse professionalità. «Pensiamo – spiega Francesco – che rispetto alla narrazione ci sia una questione deontologica trasversale. Riguarda tutti: siamo chiamati in causa a ragionare su come si raccontano le cose». 

Non esiste, ci tengono a specificare, un metodo Leogrande. Ci sono piuttosto «una serie di tracce, di cocci, nei suoi testi», che rappresentano un’ambizione, uno sforzo. A storicizzare la cronaca, riconoscendone la complessità, capendo da dove viene; a «far dialogare i nonni con i nipoti»; a intercettare, attraverso gli eventi microscopici che finiscono nel dimenticatoio delle cronache locali, le grandi trasformazioni globali; a orientarsi in una prospettiva morale e politica ben definita senza farne un’ideologia, usandola per mostrare al lettore la necessità di un quadro d’insieme per i fatti raccontati, per amplificare la voce degli invisibili, degli oppressi.

Questo punto è fondamentale: non si tratta di dare voce, ma di amplificarla. Lo sguardo di Leogrande, di cui Francesco e Piero parlano, non si pone al posto delle figure che racconta: fa loro da detonatore. Per farlo, chiariscono, servono rigore etico e passione militante. «Non si tratta solo – chiarisce Francesco – di condivisione di strumenti narrativi ma anche della necessità di agire all’interno dei contesti che si raccontano».

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© Fondazione Di Vagno

Comincia una storia

L’ultimo modulo della scuola è stato a Gioia del Colle, alla Masseria Marzagaglia. Seduti a terra, di fronte alle feritoie dalle quali partirono i proiettili che uccisero i braccianti che chiedevano i propri salari, i partecipanti hanno ascoltato quel racconto dalla voce di Dina Montebello, storica e attivista del territorio, e di Marica Girardi, nipote di quel Girardi che ordì la strage. Il capitolo conclusivo della scuola è stata un’immersione dentro lo sguardo raccontato nei moduli precedenti. Senza appiglio, senza alcuna corda di sicurezza. Non è stato una conclusione ma l’inizio di una nuova storia

«Riuniti intorno al fuoco, quella sera abbiamo immaginato la scuola futuribile come prodotto di quelle radici antiche. Quest’anno siamo partiti da Tommaso Fiore e dal suo utilizzo del reportage narrativo come verifica dell’utopia, per testare le coordinate valoriali, politiche e ideologiche del sogno socialista. Adesso però – spiega Francesco – quei quadri di orientamento non esistono più. La scuola del futuro ragionerà del reportage narrativo come strumento di verifica della distopia: crollati tutti i punti di riferimento del Novecento, in dialogo con le opere di Alessandro capiremo come costruire nuove coordinate, esplorare nuove costellazioni».

«La storia di solito la raccontano i vincitori – dice Piero –. Con la scuola vogliamo formare persone in grado di raccontarla dal punto di vista dei vinti, così che gli sconfitti non siano più oggetto ma soggetto della narrazione. Questo è il punto di vista che vogliamo proiettare nel futuro». Questa, la storia del futuro che comincia. 


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