Gli Stati Uniti ammorbidiscono Basilea III: oltre 200 miliardi nelle mani delle banche
La Federal Reserve rivede al ribasso i requisiti di Basilea III e le grandi banche degli Stati Uniti si ritrovano un tesoretto da oltre 200 miliardi
«È il momento di tirare fuori le calcolatrici a Wall Street». Inizia così un articolo pubblicato dal quotidiano francese Les Echos all’indomani dell’annuncio, da parte della Federal Reserve, delle proposte per alleggerire i requisiti patrimoniali delle banche. Negli Stati Uniti, infatti, l’applicazione del pacchetto di Basilea III sarà molto più morbida rispetto all’approccio europeo e britannico. Dovendo accantonare meno capitale, gli istituti di credito si troveranno così a disporre di una sorta di “tesoretto”. E, prima ancora dell’adozione delle regole, stanno già meditando su come reinvestirlo.
Basilea III diventa più indulgente per le banche degli Stati Uniti
Imporre alle banche di detenere riserve di capitale di alta qualità serve a tutelare la stabilità del sistema finanziario. In questo modo, infatti, gli istituti sono in grado di assorbire eventuali shock e limitare il rischio che le perdite vengano trasferite sui contribuenti. A questo servono gli accordi di Basilea III, a cui il Comitato di Basilea ha iniziato a lavorare dopo la crisi finanziaria globale del 2008. Queste linee guida sono comuni, ma ogni Stato le deve introdurre nel proprio ordinamento stabilendo criteri e deroghe. E gli Stati Uniti, che sotto l’amministrazione Biden annunciavano un incremento dei requisiti di capitale superiore al 15%, ora hanno optato per una linea molto più accondiscendente nei confronti delle grandi banche.
La Federal Reserve, infatti, ha deciso di semplificare l’approccio ed evitare i rischi di doppio conteggio. Come risultato, i requisiti patrimoniali delle grandi banche sono destinati a scendere in media del 4,8%, seppure con forti differenze tra un istituto e un altro. Per le grandi banche regionali e per le banche più piccole, con meno di 100 miliardi di dollari di attivi, la riduzione sarà ancora più marcata: rispettivamente del 5,2 e del 7,8%. Ma ciò non significa che siano esenti da rischi. Era una grande banca regionale anche Silicon Valley Bank, fallita nel 2023 nell’arco di poche ore. Questo pacchetto di proposte, molto discusso anche all’interno della stessa Federal Reserve, è ora sottoposto a consultazione pubblica prima del semaforo verde ufficiale.
Un regalo da più di 200 miliardi di dollari per le banche statunitensi
Meno riserve obbligatorie per le regole di Basilea III significa più capitale che le banche degli Stati Uniti possono usare come preferiscono. Secondo Morgan Stanley, i principali colossi bancari americani avevano già accumulato 175 miliardi di dollari in più rispetto ai requisiti minimi imposti per legge, per trovarsi preparati alle nuove norme. Una volta finalizzate le riforme, si troveranno tra le mani più di 200 miliardi. JPMorgan Chase, da sola, potrebbe passare da 60,3 a 74,6 miliardi di capitale tier-one in eccesso, Bank of America da 24,1 a 29,4 miliardi, Goldman Sachs da 21,5 a 26,8, Citigroup da 17,9 a 20,7. È quanto emerge dalle elaborazioni di Bloomberg.
Cosa faranno di tutto questo capitale in eccesso? Una parte, ragionevolmente, rimarrà sotto forma di riserve. Su tutto il resto avranno campo libero. Morgan Stanley Research prevede che ne useranno il 26% già entro il 2027, arrivando al 35% entro l’anno successivo. Tipicamente, potranno reinvestirlo in dividendi, riacquisti di azioni (buyback) o prestiti. Tutte opzioni non prive di rischi. Sempre Bloomberg sottolinea che i riacquisti di azioni sono parecchio costosi, viste le valutazioni già molto elevate dei titoli bancari. L’espansione rapida dei prestiti, da parte sua, dà respiro all’economia ma si accompagna quasi sempre a un allentamento dei requisiti richiesti ai beneficiari. E, quindi, a un aumento dei crediti deteriorati.
Entusiaste le banche statunitensi, preoccupate le europee
Per ora, le principali associazioni di categoria delle banche statunitensi esprimono soddisfazione per l’«importante passo avanti» dei regolatori e per la loro disponibilità ad «ascoltare le diverse parti interessate». Viceversa, le banche europee temono di trovarsi svantaggiate. «Con il procedere dell’attuazione, sarà importante garantire che la calibrazione complessiva resti coerente con gli standard internazionali e tenga conto delle specificità dei mercati regionali, senza creare divergenze inutili tra le giurisdizioni», afferma l’Association for Financial Markets in Europe (Afme) tramite una nota. Ricordando che, con molte banche europee che operano a livello globale, è fondamentale garantire condizioni eque.
La Banca centrale europea, però, ha messo in chiaro di non voler seguire le orme della Fed. Nel Rapporto annuale sulle attività di vigilanza 2025, la responsabile della vigilanza Claudia Buch chiarisce che le banche del Continente sono adeguatamente capitalizzate ma vanno ora incontro a rischi diversi, di tipo geopolitico, che finora non sono stati presi in considerazione a sufficienza negli indicatori di stress finanziario basati sul mercato. «Una frammentazione o qualsiasi indebolimento degli standard – scrive – potrebbe compromettere la capacità delle banche di resistere a sviluppi avversi».




Nessun commento finora.