La libertà si impara praticandola. La storia dal futuro di Boxe contro l’assedio

Boxe contro l’assedio è il progetto che usa lo sport per creare relazioni tra Italia e Palestina, superando confini, occupazione e guerra

Atlete e atleti di boxe contro l'assedio © Daniele Napolitano

Questa è una storia dal futuro perché «sicuramente non possiamo essere una storia del passato: tutto quello su cui avevamo costruito non esiste più». È la storia di una realtà che ha trasformato lo sport in un espediente per superare barriere e confini, che siano geografici, culturali, religiosi o logistici. Si chiama Boxe contro l’assedio e, dal 2018, muove tra l’Italia e Gaza (ma non solo) donne e uomini, ragazze e ragazzi. Nelle fasi più dure di questi ultimi tre anni, ha contribuito a farli sentire meno soli.

Come nasce Boxe contro l’assedio

Me l’ha raccontata Daniele Napolitano, fotografo e reporter per molte agenzie nazionali e internazionali. «Sono arrivato per la prima volta a Gaza nel 2014, grazie alla prima di moltissime collaborazioni con Valerio Nicolosi. Mi coinvolse in una carovana per un grande progetto di scambio culturale. Facevamo corsi di fotografia, videomaking, street art».

Per i successivi quattro anni, racconta, sono tornati a Gaza a tenere corsi e laboratori di fotografia. «Era interessante e davvero emozionante riscontrare che, malgrado le difficoltà e quello che già accadeva in Palestina, quel posto esprimeva vitalità da tutti i punti di vista. Dal parkour al rap, c’erano moltissime forme di espressione culturale».

Dopo quattro anni c’è stato l’incontro con Valentina Venditti e con la Ong palermitana Ciss (Cooperazione Internazionale Sud Sud) che lavora in Palestina da più di vent’anni. Nel 2018 Ciss aveva portato per la prima volta nel Paese un campione italiano di pugilato, Giancarlo Bentivegna. Nacque l’idea di usare il pugilato come strumento per realizzare scambi con Gaza.

Boxe contro l'assedio - una piccola atleta palestinese
© Daniele Napolitano

Lo sport come strumento per superare le difficoltà legate all’occupazione israeliana

«Il pugilato a Gaza, e in generale in Palestina, era una tradizione già radicata», spiega Napolitano. «Ci siamo limitati a raccogliere qualcosa che esisteva già e che era più difficile portare avanti a causa dell’occupazione israeliana. Il senso del progetto era utilizzare lo sport per creare un ponte, per cercare di superare le difficoltà legate all’occupazione, per tutelare la libertà di movimento garantendo ad atlete e atleti la possibilità di uscire da Gaza e allenarsi in strutture idonee». Era tutt’altro che scontato disporre di una palestra. «L’abbiamo costruita insieme in quattro anni, attraverso una serie di raccolte fondi», spiega. Mancando le opportunità di aggiornamento, per i tecnici era importante il confronto con gli allenatori e le allenatrici dall’Italia.

Boxe contro l’assedio è un progetto coordinato da Ciss e nato dalla collaborazione con la Federazione di pugilato palestinese. Fondamentale è stato l’impulso del suo presidente Ali Abd el Shafi, ucciso in un bombardamento israeliano dopo il 7 ottobre 2023. Negli anni la rete si è allargata. All’inizio con la Palestra Popolare di Palermo, cui si sono aggiunte quella dedicata a Valerio Verbano e quella del Quarticciolo, a Roma.

Boxe contro l'assedio - atlete
© Daniele Napolitano

Da Gaza alla Cisgiordania, come è cresciuta la rete di Boxe contro l’assedio

«In cinque anni abbiamo approfondito la conoscenza con diverse realtà e allenatori. Dal punto di vista non solo tecnico, ma innanzitutto umano», racconta. Alla base della collaborazione c’è l’apporto di attrezzature ma anche di conoscenze e metodo. «A Gaza abbiamo intrecciato una forte collaborazione con Osama Ayoub, il tecnico di pugilato della Gaza Boxing Women, fondata insieme a Rima Abu Rahma, atleta di Gaza. È un gruppo di allenamento femminile composto per lo più da adolescenti. In questi anni hanno mostrato una tenacia e un coraggio incredibili. Continuano ad allenarsi anche adesso, nelle tende, con i cuscini».

Dopo una prima fase in cui si è focalizzato su Gaza, Boxe contro l’assedio ha iniziato a lavorare anche in Cisgiordania, grazie alla collaborazione con la palestra El Barrio di Ramallah e con il Lajee Center – Aclai Palestine del campo profughi di Aida, vicino a Betlemme.

© Daniele Napolitano

Lo sport che supera i confini

«Nei primi giorni dopo il 7 ottobre abbiamo capito davvero poco. Certo, le gazawe e i gazawi sono abituati a questi strappi, alle violenze improvvise e alla privazione della libertà. Ma abbiamo percepito subito che era accaduto qualcosa di epocale». La prima preoccupazione era verificare come stessero tutte le persone con cui lavoravano da anni. «Ci siamo chiesti sinceramente se il nostro progetto avesse ancora un senso. Che senso ha fare pugilato con migliaia di persone sotto le macerie?».

La risposta a questa domanda è arrivata su sollecitazione di Osama Ayoub, che ha chiesto alla rete internazionale supporto economico per acquistare beni di prima necessità per la popolazione. «Abbiamo raccolto fondi facendoli arrivare in Palestina attraverso il Ciss. Ed è successa una cosa molto bella. Tutte le palestre e le realtà sportive con cui avevamo collaborato, e molte altre come la libanese Basket Beats Borders, si sono offerte di raccogliere fondi a loro volta per farli arrivare in Palestina. Si è innescato un passaparola vorticoso e all’improvviso eravamo più di 50 realtà da tutto il mondo. Abbiamo deciso di strutturare la nostra rete, che adesso si chiama Sport Beats Borders».

Boxe contro l'assedio
© Daniele Napolitano

Il  triangolare internazionale di boxe tra Italia, Irlanda e Palestina

«Il senso di quello che facciamo – racconta Daniele – è naturalmente molto di più dell’insegnare il pugilato. Credo sia innanzitutto mettere il nostro privilegio a disposizione perché possa costruire ponti, inventare un metodo per muovere cose oltre di noi». Come accaduto a fine maggio, quando Roma ha ospitato il Triangolare internazionale solidale di boxe tra Italia, Irlanda e Palestina. L’evento è stato realizzato in collaborazione con la palestra El Barrio di Ramallah e il progetto irlandese The Shamrock & Olive Tree e patrocinato dal Municipio III Roma Montesacro.

A Roma sono giunti le atlete e gli atleti di Ramallah e del campo profughi di Aida. C’erano anche Reema Aburahma, fondatrice del Gaza Boxing Women, e gli atleti della palestra irlandese St Pauls ABC – Cumann Dornálaíochta Naomh Pól. Il triangolare ha visto la luce grazie a una rete di associazioni locali e a un ampio crowdfunding, cui è ancora possibile e importante contribuire.

Vedere per la prima volta il mare, praticare la libertà

«Reema era molto emozionata perché qui ha potuto incontrare le ragazze di Aida. In Palestina non le è possibile. Penso sia l’elemento più potente di quello che facciamo». C’è anche un altro aspetto connesso al Triangolare tenutosi il 23 maggio e Napolitano lo racconta abbastanza emozionato. «Uno dei responsabili del gruppo di Aida, che avrebbe dovuto accompagnare le ragazze e che era dotato di regolare visto, è stato bloccato alla frontiera e rimandato indietro da Israele. Ci ha raccomandato soprattutto una cosa: che portassimo le sue atlete e i suoi atleti al mare, perché non l’hanno mai visto. Sono lì proprio in questo momento, mentre facciamo l’intervista».

In generale, spiega, questo progetto offre ai giovani palestinesi un’opportunità enorme che va molto oltre lo sport: «Sperimentare il valore della libertà, perché l’unico modo per capirlo è praticarla. Che gli scambi avvengano attraverso la fotografia, lo skate, la pittura, la boxe o lo yoga, l’importante è che noi riusciamo a produrre questa cosa».

Il ritorno in Palestina di Boxe contro l’assedio

«L’ultima volta che siamo stati a Gaza era nel 2022», dice Napolitano. «Siamo tornati in Palestina a gennaio 2026 ma siamo andati ad Aida e Betlemme». Lui non ha partecipato alla spedizione, ma riporta i racconti delle altre operatrici e degli altri operatori. L’ultima esperienza ha mostrato l’esasperazione di meccanismi e limitazioni che già conoscevano: inibizione degli spostamenti e delle attività, interruzioni a causa di arresti arbitrari, strade chiuse. «Adesso che le limitazioni investono anche il turismo religioso – riflette – muoversi è davvero complicato: l’esercito israeliano è per le strade, ci sono i checkpoint…».

Nonostante questo, la visita ha portato al contatto con le realtà di Aida e Ramallah e alla costruzione dell’iniziativa di Roma. Adesso la speranza è «continuare a organizzare iniziative. Non per forza tornei o scambi. Il punto è utilizzare lo sport per aggirare questi confini. Non abbiamo la possibilità di abbatterli, ma possiamo comunque fare qualcosa».

Il futuro si impara giocando

L’intervista a Daniele si è conclusa con la frase con cui ho scelto di aprire questo articolo. «Boxe contro l’assedio è una storia dal futuro», ha detto, «perché sicuramente non siamo una storia dal passato. Tutto quello che abbiamo costruito, lì dove lo abbiamo costruito, non c’è più. Non ci sono più le persone, come Ali e Malak, una giovane atleta promessa del pugilato. Ma anche prima di questi anni, quella non era vita degna. Non poteva essere certo quello il futuro». 

Il futuro che immagina Napolitano, che possiamo leggere nella storia di Boxe contro l’assedio, è un futuro in cui invece «si gioca, ci si diverte, si mischiano corpi e confini. Si impara giocando: il gioco è l’unica possibilità di salvezza per molte persone. Se non impariamo a giocare, non c’è futuro».


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