Tra due diligence carente e finanza internazionale: cosa rivela il caso Berta Cáceres
Dall’omicidio di Berta Cáceres emerge una domanda: quanto sono efficaci i controlli sui finanziamenti nei contesti di violenza e repressione?
Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016 Berta Isabel Cáceres Flores viene assassinata nella sua casa a La Esperanza, nel dipartimento di Intibucá, nel sud-ovest dell’Honduras. Berta Cáceres è un’attivista indigena lenca, coordinatrice del Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas dell’Honduras (Copinh) e vincitrice del prestigioso Goldman Environmental Prize. La sua lotta contro il progetto idroelettrico Agua Zarca, un’opera controversa che minacciava le risorse naturali del fiume Gualcarque e lo stile di vita della comunità lenca, ha attirato l’attenzione internazionale.
Quella notte con Berta Cáceres c’è anche Gustavo Castro Soto, attivista messicano, che sopravvive all’attacco e diventa l’unico testimone diretto. Negli anni successivi all’omicidio, indagini giudiziarie honduregne portano alla condanna di alcuni esecutori materiali. In più, accertano la complicità di dirigenti dell’azienda incaricata del progetto, Desarrollos Energéticos S.A. (Desa), incluso l’ex presidente (ed ex ufficiale dell’intelligence militare) Roberto David Castillo Mejía. Tuttavia, molte linee di responsabilità, incluse quelle di investitori internazionali e istituzioni finanziarie, restano aperte sotto il profilo giudiziario e del dibattito pubblico.
Gli interessi economici dietro al progetto idroelettrico Agua Zarca
Nel gennaio 2026 il Grupo Interdisciplinario de Expertos Independientes (Giei), meccanismo internazionale creato per affrontare casi di gravi violazioni dei diritti umani in contesti di impunità strutturale, pubblica un rapporto di oltre 500 pagine. Il documento ricostruisce nel dettaglio il contesto dell’omicidio. E arriva a dire che «l’assassinio di Berta Cáceres non fu un fatto isolato né un atto di violenza comune. Fu il risultato di un’operazione criminale organizzata, pianificata ed eseguita, resa possibile dalla convergenza di interessi imprenditoriali, dall’inerzia e dalla tolleranza di agenti statali e da un contesto strutturale di impunità».
Al centro del rapporto c’è anche un’analisi finanziaria dettagliata del progetto idroelettrico Agua Zarca, l’opera a cui Berta Cáceres si era opposta pubblicamente. Su un totale di circa 18,5 milioni di dollari movimentati, almeno il 67% dei trasferimenti mostra deviazioni, irregolarità o mancanza di giustificazione economica. I fondi non sono stati impiegati esclusivamente per la realizzazione dell’infrastruttura, ma hanno sostenuto anche una rete di pagamenti a consulenti, funzionari pubblici, gruppi di sicurezza privati e informatori. Con modalità che in diversi casi presentano chiari indizi di abuso e uso improprio delle risorse.
Cosa non ha funzionato nella due diligence
Tra i principali finanziatori internazionali di Agua Zarca figura la Banca olandese per lo sviluppo (Fmo), istituzione pubblica di finanziamento nei Paesi in via di sviluppo. Indagini e rapporti indipendenti – incluso uno commissionato dalla Commissione interamericana per i diritti umani (Iachr) insieme alle autorità honduregne e alla famiglia di Cáceres – hanno rilevato carenze della Fmo nei controlli anti-frode e anti-riciclaggio. Secondo queste ricostruzioni, i meccanismi di vigilanza non avrebbero impedito la possibile deviazione di parte dei crediti verso finalità illegali o poco trasparenti.
Diverse fonti sottolineano la mancanza di efficaci meccanismi di due diligence, monitoraggio finanziario e rigorose pratiche di compliance. Queste carenze avrebbero consentito che una parte considerevole dei fondi erogati dalla Fmo e da altri istituti (tra cui il Banco Centroamericano de Integración Económica) venisse incanalata verso conti usati per finanziare attività non conformi alle norme contrattuali. Un flusso di risorse che, secondo le analisi, avrebbe contribuito ad alimentare tensioni, conflitti sociali e violenze.
Il clima di impunità dietro l’omicidio di Berta Cáceres
La ricostruzione proposta dal Giei e corroborata da diverse indagini indipendenti mette in luce un nesso strutturale tra il funzionamento dei finanziamenti internazionali e il contesto di violenza che ha circondato il progetto Agua Zarca. Secondo gli esperti, l’assenza di controlli stringenti sui flussi finanziari, unita a sistemi di compliance e di prevenzione delle frodi inadeguati, ha favorito la circolazione di risorse verso circuiti opachi o scarsamente tracciabili. In un Paese come l’Honduras, caratterizzato da profonde disuguaglianze, istituzioni fragili e un’elevata conflittualità territoriale, questa dinamica ha contribuito a rafforzare assetti di potere locali già inclini alla repressione e alla criminalizzazione degli oppositori, creando un terreno fertile per pratiche di violenza strutturale.
In questo quadro, il rapporto suggerisce che un’applicazione rigorosa ed efficace degli standard di monitoraggio, delle misure anti-frodi e delle norme antiriciclaggio da parte dei finanziatori internazionali avrebbe reso più difficile l’alimentazione di reti di potere informali e di apparati di sicurezza privati. Limitando così la capacità del sistema locale di mobilitare risorse contro Berta Cáceres e altri attivisti impegnati nella tutela dei territori e delle comunità indigene.
Questa lettura non intende stabilire una relazione di causalità automatica tra carenze contabili e un omicidio politico, né ridurre un crimine complesso a una questione puramente finanziaria. Piuttosto, evidenzia come la debolezza dei controlli, l’insufficiente vigilanza sui capitali e la mancanza di istituzioni di tutela efficaci possano concorrere a creare condizioni di impunità. Condizioni in cui attori criminali, imprenditoriali e politici dispongono delle risorse e della libertà necessarie per agire senza un adeguato livello di responsabilità.
Oltre il caso di Berta Cáceres: chi risponde delle conseguenze dei propri investimenti?
La vicenda solleva interrogativi che vanno ben oltre il caso di Berta Cáceres. Fino a che punto gli standard di tutela ambientale, sociale e finanziaria incidono nelle decisioni degli investitori pubblici? E, soprattutto, attraverso quali strumenti le istituzioni finanziarie internazionali possono e devono essere chiamate a rispondere delle conseguenze sociali dei progetti che finanziano, quando questi si inseriscono in contesti segnati da violenza e repressione?
Le indagini mostrano come l’assenza di controlli efficaci sui flussi finanziari e la debolezza delle pratiche anti-frodi da parte di istituzioni come la Fmo abbiano contribuito a creare un contesto in cui la violenza contro i difensori dei diritti umani è potuta maturare e consolidarsi. La verità giudiziaria e storica su Agua Zarca resta incompleta. Tuttavia, il caso impone una riflessione più ampia: come far sì che la tutela dei diritti umani sia parte integrante – e non accessoria – delle politiche di sviluppo e delle scelte della finanza pubblica internazionale?




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