Finanza e diritti umani: la rivoluzione mancata della due diligence

Come è nata e cosa diventerà la direttiva sulla due diligence, che vuole responsabilizzare le imprese (ma non la finanza) sui diritti umani

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

La finanza globale non è un meccanismo neutrale. Attraverso prestiti, investimenti, fondi indicizzati e strumenti speculativi può sostenere regimi repressivi, alimentare conflitti, favorire modelli produttivi distruttivi o indebolire diritti fondamentali lungo intere filiere. Analizzare questi meccanismi significa mostrare come, dietro a scelte apparentemente tecniche, si nascondano impatti concreti sulla vita delle persone: dalle repressioni dei regimi autoritari alla violenza nelle frontiere, dalle filiere tessili alle speculazioni sul cibo, fino ai grandi eventi sportivi.

Ricordando che quel denaro non è astratto: è il nostro. Sono i risparmi, i fondi pensione, i conti correnti di milioni di persone. Ed è anche attraverso le nostre scelte – a chi affidiamo i soldi, quali operatori premiamo o abbandoniamo – che possiamo contribuire a costruire un sistema finanziario più giusto

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È facile affermare, in linea di principio, che le imprese hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani anche nelle loro filiere globali. È molto meno facile tradurre questo principio in una normativa vincolante. Lo dimostra il percorso a ostacoli della direttiva europea sulla due diligence (nota come Csddd, dall’inglese Corporate sustainability due diligence directive). Un testo su cui la società civile riponeva enormi speranze ma che di compromesso in compromesso, di modifica in modifica, si sta rivelando un’arma spuntata.

Cosa significa esercitare la due diligence su ambiente e diritti umani

Era il 2011 quando il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite adottava i Principi guida su imprese e diritti umani. Questi ultimi si basano su tre principi fondamentali: gli Stati hanno l’obbligo di proteggere i diritti umani, le imprese hanno la responsabilità di rispettarli e Stati e imprese, insieme, devono garantire l’accesso a rimedi effettivi in caso di violazioni. Come chiarisce l’excursus storico della campagna Impresa 2030 – Diamoci una regolata, tuttavia, sono standard puramente volontari, non vincolanti. Esattamente come le Linee guida Ocse per le imprese multinazionali sulla condotta responsabile d’impresa.

È qui che le istituzioni europee intervengono con la direttiva sulla due diligence. Una legge vera e propria, non più soltanto una raccomandazione. In sintesi, il testo impone alle grandi aziende di mappare la propria catena del valore per valutare i rischi di danni ambientali o violazioni dei diritti umani (lavoro minorile o forzato, sicurezza, salario dignitoso e altri). Una volta riconosciuti questi rischi, l’impresa deve attuare misure per prevenirli e ridurli. Il che significa, ad esempio, rivedere i contratti, eseguire audit, formare i fornitori o cambiarli, se necessario. Infine, servono procedure per gestire e riparare le eventuali violazioni. La due diligence non è un esercizio una tantum, ma un processo continuativo da monitorare e rendicontare con trasparenza.

L’aspetto innovativo sta proprio nell’assunzione di responsabilità da parte dell’impresa per ciò che succede al di fuori delle fabbricheche possiede in prima persona. Con la due diligence, nessuno può trincerarsi dietro ai vari «non ne ero a conoscenza», «il fornitore ha agito in autonomia», «quelle attività erano fuori dal mio controllo». O almeno, questo è l’intento. Un altro aspetto cruciale sta nel fatto che la direttiva debba essere recepita da tutti e 27 gli Stati dell’Unione europea, evitando che si muovano in ordine sparso.

La complicata genesi della direttiva sulla due diligence

Se Ong, campagne internazionali e sindacati si sono presto mobilitati a sostegno della direttiva sulla due diligence, non si può dire lo stesso della politica. La Commissione europea ha presentato la sua proposta il 23 febbraio 2022. Da lì ha preso il via un iter legislativo lungo e tortuoso. Il 14 dicembre 2023 sembrava fatta, con l’accordo politico provvisorio raggiunto tra Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, ma la ratifica da parte degli Stati membri ha rischiato di saltare. A febbraio 2024, infatti, la Germania si è messa di trasverso annunciando un’astensione che avrebbe fatto venire meno la maggioranza qualificata. A spalleggiarla, l’Italia. Un’altra decina di Stati aveva annunciato il proprio no.

L’intera iniziativa sembrava a un passo dal fallimento ma, anche grazie alle pressioni della società civile, nella primavera del 2024 si è sbloccata. Tra aprile e maggio del 2024 è arrivata finalmente l’approvazione formale, seguita (a luglio dalla pubblicazione) nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea. Ma è stato un successo raggiunto al prezzo di parecchie concessioni. A cominciare dall’ambito di applicazione. Il testo della direttiva impone di esercitare la due diligence solo alle imprese con almeno mille dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato, e non (come ipotizzato durante i negoziati) 500 dipendenti e 150 milioni di euro. E la Francia di Emmanuel Macron aveva spinto per spostare la soglia ancora più in alto.

Come cambierà la direttiva sulla due diligence

Chi sperava in una direttiva sulla due diligence un po’ più morbida non ha dovuto attendere troppo. Dopo la tornata elettorale di giugno 2024, la seconda Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen si è data nuove parole d’ordine: competitività e semplificazione. E ha cominciato proprio con le normative sulla sostenibilità delle imprese, presentando a febbraio 2025 il primo pacchetto Omnibus. Mentre scriviamo questo articolo è in corso il trilogo, vale a dire il negoziato tra Parlamento europeo, Consiglio dell’Unione europea e Commissione. Ciò significa che non è ancora chiaro quale sarà la forma finale della direttiva sulla due diligence. Ma, a giudicare dalle posizioni negoziali delle tre istituzioni, ci sono già alcuni indizi.

Innanzitutto, il perimetro di applicazione: la Commissione non l’ha toccato, mentre Parlamento e Consiglio vogliono entrambi limitarlo alle imprese con almeno 5mila dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato netto. Ma le modifiche entrano anche nel merito di quali informazioni si possono chiedere e a chi. Secondo Commissione e Consiglio, le aziende devono essere tenute a esercitare la due diligence solo sui partner commerciali diretti, allargandola a quelli indiretti solo in presenza di informazioni “plausibili” su possibili violazioni. Il Parlamento europeo chiede di affidarsi alle informazioni già disponibile, chiedendo dati aggiuntivi ai partner più piccoli «soltanto come ultima risorsa».

Tutte e tre le istituzioni sono unanimi sulla cancellazione del regime minimo di responsabilità civile armonizzata a livello europeo. Cioè la possibilità per le vittime di fare causa alle imprese e ottenere un risarcimento per le violazioni collegate alla catena del valore, indipendentemente dal Paese in cui si verificano. Anche i piani di transizione climatica previsti dalla Csddd appaiono in bilico. Commissione e Consiglio chiedono che questi piani contengano azioni concrete, ma il Consiglio li vuole rendere molto più blandi. Il Parlamento li vuole eliminare.

Perché la Csddd non si applica al settore della finanza

Quando si parla di imprese soggette alla Csddd, occorre precisare che sono imprese non finanziarie. Il testo mette bene in chiaro che banche, compagnie di assicurazione e asset manager sono tenuti a esercitare la due diligence solo a monte (sui propri fornitori di software, piattaforme IT, servizi di pulizie e manutenzione o altro), ma non a valle. Tradotto: se una banca finanzia un’impresa tessile coinvolta in casi di lavoro minorile, o se un fondo investe in un colosso minerario che ha gravemente contaminato l’ambiente, la direttiva sulla due diligence non impone alcuna verifica, alcuna misura di riparazione, alcuna sanzione.

Anche questo argomento era stato terreno di scontro tra gli Stati membri, durante i negoziati tenutisi tra il 2022 e il 2024. Anche se Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Germania e Irlanda (tra gli altri) premevano affinché la direttiva si applicasse anche al settore della finanza, all’epoca aveva prevalso la linea della Francia. Francia che sa perfettamente cosa succede quando una banca finisce sotto processo per aver finanziato attività legate a violazioni dei diritti umani, perché è capitato a Bnp Paribas sulla base della legge nazionale sulla catena di fornitura. Parigi – fanno notare alcuni osservatori – non vuole certo amplificare questi rischi, perché aspira ad attrarre parte degli operatori finanziari fuoriusciti da Londra dopo la Brexit.

A causa di questi intrecci di interessi politici ed economici, uniti a un’intensa attività di lobbying, la direttiva sulla due diligence esclude quindi gli operatori finanziari. E con il pacchetto Omnibus non cambierà nulla. Il che rappresenta una macroscopica distorsione, perché significa tagliare fuori chi gestisce l’80% degli asset finanziari europei.

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