Alluvione in Romagna, tre anni dopo: l’equivoco della “messa in sicurezza”

Dal ciclone Minerva alle nuove piene del 2024-2025: cosa ha funzionato nella ricostruzione in Romagna e perché il rischio non si azzera, si riduce

Luca Lombroso
© Stefano Marzoli/iStockPhoto
Luca Lombroso
Leggi più tardi

L’alluvione che colpì la Romagna il 16-17 maggio 2023 è il peggior evento estremo in Italia degli ultimi vent’anni per estensione e danni. Tre anni fa la Romagna e parte dell’Emilia furono duramente colpite dal ciclone Minerva, una profonda depressione con minimo sul Mar Tirreno che convogliò verso l’Appennino romagnolo, e in parte verso quello emiliano, un vero e proprio “fiume atmosferico”. Le correnti sciroccali cicloniche diedero origine a una situazione che la bibliografia scientifica ha ora definito “cul de sac”, vicolo cieco, ma che di fatto è nota da tempo.

Su questo evento si potrebbero snocciolare moltissimi numeri: ne citiamo solo alcuni, premettendo che variano a seconda delle fonti e del metodo di conteggio. A esondare non fu un singolo fiume, ma ben 23 fra fiumi e torrenti – tra cui Lamone, Senio, Santerno, Sillaro, Idice, Savio e Montone – oltre a svariati canali minori. E non si trattò di una sola alluvione, ma di due in quindici giorni: l’evento fu infatti preceduto da quello, meno esteso ma già molto dannoso, del 2-3 maggio 2023. Vanno ricordati un centinaio di comuni coinvolti, 36mila persone evacuate, 280 frane e circa venti vittime.

Alluvione in Romagna e clima: cosa dice (e non dice) la scienza

Sono decine le pubblicazioni scientifiche prodotte in questi tre anni, dedicate agli aspetti più diversi: meteorologici, climatici, ambientali, agricoli e sanitari.

Sul fronte dei cambiamenti climatici, una risposta scientifica sull’attribuzione diretta ancora non c’è. Come abbiamo spesso ricordato, ascrivere un evento estremo ai cambiamenti climatici è un’operazione complessa e non univoca. Un primo rapporto a risposta rapida di World Weather Attribution, non sottoposto a revisione peer review, fornì una risposta vaga, parlando di un ruolo limitato del cambiamento climatico e lasciando però perplessi altri scienziati. Lo studio sulla meteorologia dell’evento “A cul-de-sac effect makes Emilia-Romagna more prone to floods in a changing climate” di Scoccimarro et al. non affronta direttamente l’attribuzione, ma osserva che, in termini generali, l’aumento dei cicloni stazionari o lenti e devastanti come Minerva risulta coerente con i cambiamenti climatici, e in particolare con un mar Mediterraneo più caldo.

Dagli studi dedicati ad altri aspetti emerge poi che l’alluvione ha avuto forti impatti ambientali ed ecosistemici. Il recupero delle condizioni ecoambientali è stato solo parziale e spesso sono nati equilibri nuovi, diversi da quelli precedenti.

Tre eventi estremi in 18 mesi: i record di pioggia in Romagna

Dicevamo che nessuno studio ha dimostrato in modo conclusivo che l’evento meteo all’origine dell’alluvione sia attribuibile ai cambiamenti climatici. Il fatto che non sia dimostrato non toglie però nulla alla straordinarietà dell’accaduto, né significa che una correlazione coi cambiamenti climatici non esista. Le evidenze statistiche sulle precipitazioni, del resto, faticano a emergere proprio a causa della loro grande variabilità. Sulla Romagna, in particolare, c’è però un dato di fatto indiscutibile: le piogge sulle 24 ore e su più giorni non solo sono state da record, ma quel record è stato più volte superato da eventi successivi nel giro di soli 24 mesi. Almeno tre eventi estremi in due anni devono indubbiamente farci riflettere.

Prendiamo come esempio la stazione meteo Arpae Emilia Romagna di San Cassiano sul Lamone, nel Comune di Brisighella, in provincia di Ravenna, che dispone di molti anni di dati.

Nel periodo 1961-2024, fino al 2 maggio 2023, il massimo storico di precipitazioni in 24 ore era di 116,2 mm, registrato il 12 giugno 1994. Il 3 maggio 2023 quel record viene battuto, con un nuovo picco giornaliero di 164,2 mm. Un record, di per sé, dice poco in climatologia; ma se viene superato appena 15 giorni dopo, quanto meno dovremmo rifletterci. Ed ecco che, puntuale, previsto e ben annunciato dall’allerta meteo rossa, l’evento inimmaginabile si verifica: il 17 maggio 2023 il pluviometro di San Cassiano sul Lamone raccoglie 196,8 mm in 24 ore.

«Non era prevedibile»: la percezione del rischio dopo le piene

Dopo questo evento, in molti affermarono – in incontri pubblici e post sui social – «sì, è vero, c’era allerta meteo rossa, ma non immaginavo un evento così estremo». Non sono le parole esatte, ma il concetto era più o meno questo. Diverse persone colpite dall’alluvione aggiunsero inoltre che si tratta in fondo di eventi centenari, o che si verificano addirittura ogni 500 anni, e che quindi non era pensabile potessero ripetersi a breve. Per un divulgatore era difficile dire pubblicamente che poteva accadere di peggio: quanto meno, si veniva presi per menagramo.

Purtroppo i fatti ci diedero ragione. Il 18 settembre 2024, a San Cassiano sul Lamone, le piogge in 24 ore raggiunsero addirittura i 285,6 mm. Nuove alluvioni colpirono la Romagna; e altri eventi estremi si verificarono il 18-19 ottobre 2024, stavolta con maggior impatto nel bolognese, e ancora, con caratteristiche un po’ diverse, a dicembre 2024 e marzo 2025.

Sono dati che devono far riflettere su come ciò che in passato era eccezionale, coi cambiamenti climatici, stia diventando una nuova normalità. E inviterebbero a ragionare anche sul tema delle allerta meteo e sul concetto di tempo di ritorno.

Ricostruzione in Emilia-Romagna: finanziamenti, rimborsi, ritardi

Un ricco comunicato stampa della Regione Emilia Romagna fa il punto, tre anni dopo, sulla ricostruzione: gli interventi realizzati e quelli ancora da fare, i rimborsi e i finanziamenti.

Le opere di urgenza, si legge, risultano sostanzialmente concluse. Ma i numeri del dopo emergenza sono davvero impressionanti: 6.011 interventi per la ricostruzione pubblica in regione, per un valore complessivo di 2,5 miliardi di euro. Le difficoltà, però, traspaiono: il comunicato afferma infatti che i cantieri più complessi sono in parte terminati, in parte in corso e in parte ancora in fase di progettazione, e che di questi ultimi solo circa un terzo dovrebbe avviarsi entro il 2026.

Sui rimborsi ai privati il comunicato snocciola numeri a volontà: 6mila contributi autorizzati per circa 300 milioni di euro, dei quali però effettivamente erogati poco più della metà, 172 milioni. I pagamenti avvengono a rate, il che spiega perché il numero di erogazioni superi quello delle autorizzazioni – e in parte spiega anche il malcontento della popolazione. Negli ultimi mesi il nuovo commissario Curci avrebbe accelerato l’iter, ma nella pratica resta ancora un divario significativo fra quanto promesso e quanto effettivamente erogato.

Impressionanti anche i numeri dell’impatto sull’agricoltura: 11mila aziende coinvolte e 160mila ettari di terreni danneggiati dalla furia delle acque. Molte aziende sono state colpite da due o più alluvioni, e in alcuni casi hanno avviato la ricostruzione anticipando i fondi di tasca propria. Per loro i rimborsi rischiano di non bastare.

Casse d’espansione, argini e paratie: gli interventi in campo

La Regione Emilia Romagna sembra muoversi verso un mix di soluzioni: nuove casse d’espansione, aree di laminazione, manutenzione dei fiumi, qualche delocalizzazione e numerose “opere grigie”, basate cioè sul cemento – rinforzo degli argini, muretti, briglie e così via. Per il 2026 i piani specifici presentati sono ancora pochi: uno riguarda ad esempio il fiume Idice, con 25 interventi per 84,5 milioni di euro. Altri pacchetti prevedono nuove aree di laminazione, l’adeguamento degli argini e opere di mitigazione del rischio. E “mitigazione”, come vedremo fra poco, è un termine qui usato in modo del tutto improprio.

Un bando in particolare merita un approfondimento: quello sui finanziamenti delle paratie antialluvione. Invocate e utilizzate in occasione delle tante allerta meteo degli ultimi mesi, sono state finanziate con 10 milioni di euro, poi saliti ad altri 14 visto il successo dell’iniziativa. Oltre 6mila le domande presentate. Le paratie, val la pena ricordarlo, possono però essere utili solo in caso di eventi modesti e allagamenti limitati, come quelli provocati da temporali e nubifragi: per i grandi eventi servono a poco, se non sono addirittura controproducenti. C’è di più: diffondere questo metodo di difesa scarica la gestione degli eventi estremi su un adattamento “micro-domestico”. Di fatto il cittadino si protegge da sé – e va bene così – ma il territorio resta vulnerabile.

Perché il rischio idraulico si riduce, ma non si elimina mai

Il vero equivoco, però, è lo slogan della “messa in sicurezza”. Molti documenti, bandi, dibattiti pubblici e richieste dei cittadini si sono incentrati sulla “messa in sicurezza” dei fiumi e del territorio. Oltre alle piene, del resto, va ricordato – senza poterlo qui approfondire per ragioni di spazio – tutto il capitolo delle frane, che hanno peraltro cambiato completamente la morfologia del territorio e, spesso, lo stesso corso dei fiumi.

“Messa in sicurezza” è un’espressione del tutto impropria, oltre che pericolosa e controproducente come concetto. Nella gestione del rischio è noto, infatti, che il rischio si può (e si deve) ridurre, ma non eliminare del tutto: tanto più in presenza di cambiamenti climatici. Più che di messa in sicurezza, dovremmo dunque parlare di riduzione del rischio, di adattamento ai cambiamenti climatici e di resilienza del territorio e delle persone.

Altro termine fuorviante è la “mitigazione delle alluvioni”. Quando si parla di cambiamenti climatici, “mitigazione” indica l’agire sulla causa, ovvero il ridurre le emissioni, mentre l’adattamento è l’agire sugli effetti. È però diffuso l’uso di “mitigazione” anche in riferimento alle opere di difesa: si parla così, ad esempio, di “laminazione per mitigare le alluvioni”.

Nutrie, vegetazione e cemento: i falsi colpevoli dell’alluvione

Sono moltissime le discussioni e i temi ancora aperti sull’alluvione. Tra i capri espiatori figurano gli animali fossori, quelli che scavano tane soprattutto negli argini. Le nutrie, in particolare, sono state oggetto di campagne di gestione a suon di fucile e caccia selettiva. Ma sul banco degli imputati sono finiti anche istrici e tassi, che alcuni studi scientifici indicano come causa delle alluvioni.

In realtà gli animali non sono la vera causa delle alluvioni, ma un fattore aggravante limitato ad alcuni casi: in Romagna, infatti, molti argini sono crollati per sormonto. Possono semmai diventare una concausa dove gli argini sono vecchi, mal monitorati, molto artificializzati o già lesionati. Resta comunque il fatto che, senza piogge straordinarie, i fiumi non sarebbero andati in piena.

Grande dibattito anche sulla vegetazione, accusata pure lei di essere all’origine delle alluvioni. Tagliarla via del tutto, come qualcuno invoca, avrebbe un impatto devastante a valle e perfino sul mare e sulle coste: aumento della velocità dell’acqua, erosione di argini e litorali, minor trasporto di sedimenti e così via. D’altra parte non va bene nemmeno il “non toccare nulla”, che può creare ostruzioni, accumuli di tronchi e situazioni di rischio in corrispondenza di ponti e sezioni critiche.

Il fiume non è un canale: serve una gestione sistemica

Il problema, qui, è il solito: pur nell’importanza della scienza, spesso gli esperti lavorano in modo settoriale e, soprattutto nel mondo ingegneristico, il fiume è visto come un’infrastruttura con il solo scopo di “trasportare acqua” da una zona all’altra. Alcuni interventi e alcuni progetti, realizzati forse sull’onda emotiva, hanno trasformato – o trasformeranno, nel caso dei progetti – i fiumi in canali, con conseguente perdita di biodiversità e di quelle aree verdi che svolgono un ruolo ecosistemico fondamentale. Manca insomma una vera gestione sistemica, capace di tenere insieme gli aspetti idraulici, idrogeologici, ecologici e biologici.

Tema discusso, infine, è la cementificazione. Nel caso della Romagna non può essere obiettivamente indicata come causa dell’alluvione: l’acqua scesa dalla montagna è stata enorme per quantità e i fiumi sono esondati in modo massiccio. Nel tempo, però, i fiumi sono stati sempre più stretti tra gli argini, e si è costruito – anche senza abusi – in aree troppo vicine ai loro corsi. Molte zone gravemente colpite, come a Faenza, sono quartieri residenziali, commerciali e industriali insediati anche di recente, nell’ambito di piani urbanistici approvati regolarmente ma spesso senza tenere conto né dei cambiamenti climatici in corso né degli eventi alluvionali del passato. In pratica, in Romagna, la cementificazione più che causa dell’alluvione ne è un’aggravante: aumenta la vulnerabilità e l’esposizione al rischio.

La domanda da porsi: il territorio è pronto al prossimo evento?

Sarebbero molti i temi da analizzare e discutere a proposito dell’alluvione in Romagna, ma anche delle altre che si sono succedute in questi ultimi tre anni. Ci limitiamo qui a una breve riflessione, lasciando al lettore la risposta.

Tre anni dopo, la domanda vera non è «quanto abbiamo ricostruito?», ma: «Stiamo preparando il territorio agli eventi del futuro?».

Nessun commento finora.

Lascia il tuo commento.

Effettua il login, o crea un nuovo account per commentare.

Login Non hai un account? Registrati