Materie prime critiche, per l’Europa la soluzione c’è: basta riciclarle

Dai rifiuti elettronici alle batterie: così l’Europa potrebbe coprire oltre metà del fabbisogno di materie prime critiche entro il 2050

Enormi quantità di materie prime critiche possono essere recuperate grazie al riciclo di rifiuti elettronici o batterie © BJP7images/iStockPhoto

La prima mappatura mondiale delle materie prime critiche è europea. Nasce con il progetto FutuRaM, che si concentra sull’area UE27+4, includendo oltre ai Paesi membri dell’Unione europea anche anche Regno Unito, Svizzera, Islanda e Norvegia.

Il lavoro ci consegna un’evidenza rilevante: con un corretto riciclo delle materie prime critiche reperibili in molti dei rifiuti che già adesso produciamo, potremmo ridurre drasticamente la dipendenza strutturale da altri Paesi. In questo momento, infatti, le nostre economie sono legate a doppio filo alle risorse reperite in Cina, Repubblica Democratica del Congo, Australia, Sudafrica e Turchia.

In Europa una “miniera urbana” di materie prime critiche

L’Europa siede infatti su un piccolo tesoro che non ha nemmeno bisogno di cercare. Secondo i dati raccolti da FutuRaM, entro il 2050 il continente sarà in grado di recuperare dai propri scarti tra i 4,1 e i 5,7 milioni di tonnellate di materie prime critiche, rispondendo così a più della metà della domanda interna.

E se oggi riusciamo a sostituire appena il 33% delle materie prime, sistemi di recupero più avanzati porterebbero questa quota al 47%. In uno scenario di economia circolare piena, nel quale la qualità dei materiali riciclati eguagli quella dei vergini, potremmo arrivare a soddisfare il 56% del fabbisogno totale. I volumi in crescita sono potenzialmente esponenziali. Se nel 2022 i metalli critici incorporati nei prodotti immessi sul mercato ammontavano a 5,2 milioni di tonnellate, le stime per il 2050 prevedono una massa compresa tra gli 8,4 e i 12,2 milioni di tonnellate annue.

I minerali per la transizione energetica

La transizione verso le tecnologie green è il vero motore che accelera questa nuova forma di estrazione. Se nel 2022 il recupero di minerali strategici era quasi simbolico, le proiezioni di FutuRaM per il 2050 raccontano un’impennata verticale.

Il litio passerà da meno di mille tonnellate annue a quantità comprese tra le 30 e le 52mila tonnellate. Per il cobalto si prevede un balzo dalle circa mille tonnellate iniziali fino a un massimo di 40mila, mentre il nichel vedrà il suo volume di recupero esplodere, passando da appena 4 a oltre 171mila tonnellate l’anno.

Questa metamorfosi è dettata dal ciclo di vita dei prodotti che oggi definiamo d’avanguardia. Le batterie per la mobilità elettrica, le turbine eoliche e le infrastrutture per la digitalizzazione esauriranno il loro ciclo di vita. E alimenteranno un flusso costante di risorse secondarie. Dando un nuovo slancio a settori come l’elettrificazione e l’accumulo di energia.

Quali rifiuti possono essere riciclati per estrarne materie prime critiche

La mappatura operata da FutuRaM analizza sette flussi di scarto fondamentali, considerati i pilastri della futura autonomia europea. Al primo posto troviamo i cosiddetti Raee, i rifiuti elettronici che saturano le nostre case, affiancati dalle batterie, il cuore della mobilità elettrica.

L’indagine si allarga poi ai veicoli fuori uso e agli scarti da costruzione e demolizione. Ma la ricerca scava anche nel passato industriale, analizzando scorie e ceneri dei processi manifatturieri e i rifiuti minerari che oggi offrono nuove opportunità di recupero. Infine, l’attenzione si rivolge alle già citate turbine eoliche smantellate: il simbolo della transizione che impara a riciclare sé stessa.

Vantaggi non solo economici: in gioco c’è il clima della Terra

Recuperare risorse dagli scarti non è solo una mossa strategica per l’autonomia degli approvvigionamenti europei di materie prime critiche. Secondo le stime di FutuRaM, entro il 2050 la sostituzione delle materie prime vergini con quelle secondarie permetterebbe all’Europa di evitare l’immissione in atmosfera di una quota compresa tra 81 e 273 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente ogni anno.

Per dare una scala a questi numeri, si tratta di un beneficio ambientale paragonabile alla totale cancellazione delle emissioni annuali prodotte da un intero Paese come la Spagna. E anche considerando l’impatto energetico necessario alle attività di lavorazione e recupero dei rifiuti (così da rispondere subito ai difensori del business as usual), il saldo rimane ampiamente positivo. In questa prospettiva, il riciclo delle materie prime critiche può diventare un pilastro essenziale per l’azzeramento delle emissioni nette di CO2 del continente.

I buchi neri nel sistema attuale

Ma perché non lo è ancora? I dati raccolti rivelano che quasi la metà dei rifiuti elettronici europei viene gestita al di fuori di sistemi conformi. La perdita strutturale stimata è di 500mila tonnellate di materie prime critiche solo nel 2022. A questo si aggiunge una preoccupante fuga di risorse verso l’esterno: molti veicoli fuori uso sfuggono ai centri di trattamento ufficiali o vengono esportati come usato, sottraendo all’Europa oltre 200mila tonnellate di materiali.

Persino la cosiddetta “black mass”, il cuore del trattamento parziale delle batterie, viene spesso venduta fuori dai confini europei, impedendo un recupero integrale della materia all’interno della regione. Infine, il valore economico dei materiali gioca un ruolo distorsivo, poiché elementi estremamente preziosi come l’oro tendono a deviare verso circuiti informali e non tracciati, attratti da guadagni che i canali ufficiali non sempre riescono a garantire. Rafforzare il monitoraggio dei flussi illegali e delle esportazioni diventa quindi una priorità.

Cosa fare per migliorare la gestione dei rifiuti

FutuRaM ha sviluppato strumenti pronti a guidare la transizione verso sistemi di gestione dei rifiuti più efficienti. Urban Mine Platform è un portale interattivo che permette di visualizzare la disponibilità delle risorse e tracciarne il percorso, dai prodotti finiti fino ai singoli atomi chimici.

Per rispondere alla domanda su quali progetti di recupero valga davvero la pena finanziare, entra in gioco SARA4UNFC. Si tratta di un modello decisionale che non si limita a cercare il valore, ma analizza ogni progetto attraverso tre lenti: la fattibilità tecnica, la sostenibilità economica e la responsabilità sociale e ambientale. In questo modo, l’incertezza degli investimenti si riduce, accelerando il passaggio dai progetti pilota a sistemi di recupero su scala industriale. Grazie a queste innovazioni, i rifiuti europei possono finalmente diventare una fonte di approvvigionamento stabile, trasparente e, soprattutto, affidabile.

Le raccomandazioni indirizzate ai decisori politici

Gli esiti di FutuRaM si traducono anche in una serie di raccomandazioni indirizzate ai decisori politici. La prima è quella di dare ordine ai processi e armonizzarli. Istituire un quadro comune per la rendicontazione e la classificazione delle materie prime secondarie, garantendo dati coerenti e decisioni informate.

Ma la trasparenza, da sola, non basta a fermare l’emorragia di risorse. Occorre rafforzare l’applicazione delle norme e il monitoraggio dei flussi illegali di rifiuti, investendo simultaneamente in tecnologie di smantellamento meccanico e tecniche di riciclo innovative.

L’obiettivo è accelerare definitivamente il passaggio dai progetti pilota a sistemi di recupero su scala industriale. In questo nuovo paradigma, il rifiuto non è più il capolinea del consumo, ma il punto di partenza per la sicurezza tecnologica del continente.

Nessun commento finora.

Lascia il tuo commento.

Effettua il login, o crea un nuovo account per commentare.

Login Non hai un account? Registrati