Coronavirus & crisi /6. Economie emergenti nella bufera

Debito in ascesa, turismo a picco e tensione USA-Cina: per le nuove economie un futuro nero. Tra inflazione e banche centrali sotto pressione

Due cocktail presso una spiaggia delle Maldive. Travolto dalla crisi del turismo e colpito da un debito in ascesa, il piccolo Paese insulare è diventato un caso emblematico nel panorama dei mercati emergenti in crisi. Foto: Fshoq Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

È presto per parlare di fine della globalizzazione, suggestione molto hardcore che tanto esalta un dibattito odierno sempre più denso di retorica apocalittica. Ma la crisi da coronavirus, questo è certo, ci obbliga a riconoscere l’esistenza di un improvviso e forzato cambio di rotta nel percorso della storia. Ok, niente panico. Presto, forse, ci rimetteremo tutti sui binari abituali, le economie si riprenderanno e le forme variabili dei lockdown locali o nazionali diventeranno solo un pessimo ricordo. Nel frattempo, tuttavia, gli effetti diretti delle chiusure si stanno manifestando nel modo più evidente sul traffico di uomini e merci. E non è un bel vedere.

La catena di fornitura globale è in evidente sofferenza, gli spostamenti umani restano fortemente limitati. Domina l’incertezza, che in questi casi significa pessimismo. Non sorprenderebbe, dunque, se a pagare il dazio più pesante, alla fine dei conti, fossero proprio quelle aree che, dalla globalizzazione, hanno tratto i maggiori vantaggi negli ultimi due decenni: le economie emergenti.

Per gli emergenti un debito fuori controllo

Il debito delle nuove economie – come le si definiva in passato – è osservato speciale da tempo. Il rafforzamento del dollaro sperimentato negli ultimi anni e l’offensiva protezionista lanciata da Trump fin dal suo insediamento alla Casa Bianca hanno messo in crisi le prospettive di finanziamento dei mercati emergenti. Negli ultimi 15 anni, rileva il Financial Times, il debito dei Paesi più vulnerabili è passato da meno di mille miliardi a 3,2 trilioni (3.200 miliardi) di dollari, pari al 114% del loro Pil. Gli emerging markets nel loro insieme sono indebitati per 71 mila miliardi. E i segnali di crisi sono ormai evidenti. Ad oggi metà delle nazioni del Pianeta ha chiesto un sostegno al Fondo Monetario Internazionale.

Qualche decennio fa, ricorda il quotidiano britannico, si trattava prevalentemente di gestire le pendenze con banche e governi stranieri. Il che poteva essere complicato ma solo fino a un certo punto. Nel contesto odierno, che vede i fondi speculativi come principali creditori, il rischio di default disordinati è, almeno in teoria, più forte che in passato.

La crisi del turismo può essere un innesco

Tra le nazioni emergenti più colpite dalla crisi, nota ancora il Financial Times, ci sono le piccole Maldive. Le previsioni pre epidemia del FMI parlavano di una crescita attorno al 6% ma le prospettive odierne sono devastanti: recessione galoppante e Pil destinato a contrarsi di 8 punti percentuali. Ad alimentare il dissesto c’è la crisi di un settore chiave come quello turistico, uno dei comparti più colpiti dalle restrizioni post coronavirus. Secondo Mitu Gulati, ricercatore della Duke University ed esperto di debito sovrano interpellato dal FT, le Maldive rischiano di trasformarsi in un caso esemplare destinato ad evidenziare «quanto facilmente cadranno le tessere del domino».

Secondo gli ultimi dati disponibili, viaggi e turismo contribuiscono da soli a oltre il 10% delle attività economiche globali per un totale di 8,8 trilioni di dollari. Il probabile tracollo del settore post epidemia impatterà su moltissimi Paesi a partire dalle maggiori destinazioni del Pianeta (tra cui l’Italia per la quale il turismo vale il 13% circa del Pil). Nell’elenco figurano anche molte nazioni emergenti che negli anni hanno acquisito un peso crescente. Lo scorso anno la World Tourism Organization delle Nazioni Unite segnalava nel 2018 un aumento delle presenze dei vacanzieri pari al 6% su scala mondiale con 1,4 miliardi di persone in viaggio. Buona parte della crescita, proseguiva l’organizzazione, era generata dai mercati emergenti – India e Cina in primis – sia in termini di destinazioni che di nuovi turisti in circolazione.

Trump minaccia gli emergenti

In questo contesto il futuro dei mercati emergenti rischia di essere caratterizzato da una persistente minaccia: il conflitto USA-Cina. Le ostilità commerciali non si sono mai placate e la strategia del j’accuse statunitense ha riacceso la miccia di una potenziale bomba ad orologeria. E mentre cresce la sensazione che Trump voglia impostare la sua campagna elettorale in chiave anticinese, aumentano di pari passo le preoccupazioni degli analisti circa l’impatto dello scontro sulle nuove economie.

«Un’eventuale escalation del conflitto potrebbe ritardare la ripresa dell’economia globale, spingere gli operatori a investire nei beni rifugio come i titoli di Stato USA e rafforzare il dollaro» scrive Bloomberg. «I mercati emergenti, dove il rally azionario si è già arrestato e le monete nazionali continuano a perdere di valore, potrebbero subire il peso di questo cambiamento».

Le nuove economie sperimentano il QE

La novità più interessante degli ultimi tempi è che alcune economie emergenti hanno iniziato a perseguire le stesse strategie monetarie espansive delle omologhe mature. Le banche centrali di Indonesia, Polonia, Romania e Sudafrica, nota qualcuno, hanno iniziato ad acquistare titoli di Stato sul mercato con l’obiettivo di garantire un significativo afflusso di liquidità al sistema. Ungheria, Cile e Colombia stanno eseguendo operazioni simili rispettivamente nel mercato dei mutui e dei bond bancari e corporate. Come dire, il quantitative easing nella sua versione classica già sperimentata negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone.

Difficile, per ora, avere un quadro completo anche perché non tutte le banche centrali rendono noti i dettagli dei loro acquisti. Ma con i tassi di interesse in discesa e una crescita della liquidità in circolazione i dubbi sulla tenuta del meccanismo non mancano.

Ma rischiano inflazione e fuga di capitali

Il fatto è che lo spazio di manovra dei Paesi emergenti è tipicamente più limitato rispetto a quello delle grandi economie mature. Nei momenti di crisi, infatti, gli investitori tendono ad abbandonare i mercati più rischiosi per puntare su asset più sicuri sebbene in larga parte meno redditizi. È il fenomeno arcinoto del flight-to-quality che nelle nuove economie produce l’altrettanto classica fuga dei capitali. Ebbene, l’emorragia di liquidità estera si traduce spesso in una svalutazione delle monete locali e una conseguente pressione inflazionistica. Quest’ultimo fenomeno è oggi limitato dalla recessione e dalla contrazione dei consumi. Ma cosa accadrà in futuro qualora i programmi di QE dovessero proseguire a lungo? Nessuno lo sa ovviamente. E l’incertezza, ancora una volta, non contribuisce a rasserenare gli animi.