Il coltan di contrabbando che dalla Repubblica Democratica del Congo finisce nelle nostre tasche

Secondo Global Witness, i dispositivi elettronici delle multinazionali contengono il coltan di contrabbando della Repubblica Democratica del Congo

Una miniera nella Repubblica Democratica del Congo © Erberto Zani/iStockPhoto

Le grandi aziende internazionali starebbero usando coltan di contrabbando proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo (Rdc) per le loro componenti elettroniche. La denuncia arriva da un rapporto dell’organizzazione Global Witness, che ha seguito le catene di approvvigionamento del minerale estratto nell’area di Rubaya, nella provincia del Nord Kivu. Quest’ultima è sotto il controllo dei ribelli M23, responsabili negli ultimi anni di stupri, rapimenti e altri tipi di violenze

L’estrazione del coltan, che avviene attraverso lo sfruttamento della manodopera, è diventata una delle principali fonti di finanziamento del gruppo. Il materiale poi viaggia verso la Cina e il Kazakistan. Lì viene trasformato in tantalio che finisce infine nelle componenti essenziali dei dispositivi elettronici legati ad aziende come Amazon, Ericsson e Sony.

Il coltan nella Repubblica Democratica del Congo e l’M23

Il coltan è un minerale molto presente nel territorio della Repubblica Democratica del Congo. L’area dove ci sono più miniere si trova nella parte orientale del Paese, al confine con il Ruanda, e si chiama Rubaya. È qui che viene prodotto circa il 15% del coltan a livello globale, che poi viene esportato e trasformato in tantalio nelle fonderie asiatiche. Il tantalio è un metallo fondamentale per realizzare componenti in apparecchi come smartphone e computer e viene impiegato molto anche in ambito aerospaziale. Oggi la sua domanda a livello globale è in costante crescita. Per questo, i siti di produzione di coltan della Repubblica Democratica del Congo sono diventati una sorta di miniera d’oro su cui si basa l’economia locale. 

Oggi i siti di produzione di coltan nel paese sono in mano ai ribelli dell’M23. Quest’ultimo da anni combatte una guerra contro l’esercito della Repubblica Democratica del Congo ed è affiancato dalle forze del Ruanda, che però nega il suo coinvolgimento. Numerosi rapporti hanno sottolineato come il gruppo armato, che occupa larghe fette della parte orientale del Paese, si sia macchiato delle peggiori violenze contro i civili come irruzioni negli ospedali, rapimenti, atti di tortura, stupri e stragi.

Anche la produzione del coltan è interessata da dinamiche simili. Sfruttamento e condizioni di lavoro deprecabili hanno portato a centinaia di morti negli ultimi mesi tra la manodopera. Ma l’M23 continua a usare le miniere come fonte di finanziamento, controllando le esportazioni e imponendo tasse sulle spedizioni che gli fruttano circa 700mila euro al mese. Un vero e proprio contrabbando.

Il rapporto di Global Witness sul coltan prodotto nelle miniere di Rubaya

L’associazione non governativa Global Witness ha seguito il viaggio del coltan prodotto nelle miniere di Rubaya. E ha scoperto che in diversi casi finisce come tantalio nei dispositivi elettronici di alcune tra le principali aziende internazionali, come Microsoft, Vodafone, Sony, Amazon, Nvidia, LG Display, Ericsson, Toyota e Apple

Il contrabbando dei ribelli M23 è favorito da funzionari ruandesi che sfruttano le falle nel sistema di tracciabilità Itsci, a cui fanno affidamento molte aziende internazionali, per nascondere la provenienza del minerale e mischiarlo con quello prodotto in Ruanda. Come sottolinea Global Witness, tra il 2021 e il 2025 le esportazioni di coltan dal Ruanda sarebbero aumentate di 2,5 volte. L’Onu, tuttavia, ha più volte sottolineato che questi numeri non corrispondono al totale della produzione locale. Il Ruanda si è poi rifiutato in numerosi casi di migliorare la tracciabilità del minerale, mancando di applicare quell’impronta analitica che permette di individuare la provenienza del metallo a partire dalla sua composizione. 

Il coltan che esce dal Ruanda viaggia sui camion fino alla Tanzania e poi, grazie all’azione di intermediari, finisce nelle fonderie di Paesi come la Cina, il Kazakistan e la Thailandia. Qui avviene la trasformazione in tantalio, poi utilizzato per fabbricare i condensatori. Questi infine vanno a comporre computer, smartphone e altri dispositivi elettronici e aerospaziali. 

Le multinazionali sanno da dove arrivano i minerali usati dai loro fornitori?

L’indagine di Global Witness mostra che le grandi aziende internazionali sfornano prodotti elettronici con componenti derivate dal tantalio delle miniere sotto il controllo dell’M23. Dal momento che i problemi stanno a monte, in particolare nella corruzione del sistema di tracciabilità in Ruanda, queste aziende sono state fino a ora presumibilmente inconsapevoli del problema. Ma ora sono chiamate a prendere provvedimenti.

Toyota ha annunciato verifiche approfondite sui fornitori e interventi tempestivi in ​​caso di abusi riscontrati. Sony ha dichiarato di essere impegnata nella costruzione di una catena di fornitura responsabile e di avere fiducia nei suoi fornitori. Ericsson ha sottolineato che esaminerà i casi specifici.

Apple invece ha scritto a Global Witness che, con l’intensificarsi del conflitto nella regione, ha notificato ai suoi fornitori la necessità di sospendere gli acquisti di metalli dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Ruanda. Sempre Apple non ha però dato spiegazioni sul fatto che nel 2024 ha smesso di indicare i trasformatori nelle sue catene di approvvigionamento.

Samsung ha detto di non aver riscontrato problematiche sui suoi fornitori, dopo un’attenta verifica. Al contrario, Nvidia, Amazon, Microsoft, Vodafone, Panasonic e LG Display non hanno risposto alle richieste di commento di Global Witness.

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