Attualità

Disuguaglianza e pensioni da fame. Così il Cile va in fiamme

Un cileno su due ha una ricchezza media di $5mila, 1 su 10 di 760mila. E poi le pensioni private, un regalo di Pinochet

Di Matteo Cavallito
Cile, 22 ottobre 2019. Manifestanti protestano in Plaza Baquedano a Santiago. Foto: Carlos Figueroa Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

Il Cile brucia e la vera notizia è che non è mica una gran notizia. Rivolta annunciata, attesa, innescata, come prevedibile che fosse, da una scintilla qualsiasi – il rincaro dei biglietti del trasporto pubblico, provvedimento poi sospeso – in un mare magnum di frustrazione generale. Succede oggi, sarebbe potuto accadere ieri.

«La crisi è scoppiata per Sebastián Piñera, ma avrebbe potuto scatenarsi anche durante l’amministrazione di Michelle Bachelet»ha scritto di recente il quotidiano El Cronista.

Il senso dell’analisi è facilmente intuibile. Santiago va a fuoco, si diceva; ma ad immolarsi sulla pira non è tanto l’arroganza di questo o quel governo. Quanto, piuttosto, il mito, fastidiosissimo, della Svizzera latinoamericana: quella virtù cilena di cui si è nutrita negli anni una retorica urticante e sempre più fuori luogo. Il Cile stabile, il Cile ricco; che però è anche il Cile dei poveri.

Déjà vu. Studenti cileni in piazza durante le proteste del 2011. Foto: Tomás Jorquera Sepúlveda Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Cile in fiamme

Poveri, infelici e turbati, anzi: incazzati come belve, perdonate l’ispanismo. Quando il livello degli scontri è salito oltre la soglia attesa, il presidente ha disposto il dispiegamento dell’esercito nelle strade. Brutta immagine, specie da quelle parti. Poi, come se nulla fosse, è andato a cena fuori con la famiglia in una pizzeria nel quartiere di Vitacura, uno dei più ricchi della capitale. Il giorno seguente, complice qualche militare un po’ meno tronfio, l’inquilino della Moneda ha capito di averla fatta fuori dal vaso, perdonate l’allegoria, e ha cercato di smorzare i toni. Ma la rabbia dei cileni non si è placata. Come capita sempre, del resto, quando le crisi hanno radici profonde.

Perché la crisi cilena esiste da tempo, anche se contrasta con i numeri, i riconoscimenti e la retorica, appunto. Unico membro latinoamericano dell’OCSE, l’organizzazione che riunisce le economie di mercato più avanzate del mondo, il Cile registra un Pil pro capite prossimo ai 25mila dollari, il valore più alto del Subcontinente. L’inflazione è molto bassa, per lo meno rispetto agli standard regionali; il debito pubblico vale meno di un quarto del prodotto interno lordo.


Andamento del debito pubblico rispetto al PIL. FONTE: tradingeconomics.com

Le virtù sono evidenti, nessuno lo mette in dubbio. Ma il Cile, è altrettanto noto, evidenzia anche caratteristiche decisamente meno lusinghiere. Una su tutte: la sua economia è una delle più inique dell’America Latina.

Il Paese della disuguaglianza

Secondo le ultime rilevazioni della Comisión Económica para América Latina y el Caribe (Cepal), la ricchezza media delle singole famiglie cilene viaggia attorno ai 115mila dollari. Ma per la metà più povera dei cittadini il dato si ferma a quota 5mila dollari contro i 760mila del 10% più ricco della popolazione e gli oltre 3 milioni del Top 1%. L’eredità storica del latifondo pesa tuttora: circa un decimo della ricchezza nazionale è controllato da meno di 550 famiglie, una proporzione – nota qualcuno – simile a quella rilevata in molti Paesi africani.

Da qualche tempo la situazione sta migliorando, anche se le statistiche non autorizzano certo sonore celebrazioni. L’indice di Gini, uno dei più noti indicatori sulla distribuzione del reddito (un valore vicino allo zero evidenzia una diffusione più omogenea della ricchezza, i dati prossimi a 1, o 100% a seconda della forma espressiva scelta, rappresentano livelli più elevati di disuguaglianza) è sceso negli ultimi anni, confermando una maggiore equità sociale rispetto al passato. Ma l’ultimo dato registrato, 46,6%, supera ancora ampiamente il punteggio medio dell’area (41 punti percentuali circa).

Bassi salari, prezzi alti

In tutto questo il Cile continua a sperimentare un’autentica beffa. L’inflazione, si diceva, è bassa: un’autentica benedizione rispetto alla media latinoamericana (chiedere all’Argentina, per tacer del Venezuela). Ma il costo della vita appare straordinariamente elevato rispetto al reddito. Emblematico proprio il recente casus belli dei trasporti: una corsa in metropolitana costa ben oltre un dollaro americano, praticamente un ordine di grandezza da Paese europeo di medio livello. Solo che il salario minimo registrato in Cile, ricorda ancora El Cronista, supera a malapena i 420 dollari mensili e lo stipendio medio effettivo della metà più povera della popolazione si colloca attorno a quota 560. Chiaro il concetto?

Il Cile “liberista” ostacola la concorrenza

Il problema dei prezzi potrebbe essere un riflesso della stesa struttura di mercato sperimentata dal Cile in molti settori chiave. Nonostante il mood liberista, che ha ispirato negli anni tanta retorica sul “miracolo cileno”, infatti, l’economia nazionale sperimenta ancora tante strutture mono o oligopolistiche in diversi settori. Pro Market, il blog ufficiale dello Stigler Center dell’Università di Chicago, chiama in causa ad esempio i servizi elettrici ed idrici dove negli anni le aziende hanno potuto mantenere margini di profitto piuttosto alti a danno dei consumatori. Ma la regola vale anche per altri comparti come birra, tabacco e aviazione civile nazionale, tutti caratterizzati da situazioni di sostanziale monopolio.

Pro Market cita poi una stima del think tank liberale Horizontal secondo la quale i cileni spenderebbero il 40% del loro reddito in beni e servizi prodotti da settori privi di reale concorrenza. In Cile, rilevava nel 2014 uno studio dello stesso Horizontal, «La struttura dei mercati, il loro funzionamento e i casi precedentemente emersi negli ultimi anni suscitano dubbi sul corretto funzionamento e sulla libertà dei mercati».

Pensioni da fame, un regalo della dittatura

Infine il sistema previdenziale, ampiamente de-statalizzato. L’ascesa dei capitali privati e del credito nel welfare è un fenomeno noto anche in altri Paesi dell’America Latina (Brasile docet). Ma quanto accaduto in campo pensionistico rappresenta quasi un unicum. Imposto per legge nel 1980, nel pieno dell’era Pinochet, e imitato ad oggi da soli tre Paesi della regione (Bolivia, Repubblica Dominicana ed El Salvador), il sistema pensionistico cileno si basa sui contributi obbligatori ai fondi privati. Funziona così: ogni mese, in Cile, i lavoratori dipendenti versano il 10% del loro stipendio in conti ad hoc gestiti da compagnie private che, dietro il pagamento di commissioni (particolarmente alte, visto che anche qui la concorrenza latita…), investono i capitali sul mercato e promettono di garantire in futuro una pensione al lavoratore. Lo Stato, da parte sua, se ne lava le mani.

Il sistema, definito “a capitalizzazione” e non valido per i contribuenti delle forze armate, cui al contrario è garantito un meccanismo contributivo tradizionale più favorevole, ha prodotto e produce tuttora pensioni eccezionalmente basse. Che, per lo meno tre anni fa, risultavano in media persino inferiori al salario minimo. Da anni si parla di riforme in senso “sociale”. Ma la struttura della previdenza, oggi, è sostanzialmente immutata dai tempi della dittatura.

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