Dieci anni di climate litigation, con uno sguardo a domani
A dieci anni dal caso Ugenda, la climate litigation che ha fatto la storia, cosa è cambiato nelle cause climatiche e cosa ci riserva il futuro
Nel 2015 per la prima volta al mondo un tribunale ordinò a un governo di adottare misure più incisive per contrastare la crisi climatica. Accadeva in Olanda. Quella climate litigation è passata alla storia come “il caso Urgenda”, dal nome della fondazione olandese che avviò l’azione legale insieme a un migliaio di cittadini. Fu una svolta epocale. Quale eredità ci hanno lasciato questi dieci anni di iniziative legali a protezione del clima?
Dieci anni di climate litigation
Ha provato a rispondere un rapporto pubblicato a fine 2015 dal Climate Litigation Network che ha ripercorso le tappe e le cause principali che hanno segnato il decennio. Il rapporto di concentra sui casi “framework”, cioè quelli che mettono in discussione l’attuazione di politiche e obiettivi climatici nazionali. O che, con riferimento ai business ad alte emissioni, chiedono modifiche relative a processi decisionali, sistemi di governance, politiche aziendali.
Il network è un’iniziativa avviata proprio dalla Fondazione Urgenda. Allo scopo di sostenere individui, gruppi, organizzazioni che in tutto il mondo utilizzano la leva del contenzioso legale per far avanzare l’azione sul clima. Il report si fregia della prefazione di Christiana Figueres, Segretario esecutivo di Unfccc (la Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici) ai tempi di Cop21 e dell’Accordo di Parigi.
Un’architettura legale a protezione del clima
Il messaggio principale del report è che le esperienze sedimentatesi in questo periodo, e i risultati ottenuti, hanno contribuito a costruire un’architettura legale globale per la protezione del clima che prima non c’era. Anzi, per immaginarla dieci anni fa ci sarebbe voluto un visionario con la vista bella lunga, per non dire un sognatore. Invece oggi è una realtà su cui fare affidamento.
Quest’architettura è il frutto degli sforzi prodotti, causa dopo causa, in iniziative legali portate avanti di fronte a tribunali nazionali, regionali e internazionali. Tutte insieme hanno segnato la strada attraverso cui si è arrivati a pronunciamenti come quello del 2024 della Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso “Anziane per il Clima”. O come nell’estate 2025, quando il parere della Corte Internazionale di Giustizia – che Figueres nella prefazione ricorda come «un momento straordinario» – ha sancito l’obbligo degli Stati di proteggere i propri cittadini dalla crisi climatica.
Oggi il sistema di responsabilità legale per gli Stati sulle questioni climatiche dice che essi devono fare la loro parte nell’ambito dello sforzo globale per limitare l’aumento delle temperature medie terrestri entro i limiti dell’Accordo di Parigi. Dice che devono proteggere le generazioni future adottando piani climatici equi e realizzabili. E che, per dimostrare che le loro azioni sono coerenti con ciò che promettono, devono attuare misure efficaci per raggiungere gli obiettivi climatici prefissati.
L’impatto delle climate litigation fuori dai tribunali
Un altro messaggio fondamentale del report è che le climate litigation hanno funzionato anche quando il giudice non ha accolto le richieste dei ricorrenti. Hanno avuto cioè un impatto anche al di fuori delle aule dei tribunali. Ciò è accaduto quando le corti hanno fissato principi che hanno comunque alzato l’asticella delle responsabilità sul clima per tutti, come nel caso Lliuya v. RWE, diventando così strumenti utilizzabili in contenziosi successivi.
Le cause climatiche, al di là dell’esito, hanno dimostrato di poter innescare un cambiamento a livello politico e legislativo. Hanno ispirato la mobilitazione di fasce sempre più ampie di popolazione, in particolare dei giovani, che guarda caso nelle climate litigation sono spesso fra i ricorrenti. Hanno promosso un continuo affinamento di argomenti e strategie, costruito e rafforzato alleanze. E infine hanno anche sensibilizzato l’opinione pubblica sulle ricadute concrete della crisi climatica.
La strada ancora da percorrere
Esiste dunque una base solida su cui innestare iniziative future. Sono due le aree principali su cui concentrarsi. La prima riguarda le aziende. Se in riferimento alla responsabilità degli Stati l’architettura legale è ormai solida e ben definita, in riferimento alle aziende non lo è ancora pienamente. Gli ambiti che devono essere consolidati riguardano gli obblighi delle aziende di ridurre le emissioni per prevenire danni alla collettività. E ovviamente anche gli obblighi dei governi di limitare il loro sostegno alle aziende attive nella produzione di combustibili fossili. Oltre all’accertamento delle responsabilità dei grandi inquinatori privati per i danni climatici non più evitabili.
L’altra sfida è quella dei risultati concreti. Bisogna cioè far leva sull’architettura legale di cui finalmente disponiamo per produrre cambiamenti sistemici. Tradotto: tagliare le emissioni di gas serra quanto serve. Una volta che gli obblighi sul clima sono stati chiariti per i governi, infatti, e che via via lo sono per le aziende, è necessario che tali obblighi vengano fatti rispettare. E che sentenze, politiche governative, leggi dei parlamenti si traducano in tagli alle emissioni. Su questo, dice il report, sono in arrivo i pronunciamenti su una quarantina di casi pendenti nel mondo. Stay tuned.




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