Coronavirus & crisi. Lo scontro USA-Cina e il contagio protezionista

Nuovi venti di guerra commerciale tra Washington e Pechino. Gli USA rischiano di farsi male da soli. L'Europa resta al centro della crisi globale

Matteo Cavallito
Trump e Xi durante il G20 di Osaka nel 2019. Oggi i rapporti tra Usa e Cina sono sempre più tesi. Foto: Shealah Craighead dominio pubblico
Matteo Cavallito
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I rapporti tra Cina e Stati Uniti sono di nuovo ai minimi termini. E per l’economia mondiale è una pessima notizia. Lo scorso fine settimana il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha accusato Pechino di voler nascondere al mondo la verità: il coronavirus – sostiene la Casa Bianca – avrebbe avuto origine in laboratorio e le prove in merito sarebbero «schiaccianti», anche se nessuno al momento le ha potute vedere. La Cina ovviamente nega, ma intanto Trump da parte sua minaccia di rilanciare la guerra commerciale. E la situazione, va da sé, si fa sempre più tesa.

Il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha accusato la Cina di aver creato il virus in un laboratorio di Wuhan. Pechino smentisce. Foto: U.S. Army Sgt. Amber I. Smith Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha accusato la Cina di aver creato il virus in un laboratorio di Wuhan. Pechino smentisce. Foto: U.S. Army Sgt. Amber I. Smith Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Pechino al centro della campagna elettorale

Negli USA i media di destra si accodano al presidente, parlando sempre più spesso di chinese virus. La sensazione, insomma, è che Trump voglia impostare la sua campagna elettorale sullo scontro con Pechino nella speranza di annacquare le polemiche sulla gestione dell’emergenza interna e sulla crescente disoccupazione, che colpisce, tra gli altri, alcuni Stati chiave per il voto di novembre come Michighan e Pennsylvania.

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Il sospetto di una mossa meramente propagandistica e il principio di presunzione di innocenza, per ora, fanno pendere la bilancia della ragione dalla parte di Pechino. Ma la Cina, questo è certo, non ha brillato per trasparenza, censurando i medici e gli scienziati che per primi denunciarono l’allarme. Tralasciando le ipotesi più estreme, insomma, resta comunque forte il sospetto – per non dire la certezza – che il governo abbia comunicato al mondo l’emergenza con colpevole ritardo. Una classica sindrome di Chernobyl con altrettanto classica scarsissima glasnost’.

Trump minaccia la Cina

Cosa c’entra l’economia globale in tutto questo? C’entra eccome, purtroppo. Trump si è detto pronto a inasprire i dazi commerciali se la Cina dovesse rifiutarsi di rispettare l’accordo di massima siglato a gennaio, che impone a Pechino l’acquisto di 200 miliardi di dollari di merci americane nei prossimi due anni. Un’intesa che rischia ora di vacillare sia per la crescente tensione tra i due Paesi sia per i limiti stessi dell’economia cinese. «Sono in molti a ipotizzare che la capacità della Cina di realizzare questi acquisti sia stata significativamente danneggiata dalla pandemia di coronavirus che ha portato alla prima contrazione economica del Paese dal 1987, dopo mesi di lockdown», scrive il South China Morning Post. E il punto è che la reazione americana rischia di essere pericolosamente autolesionista.

Epidemia protezionistica: c’è un precedente

«Donald Trump ha scelto il peggior momento possibile per rilanciare la sua battaglia commerciale contro la Cina», sottolinea la CNN. Il coronavirus sta massacrando l’economia globale sotto ogni punto di vista: produzione, consumi, occupazione. In questo quadro, prosegue l’emittente, gli economisti hanno iniziato a lanciare l’allarme ipotizzando che la strategia della Casa Bianca possa trasformare la recessione «in una depressione vera e propria».

Il fatto è che il protezionismo funziona come il sovranismo: vive di interessi elettorali e di azioni provocatorie.

E siccome ad ogni azione corrisponde una reazione, ecco che il fenomeno si diffonde come un’epidemia contagiando il resto del mondo in un circolo vizioso.

La storia, d’altra parte, dovrebbe insegnare qualcosa. Interpellato dalla stessa CNN, Joe Brusuelas, capo economista della società contabile internazionale RSM, ha richiamato alla memoria la disastrosa esperienza dello Smoot-Hawley Act, la norma votata dal Congresso USA nel 1930 che imponeva dazi commerciali su tutti i beni importati nel Paese. L’iniziativa indusse molte altre nazioni a prendere provvedimenti analoghi sulle merci americane in entrata producendo un rialzo dei prezzi e vanificando le speranze del fronte protezionista. Uno schema che potrebbe ripetersi anche oggi.

Nello scontro con Pechino gli USA hanno già perso

Il punto chiave della questione è il gioco al massacro di ogni guerra commerciale. Quasi un anno fa, ad esempio, il FMI aveva sottolineato come il conflitto stesse penalizzando entrambe le parti. Più o meno nello stesso periodo una ricerca dell’Università di Harvard, condotta utilizzando i dati sui prezzi del Bureau of Labor Statistics USA sulle importazioni dalla Cina, osservava come il peso dei dazi fosse destinato a cadere «in larga parte sulle spalle degli Stati Uniti». Perdevano le aziende, ovviamente, ma anche i consumatori, costretti a pagare prezzi più elevati sui beni acquistati.

Come se non bastasse, osservavano i ricercatori, dall’introduzione dei dazi le importazioni americane dalla Cina si erano ridotte ma il calo era stato sostanzialmente compensato da un maxi afflusso di merci messicane. Più care, ovviamente. Morale: il deficit commerciale era rimasto relativamente stabile; gli americani, in compenso, avevano pagato di più.

Europa nel mirino

Il carattere epidemico delle guerre commerciali si manifesta nella loro diffusione e nell’effetto contagio capace di colpire il resto del mondo. E se un conflitto a colpi di dazi faceva già paura prima, figuriamoci oggi nel pieno di una recessione conclamata. L’Europa, in questo senso, è al centro della crisi e dallo scontro USA-Cina rischia di subire ulteriori contraccolpi. Secondo le ultime previsioni di S&P Global Ratings, nel corso del 2020 il Pil dell’Eurozona dovrebbe contrarsi del 7,3%, ammesso che l’emergenza sanitaria non si aggravi nuovamente.

Le previsioni di S&P per le maggiori economie europee. La parentesi indica un dato negativo. Fonte: S&P Global, 4 maggio 2020
Le previsioni di S&P per le maggiori economie europee. La parentesi indica un dato negativo. Fonte: S&P Global, 4 maggio 2020

L’Italia dovrebbe pagare il prezzo maggiore, con una contrazione prevista pari al 9,9% del Pil nel corso di quest’anno. Pessime anche le prospettive di Spagna (-8,8%) e Francia (-8%), entrambe destinate a performare peggio della media dell’area. «Lo shock della domanda per i consumi sarà il maggiore freno alla crescita», ha dichiarato Sylvain Broyer, Chief Economist di S&P Global Ratings. «Fattori come le sospensioni della catena di fornitura e le interruzioni della produzione – ha aggiunto – ostacoleranno anche l’industria e l’attività commerciale». Un preoccupante punto di partenza in caso di escalation del conflitto tra Washington e Pechino.