Flotilla bloccata in Libia, dieci attivisti in sciopero della fame e della sete

Dieci volontari della Flotilla sono detenuti in Libia dopo aver tentato di negoziare un passaggio sicuro per un convoglio umanitario diretto a Gaza

Sara Suriano
Gli attivisti della Flotilla bloccata in Libia sono in sciopero della fame e della sete © globalsumudflotilla.org
Sara Suriano
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Non c’è visto in scadenza che possa rimpatriare la rabbia. La delegazione italiana del Global Sumud Land Convoy è stata costretta a rientrare con uno sgombero militare prima e a causa del visto non prorogato poi. Ma la missione non è finita. Crescono rabbia e apprensione per le dieci persone ancora detenute in Libia con la presunta accusa di violazioni delle norme sull’immigrazione, nonostante tutte fossero in possesso di visti validi e fossero entrate legalmente nel Paese.

La loro colpa è quella di aver provato a trattare un passaggio sicuro per il convoglio umanitario. Sono gli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia, gli argentini Lucas Ezequiel Aguilera e Maria Paula Gimènez, la statunitense Jenelle, la polacca Laura Kwoczata, la spagnola Alicia Armesto Nunez, l’uruguaiano Matias Alvarez Rodriguez, la portoghese Ana Margarida Franca Santana Baptista, il tunisino Ashraf Khoja.

Gli attivisti della Flotilla in sciopero della fame

Le dieci persone sono in sciopero della fame “a secco” per protestare contro la detenzione illegittima, il diniego di assistenza legale, il prolungamento della custodia e i maltrattamenti subiti. La loro salute è in deterioramento, mentre da Bengasi arriva la notizia della proroga di dieci giorni della loro detenzione.

La detenzione arriva come risposta a un’azione umanitaria. Il Global Sumud Land Convoy è il convoglio umanitario partito il 1 maggio dalla Mauritania, parallelamente alla Flotilla, con l’obiettivo di raggiungere il valico di Rafah e rompere l’assedio a Gaza. Un’operazione che, insieme a quella via mare, allarga il sostegno alla popolazione palestinese dal Mediterraneo al Nord Africa. La missione, organizzata in collaborazione con Global Sumud e Maghreb Sumud, è figlia della March to Gaza che nel 2025 è stata bloccata su due fronti: a Il Cairo per chi arrivava dall’Europa e a Sirte per chi arrivava dal Nord Africa.

Quest’anno venticinque delegazioni da tutto il mondo, per un totale di oltre 250 persone tra cui medici, ingegneri ed educatori, si sono incontrate a Tripoli. Da lì sono partite alla volta di Gaza il 15 maggio, con camion di aiuti umanitari, autoambulanze della Mezzaluna Rossa e case mobili al seguito. Per un valore totale di circa 100mila dollari.

Come i militari hanno bloccato la Flotilla in Libia

La carovana ha percorso la Libia occidentale affrontando fermi di molte ore ai checkpoint ma senza particolari difficoltà. La crisi è arrivata a Sirte, una città al confine orientale della Libia, su cui insiste il governo di Haftar. Vani sono stati tutti i tentativi della carovana di chiedere un passaggio sicuro per il convoglio. Che, in quanto azione umanitaria, è tutelato dal diritto internazionale e dalla Convenzione di Ginevra.

Due le lettere recapitate a mano dalle delegazioni del convoglio ai militari del checkpoint 5+5, formato da cinque militari della Libia est e cinque della Libia ovest, in cui si proponevano differenti modalità per far arrivare gli aiuti umanitari a destinazione. Nessuna risposta nel primo caso, una richiesta veemente di allontanamento nel secondo caso. Mentre queste trattative si svolgevano, nell’impossibilità di proseguire, la carovana era rimasta bloccata a Bwirat Alhsoon, a pochi chilometri dal checkpoint, in un semicerchio di sicurezza presidiato da militari.

L’escalation è arrivata il 24 maggio. È allora che tutto il convoglio, con in testa una delegazione di volontari deputati alla trattativa, si è diretto pacificamente al checkpoint per tentare un nuovo dialogo con le autorità libiche. Invece di essere accolta per il dialogo, la delegazione è stata caricata con la forza su furgoni senza contrassegni e fatta sparire. Gli ultimi messaggi dei delegati e delle delegate risalgono alle 15:22 e raccontano una compagine militare numerosa.

Le condizioni dei volontari detenuti arbitrariamente in Libia

I volontari sono attualmente detenuti in una struttura carceraria isolata e non civile, gestita dal ministero dell’Interno e nota localmente come black site (sito nero). Privati dei loro diritti fondamentali, stanno subendo una sistematica campagna di pressione psicologica e interrogatori intensivi. Si trovano in totale isolamento, tagliati fuori dal mondo esterno. Non hanno alcun contatto con le proprie famiglie né accesso a una rappresentanza legale indipendente.

Le autorità li stanno deliberatamente sommergendo di informazioni contraddittorie, promettendo ripetutamente il rilascio con l’obiettivo di minarne la resistenza psicologica. È stato loro comunicato che compariranno davanti a un tribunale martedì 9 giugno. Tuttavia, alla luce della continua serie di inganni amministrativi subiti, i volontari ritengono che si tratti dell’ennesima tattica finalizzata a destabilizzarli emotivamente e prolungare la loro detenzione arbitraria.

Ai dieci delegati si aggiunge Mehdi Bouzguenda, volontario tecnico tunisino di 24 anni, arrestato il 19 maggio mentre rientrava nel proprio Paese. Il 2 giugno la loro detenzione arbitraria è stata prorogata di ulteriori dieci giorni. Ciò con il pretesto di presunte violazioni delle norme sull’immigrazione, nonostante tutti i volontari fossero in possesso di visti validi e fossero entrati legalmente nel Paese.

La Global Sumud Flotilla ha ricordato alle autorità libiche e al ministero dell’Interno che ricade su di loro la piena responsabilità giuridica e morale per la vita e l’integrità fisica di questi operatori umanitari internazionali. Uno sciopero della fame e della sete può avere conseguenze rapidamente fatali. Senza un intervento immediato, questa crisi umanitaria rischia di trasformarsi in una tragedia. Si richiede con urgenza l’accesso immediato di osservatori medici indipendenti, l’accesso dei rappresentanti consolari internazionali e il rilascio immediato e incondizionato dei dieci volontari detenuti.


Sara Suriano, attivista pugliese, era tra i partecipanti alla Flotilla fermati in Libia. Il 27 maggio è stata rimpatriata via Istanbul.

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