Attualità

Debito, inflazione e l’ombra del FMI: i tre convitati del voto argentino

L'Argentina si prepara al voto: Alberto Fernández è il grande favorito nella corsa alla presidenza. Ma l'eredità del disastro-Macri è un problema per i peronisti

Di Alfredo Somoza, inviato a Buenos Aires
Argentina, una manifestazione contro il FMI il 25 maggio 2018. Foto: Gastón Cuello Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

Vigilia delle elezioni presidenziali in Argentina tra rumors sul rischio Paese e le “certezze” di un ritorno al governo dei peronisti di Cristina Kirchner e Alberto Fernández che si presentano insieme ai settori più conservatori del movimento fondato dal general negli anni Quaranta del secolo scorso. Una fine di mandato quella di Mauricio Macri costellata di errori grossolani nella gestione dell’economia, in caduta libera dopo i risultati delle primarie, che qui sono obbligatorie, dello scorso agosto. Risultati, questi ultimi, che tendono ad anticipare l’esito delle elezioni vere e che hanno visto i peronisti in vantaggio di 15 punti sul presidente in carica.

Argentina in crisi, ancora una volta

Le misure emergenziali che dovrà intraprendere il prossimo governo sono la risposta alle eterne questioni irrisolte dell’Argentina. Inflazione, povertà, recessione, fuga di capitali. Con l’aggravante del debito pubblico, passato dal 40% in rapporto al PIL del 2015 al 97,7% di inizio anno. Il dollaro è ormai sotto osservazione costante da quando ha rotto la barriera dei 60 pesos nel tasso di cambio. Malgrado la costante emorragia di riserve della Banca Centrale per sostenere la valuta nazionale, sul mercato parallelo si cambia ormai a circa 70 pesos per biglietto verde.

Debito alle stelle

Questo perché l’Argentina di Macri, tornata sui mercati finanziari, si è fortemente indebitata con le nuove emissioni di bond e soprattutto con il prestito di oltre 50 miliardi di dollari, erogato per due terzi, concesso dal FMI. Il candidato presidente peronista Fernández si è mantenuto rimasto molto vago sulla politica economica del suo governo, ma con ogni probabilità si tornerà al controllo del cambio con il dollaro, alla discussione con il FMI per rinegoziare il debito e ad alcune misure di emergenza sul tema della lotta alla povertà.

Sull’economia duro scontro Macri-Fernández

Nell’ultimo dibattito televisivo il presidente uscente Macri ha difeso l’operato del suo governo lasciando intendere come a suo avviso il peggio sia ormai passato.

Di diverso avviso Fernández che ha duramente replicato a Macri parlando di fracaso economico e attribuendo molte responsabilità al governo uscente.

La congiuntura mondiale non aiuta

A differenza di quanto accadeva all’avvio del ciclo dei Kirchner nel 2003, che coincise con un ciclo economico internazionale fortemente positivo per l’Argentina, oggi i peronisti dovranno governare partendo da una situazione pessima. Sono però probabilmente l’unico argine all’ondata di incendi sociali che si susseguono in America Latina da mesi più per via del loro controllo dei movimenti sociali che per la possibilità concreta di potere avviare politiche anticicliche che possano innescare una crescita economica che da queste parti non si vede da anni.

La Cina è vicina

L’aggancio all’economia cinese avvenuta a partire dagli anni ’90 in America Latina, mostra tutti i suoi limiti. Paesi come Brasile, Cile, Argentina, che restano sostanzialmente fornitori di materie prime, sono fortemente dipendenti dall’andamento dell’economia della nazione asiatica per poter generare impiego e stabilità economica. Una maledizione che, cambiando i Paesi di riferimento – prima la Gran Bretagna, poi gli Stati Uniti e oggi la Cina – continua a determinare il destino dell’economia sudamericana.

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile