La logica del profitto ad ogni costo attecchisce anche in Cina

Una truffa a danno di ignari investitori, basata su uno "schema Ponzi" e sulla volontà di generare profitto ad ogni costo, ha scosso la Cina

Luigi Mastrodonato
Lo schema Ponzi di Liu Bi'an, costruito attraverso la società Zhongzhan Huaxin, ha raccolto 31,4 miliardi di yuan (quasi 4 miliardi di euro) prima di crollare. © Eric Prouzet/Unsplash
Luigi Mastrodonato
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In Cina una delle più grosse truffe finanziarie della storia recente si è chiusa con una condanna all’ergastolo. Liu Bi’an, attraverso la società Zhongzhan Huaxin, aveva messo in piedi a partire dal 2014 il più classico schema Ponzi fatto di promesse di rendimenti elevati a rischio zero e mancati pagamenti agli investitori. 

Negli anni ha raccolto 31,4 miliardi di yuan (quasi 4 miliardi di euro) fino a che la truffa è venuta allo scoperto e Bi’an è stato condannato al carcere a vita. Negli anni scorsi altre truffe di questo tipo hanno scosso la finanza cinese. Sintomo di come, nel delicato equilibrio del Paese tra socialismo e libero mercato, l’ideologia della massimizzazione del profitto, anche per vie illecite, è sempre più forte.

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Come funzionava lo schema Ponzi creato in Cina

La truffa messa in piedi da Liu Bi’an è molto simile, in una versione più piccola, a quella di Bernard Madoff negli Stati Uniti. Nel 2014 ha creato la società Zhongzhan Huaxin sfruttando il boom della finanza privata e dei prodotti di gestione patrimoniale. Ha proposto progetti di investimento ad arte e totalmente fasulli caratterizzati da rendimenti elevatissimi e fuori mercato. E ha dato garanzia assoluta del capitale, azzerando sulla carta il rischio di perdita. Una buona campagna di comunicazione e l’apertura di una serie di sedi nei distretti finanziari di Shenzhen e di altre città cinesi hanno dato credibilità all’attività, attirando i primi investitori.

Uno schema Ponzi con cui negli anni Liu Bi’an ha accumulato illegalmente tantissima ricchezza. I primi investitori hanno ricevuto i soldi che gli spettavano e hanno fatto girare la parola sull’affidabilità della Zhongzhan Huaxin. Il che ha attirato ulteriori investitori.

Proprio la liquidità di questi ultimi ha permesso di saldare le posizioni necessarie a tenere in piedi il giocattolo ma poi i pagamenti si sono fermati. Così, Liu Bi’an ha iniziato a intascare tutti i soldi per i presunti investimenti. Alla fine si parla di un capitale raccolto, appunto, di quasi 4 miliardi di euro.

Profitti ad ogni costo hanno portato all’equivalente di 800 milioni di euro

Come ogni schema Ponzi anche quello di Liu Bi’an a un certo punto è collassato su sé stesso. E la vicenda è finita al Tribunale del Popolo Intermedio di Changsha, lì dove la Zhongzhan Huaxin aveva la sua sede principale. 

L’attività ha portato a perdite nette, nel senso di capitale degli investitori evaporato, pari a 6,1 miliardi di yuan, cioè quasi 800 milioni di euro. La magistratura ha sequestrato tutti i beni intestati alla società e al truffatore, che è stato condannato all’ergastolo. Mentre altre persone connesse con la truffa finanziaria hanno ricevuto condanne da cinque a quindici anni di carcere. 

Gli altri casi nel Paese asiatico

Questa storia non è un unicum nel Paese asiatico a dimostrazione di come le dinamiche dell’accumulazione e del profitto ad ogni costo non conoscano confini ideologici e attecchiscano anche in uno Stato formalmente comunista, seppur aperto al libero mercato. Con la stessa virulenza e le stesse modalità che si osservano nei templi del capitalismo occidentale, come gli Stati Uniti. Anzi, il rapido sviluppo tecnologico e finanziario cinese ha reso difficile la capacità di vigilanza dello Stato creando terreno fertile per vicende di questo tipo.

Nel 2016 era venuto allo scoperto lo schema Ponzi online più grande della storia cinese, legato alla società Ezubao. Questa operava come piattaforma di prestito peer-to-peer ed era arrivata a sottrarre circa 50 miliardi di yuan (oltre sei miliardi di euro) a quasi un milione di investitori. I progetti finanziari proposti sul sito erano per la quasi totalità falsi e la vicenda si era conclusa con la condanna all’ergastolo di Ding Ning, presidente della società.

Un’altra vicenda è quella di Qian Zhiming, chiamata la “regina cinese delle criptovalute”, che aveva messo in piedi uno schema Ponzi arrivando ad accumulare 40 miliardi di yuan (5 miliardi di euro circa) da 128mila risparmiatori. Una volta venuta allo scoperto la truffa è scappata nel Regno Unito, dove ha ricevuto una condanna.

Nel 2007, infine, aveva fatto scalpore l’esistenza di uno schema Ponzi messo in piedi dal Yilishen Tianxi Group e legato alla finta produzione di formiche per la medicina tradizionale. In quel caso il capo della società era stato condannato a morte.

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