Come le armi sono rientrate nei fondi Esg e nella tua pensione

Dal 2022 i fondi Esg hanno riammesso le armi «convenzionali». Ecco come Sfdr, soglie di fatturato e punteggi di governance riportano la difesa nella tua previdenza

Risparmiatori di tutto il mondo armatevi © Jakob Owens/Unsplash

Il riarmo è un formidabile volano per la finanza, costruito su due elementi fondamentali e decisamente artificiali che si alimentano attraverso paura e spesa pubblica. Per cominciare a capire la straordinaria fortuna della finanza armata è quindi necessario analizzare due questioni: il rapporto prezzo/utili (P/E ratio) e il peso degli Etf (Exchange traded funds).

Cominciamo dal P/E ratio. Storicamente, i titoli della difesa erano considerati value con multipli bassi (P/E tra 10x e 14x), perché la crescita era lenta e legata a budget statali stagnanti. Oggi però la situazione è radicalmente cambiata: il settore viene scambiato come se fosse tecnologico. In Europa la media P/E 2026 risulta 22x-28x.

Rheinmetall, in particolare, viaggia su un P/E di circa 28x-30x. Gli investitori pagano un premio altissimo per la sua posizione dominante nei cingolati e munizioni. In altre parole il prezzo è trenta volte gli utili. I multipli sono alti rispetto alla media storica perché hanno ordini arretrati che arrivano a 7 o 10 volte il fatturato annuo. Si tratta di ordini quasi interamente dipendenti dalla spesa militare degli Stati, che dunque è alla base della bolla della finanza armata.

Il cambio di paradigma Esg che ha sdoganato la difesa

Ora concentriamoci sul peso degli Etf. L’afflusso di capitali verso gli Etf tematici sulla difesa è stato infatti uno dei principali motori del rialzo tra il 2024 e il 2026. Gli Etf dedicati alla difesa (come iShares U.S. Aerospace & Defense o il VanEck Defense in Europa) in questi due anni hanno visto raddoppiare o triplicare il loro patrimonio gestito. Si determina così un effetto volano.

Quando un grande Etf riceve capitali, deve acquistare proporzionalmente i titoli sottostanti. Poiché il mercato dei titoli della difesa non è vastissimo (ci sono poche decine di aziende rilevanti), l’acquisto massiccio da parte degli Etf spinge i prezzi verso l’alto indipendentemente dalle singole notizie societarie. Naturalmente le risorse dei grandi Etf provengono dai risparmiatori, a cominciare dai fondi pensione.

C’è stato poi un vero e proprio cambio di paradigma nei parametri Esg. Questo è il fattore chiave del 2026. Molti fondi d’investimento hanno rimosso la difesa dalla “black list” delle attività non etiche, classificando la protezione dei confini come una precondizione per la democrazia. Questo ha permesso a miliardi di euro di fondi pensione e fondi comuni di confluire negli Etf di settore, aumentando la liquidità e i prezzi.

In pratica, gridare alla guerra e all’imminente aggressione ha giustificato la rimozione di ogni bando all’impiego dei risparmi collettivi verso le società che producono armi e verso gli Etf che contengono tali titoli. In sintesi, la finanza armata è oggi guidata dalla finanza passiva (Etf) e da multipli da settore tech. Finché i bilanci statali confermano le spese di riarmo, il sistema regge. Ma al primo segnale di riduzione della spesa pubblica, l’elevato P/E renderà i titoli molto vulnerabili. Per questo bisogna alimentare la paura.

La distinzione tra armi “convenzionali” e “controverse”

Come i titoli delle società della difesa (armi) riescano a restare nei portafogli dei grandi fondi (anche quelli dichiaratamente Esg) è uno dei temi più dibattuti e controversi della finanza attuale. Fino a pochi anni fa, l’esclusione era quasi automatica. Oggi non è più così. Proviamo quindi a vedere i meccanismi e le motivazioni tecniche, politiche e metodologiche che permettono questa convivenza.

Per prima cosa la presunta distinzione tra armi “controverse” e armi “convenzionali”. Questa è la distinzione, davvero incredibile,  usata per esempio dai gestori di fondi pensione. Per loro sono “controverse” armi come mine antiuomo, bombe a grappolo, armi chimiche, biologiche e (spesso) nucleari. La stragrande maggioranza dei fondi Esg esclude categoricamente queste società.

Così non fa però con le armi che ritiene “convenzionali”: carri armati, aerei da caccia, munizioni standard, sistemi di difesa radar. Molti fondi Esg oramai non escludono queste armi, a meno che il fondo non abbia un mandato “impact” o “ethical” molto restrittivo. Finché un’azienda produce solo armi convenzionali, può essere ammessa.

Come la finanza piega i criteri Esg al mercato delle armi

Poi va analizzato il cambio di paradigma culturale che permette tutto ciò, ovvero l’avere cominciato a considerare la difesa (cioè le armi) come valore sociale. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il dibattito è infatti cambiato radicalmente. Molte lobby dell’industria bellica e diversi governi europei, spesso insieme alle opposizioni, hanno spinto per una nuova interpretazione dei criteri Esg (Environmental, social e governance).

Le argomentazioni sono che democrazia, diritti civili e sviluppo sociale (pilastri della “S” di Esg) non possono esistere senza una difesa forte che protegga i confini. Così la difesa della democrazia minacciata rende le armi un prodotto eticamente sostenibile. E quindi può essere venduto a coloro che hanno una previdenza complementare o una polizza sanitaria. In quest’ottica, produrre armi per la Nato o per Paesi democratici viene visto come un contributo alla stabilità globale, rendendo il settore potenzialmente compatibile con i criteri sociali.

Il punteggio Esg di un’azienda è una media ponderata. Una società di armi può ottenere punteggi altissimi in governance (G). Molte aziende della difesa hanno infatti consigli d’amministrazione estremamente trasparenti, procedure anti-corruzione rigorose e una gestione dei rischi eccellente (data la natura sensibile del settore). Punteggi alti sono possibili anche nella “E” di environmental. Se un produttore di armi riduce le emissioni dei propri impianti, utilizza energia rinnovabile nelle fabbriche o progetta mezzi militari più efficienti, il suo punteggio ambientale sale.

Se la “G” e la “E” sono molto alte, possono compensare le criticità legate al prodotto (la “S” di social), permettendo al titolo di rientrare negli indici Esg. In pratica, consigli di amministrazione e riduzione delle emissioni, magari continuando a inquinare, ma comprando i titoli che consentono di apparire come riduttori dell’inquinamento, trasformano le armi in un prodotto per ogni tipo di risparmiatore.

Sfdr, tassonomia Ue e soglie di fatturato: i cavilli che usa la finanza

Altro punto è quello della classificazione dei fondi, ovvero gli articoli (categorie ndr.) 8 e 9 del Sfdr. In Europa il regolamento Sfdr classifica i fondi in base alla loro sostenibilità. Quelli che rientrano nella categoria articolo 9 (“dark green”) sono i più restrittivi e solitamente escludono totalmente le armi. Quelli invece che rientrano nell’articolo 8 (“light green”) promuovono caratteristiche ambientali o sociali, ma sono molto più flessibili. La maggior parte dei grandi fondi pensione e bancari usa quindi fondi articolo 8, che permettono l’inclusione di aziende della difesa purché rispettino certi standard minimi di comportamento.

Poi ci sono le soglie di fatturato. Molti fondi non escludono un’azienda solo perché produce armi, ma pongono un limite percentuale. Ad esempio possono escludere aziende che ricavano più del 10% del fatturato dalla produzione di armi. Molte grandi aziende tecnologiche o industriali (come Boeing, Airbus o Leonardo) hanno divisioni civili enormi. Se la parte militare resta sotto una certa soglia definita dal fondo, il loro titolo viene così mantenuto in portafoglio.

Infine ci sono le pressioni politiche affinché la tassonomia sociale dell’Unione europea (il documento che dovrebbe definire cosa è etico) non etichetti il settore della difesa come “dannoso”. I governi temono che, se le banche dovessero smettere di finanziare i produttori di armi per paura di perdere il rating Esg, la sicurezza nazionale sarebbe a rischio. Un bell’affare per banche e industrie di armi. Il tutto sostenuto dalla retorica dominante del riarmo.

I fondi pensione italiani che partecipano al riarmo

Un’ultima nota deve essere dedicata ai fondi pensione negoziali italiani che hanno a che fare con il riarmo. Fino al 2022 molti fondi negoziali (quelli di categoria) avevano politiche di esclusione rigide. Oggi la distinzione tra armi “controverse” e armi “convenzionali” ha però spalancato anche per loro le porte del riarmo.

Il Fondo Cometa, ad esempio, essendo il fondo pensione dei lavoratori del settore metalmeccanico ha un legame naturale con aziende come Leonardo. Sebbene integri criteri Esg, i gestori a cui delega il patrimonio (come BlackRock, Eurizon o State Street) utilizzano spesso prodotti “articolo 8” che includono titoli della difesa.

Lo stesso fanno diversi fondi Esg del settore bancario e assicurativo. Molti fondi pensione aperti (Fpa) o piani individuali (Pip) dei grandi gruppi come Intesa Sanpaolo (vedi il fondo pensione aperto Il mio domani) e Generali utilizzano benchmark Esg che ora includono aziende come Leonardo o Thales. E questo perché tali aziende hanno superato i filtri di sostenibilità dei provider (nel caso Msci o Bloomberg).

In conclusione, da quando la guerra in Ucraina ha riabilitato il settore come difensore della democrazia, i titoli delle armi entrano negli investimenti. Il tutto grazie ai vari punti elencati sopra. Tanto che, parafrasando Marx, lo slogan imperante oggi sembra essere diventato «risparmiatori di tutto il mondo armatevi!».

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