Emirati e Arabia Saudita: il nuovo oro nero sono i terreni agricoli (degli altri)

Per garantirsi il futuro, i fondi sovrani di Emirati e Arabia Saudita investono in terreni agricoli e aziende della filiera agroalimentare

Antonio Piemontese e Elisabetta Norzi
I terreni agricoli sono il nuovo oro nero © ChiccoDodiFC/iStockPhoto
Antonio Piemontese e Elisabetta Norzi
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Non solo idrocarburi, materie prime e terre rare: a causa dei cambiamenti climatici investitori privati e Stati hanno sempre più fame di terreni agricoli. Emirati e Arabia Saudita ne sono un esempio. I fondi sovrani dei due Paesi del Golfo hanno comprato – e continuano a comprare – terreni e quote di importanti aziende attive in tutta la filiera agroalimentare, dalla coltivazione alla lavorazione fino al commercio del prodotto finale. In ogni parte del mondo. L’idea alla base è mettersi al riparo dalle turbolenze di questi anni. In alcuni casi, però, si finisce persino per esportare i prodotti.  

I vaccini e i limiti della globalizzazione

Ricordate i vaccini? Nel 2020 scoppia la pandemia. Il mondo cerca freneticamente una cura, o almeno una forma di prevenzione. Nel giro di pochi mesi vengono immessi sul mercato diversi preparati. Ma se il virus non conosce confini, il commercio invece sì. Il risultato è che intere porzioni del globo (va da sé, soprattutto i Paesi in via di sviluppo) restano prive di copertura. I vaccini sono trasformati in leva competitiva e diplomatica: servono a rinsaldare alleanze, o a punire partner reticenti. In politica non c’è spazio per la pietà. 

La pandemia, in buona sostanza, ha mostrato i limiti della globalizzazione: una presunzione di amicizia basata sull’interesse economico. Meglio che la guerra, certo. Ma quando il gioco si fa duro, si torna all’homo homini lupus

E così, dopo vent’anni di retorica globalista e delocalizzazioni, in quei mesi vengono coniati neologismi come re-shoring (riportare la produzione in patria) o friend-shoring (spostare le fabbriche solo in Paesi amici, ma solo per chi è in vena di fidarsi). L’idea, si diceva, è non farsi cogliere di nuovo alla sprovvista in un mondo che dalla pax americana è precipitato nuovamente in quella che è la regola nelle relazioni internazionali: la legge del più forte. Lo sanno bene le medie e grandi potenze, che badano al sodo e ragionano con prospettive di almeno trent’anni. 

Emirati Arabi: il bisogno di cibo e acqua porta alla guerra

Per i Paesi del Golfo i problemi principali si chiamano cibo e acqua, e sono presenti da sempre. Il cambiamento climatico peggiora la situazione: secondo i dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), di cui peraltro è presidente l’emiratino Abdulla Al Mandous, tra Medio Oriente e Nord Africa si contano 11 dei 17 Paesi maggiormente esposti a stress idrico. E il riscaldamento del clima, in questa regione, accelera a velocità doppia rispetto alla media globale. Ce n’è abbastanza per affrettarsi a correre ai ripari. I denari, del resto, non mancano. 

Gli Emirati Arabi Uniti sono in prima linea nell’acquisto di terreni su scala mondiale. Due gli obiettivi: proseguire nella diversificazione della propria economia preparandosi all’era post petrolio, e garantire la sicurezza alimentare del Paese. Secondo il Centro di statistica nazionale, lo scorso agosto la città di Dubai ha superato i 4 milioni di abitanti, con una popolazione che in quindici anni è più che raddoppiata. E sul territorio degli Emirati insiste uno dei deserti più inospitali del pianeta: l’Empty Quarter, letteralmente il “Quarto vuoto”. Non sorprende che il 90% del cibi consumati nel Paese, quindi, sia importato dall’estero

Dopo la pandemia (ma ancora prima durante la crisi finanziaria globale del 2008), gli Emirati Arabi hanno toccato con mano tutta la vulnerabilità del loro sistema di approvvigionamento alimentare. E hanno cominciato ad accaparrarsi terreni agricoli in giro per il mondo. A partire dall’Africa dove, proprio per questo, sono stati coinvolti in diverse guerre: dalla Libia al Sudan. Tra i nuovi pascoli emiratini, porzioni di territorio in Asia, in America Latina e anche in parte dell’Europa Orientale.

«Autosufficienza e resilienza», quando in realtà è land grabbing

Non è facile quantificare l’entità degli investimenti: secondo l’ong spagnola Grain, che si occupa da trent’anni di agricoltura e sfruttamento, gli Emirati Arabi si sarebbero accaparrati oltre 950mila ettari di terreni agricoli all’estero. I soldi arrivano dai ricchi fondi sovrani degli sceicchi: Mubadala e Adq (Abu Dhabi developmental holding company).

I modi di operare sono principalmente due: ingenti investimenti in alcune delle maggiori aziende agricole e alimentari del mondo; e land-grabbing: ovvero l’appropriazione di aree ritenute (arbitrariamente) incolte. Una vera e propria esternalizzazione dell’agricoltura. Tra le operazioni più note l’acquisto della maggioranza di Unifrutti: produttore e distributore globale di frutta fresca. E di Al Dahra (che Adq controlla al 50%): multinazionale specializzata nella coltivazione, produzione e commercializzazione di mangimi e prodotti alimentari essenziali, oltre che nella gestione end-to-end della supply chain.

«L’aumento della popolazione, i cambiamenti nelle tendenze dei consumi e il cambiamento climatico globale richiedono una revisione dei sistemi agroalimentari», si legge nella mission del fondo Adq. «La forte dipendenza dalle importazioni ha spinto a spostare l’attenzione sullo sviluppo di soluzioni che aumentino l’autosufficienza e la resilienza del sistema alimentare e della filiera degli Emirati Arabi Uniti. La Strategia Nazionale per la Sicurezza Alimentare 2051 esemplifica questa urgenza con la coraggiosa ambizione di garantire l’accesso a cibo sicuro, nutriente e sufficiente tutto l’anno». 

Dubai e il controllo della logistica marittima

Non solo investimenti in terre, ma anche in infrastrutture che possano agevolmente garantire il flusso dei prodotti. Con i giganti della logistica Dubai Ports World e Abu Dhabi Ports Group, il Paese controlla una quantità sempre maggiore di scali marittimi nel mondo, principalmente in Africa e Asia, in una rete che li collega con il maggiore porto del Medio Oriente, Jebel Ali, ovvero il porto commerciale di Dubai.

Solo per citare un esempio legato all’attuale guerra in Sudan gli Emirati Arabi, proprio attraverso Dubai Ports World, nona azienda globale nella logistica, sta consolidando la propria presenza nel Corno d’Africa. Gestendo, rinnovando o anche costruendo approdi ex novo, per garantirsi così un accesso preferenziale a risorse strategiche, agricole e anche minerarie: dall’oro ai minerali necessari per la transizione verso le energie rinnovabili.

Salic e l’agrifood in Arabia Saudita

 «Rafforzare il futuro dell’agrifood tramite investimenti strategici, assicurandosi l’accesso a cibi essenziali per le generazioni future». Così recita il claim sul sito di Salic (Saudi agriculture & livestock investment company). Uno dei rami del fondo di investimento saudita Public investment fund (Pif). Sullo sfondo del sito web, immagini di prati verdi e distese di coltivazioni che poco hanno a che spartire con l’arido clima desertico della petromonarchia del Golfo.

La ragione è semplice: Salic è specializzato in agricoltura, e investe in terreni coltivabili ai quattro angoli del globo. Al momento, sette Paesi in cinque continenti. Tra gli Stati coinvolti, ci sono grossi produttori di derrate alimentari, ricchi di ampi spazi: Australia, Brasile, Canada, Ucraina. Ma anche Singapore, minuscola città-Stato usata per il suo ruolo di hub finanziario come base per acquisire partecipazioni in Estremo Oriente. 

Le cifre rendono l’idea dei volumi in gioco. Per esempio, l’acquisizione da parte di Salic della quota di maggioranza di Olam agri, in cui era entrata nel 2022. Lo scorso febbraio Olam Group (la società madre, con sede in Nigeria) ha venduto a Salic una quota del 44,58% di Olam Agri per 1,78 miliardi di dollari. Salic è salita, così, a oltre l’80%. Al termine di tre anni dal completamento della vendita, recita l’intesa, Olam Group venderà al fondo saudita la propria quota rimanente di Olam Agri  (pari al 19,99%).  Salic, così, arriverà a detenerne il 100%

Per Riad l’agrifood non è solo una visione commerciale, ma strategica

Le parole dell’amministratore delegato di Salic Sulaiman Al Rumaih spiegano il senso dell’operazione. «L’accordo completo di acquisizione di Olam Agri è in linea con gli obiettivi strategici di Salic di diversificare le fonti di materie prime essenziali. Rafforzare l’integrazione della catena di approvvigionamento e migliorare l’efficienza logistica nei suoi investimenti locali e internazionali. Inoltre, questa acquisizione sottolinea l’ambizione di Salic di assicurarsi una posizione chiave nel settore globale dei cereali».

Un paese desertico, povero di acqua, che mira a competere a livello globale con le potenze globali dell’agrifood . Pare strano, ma è la realtà. E infatti, dice ancora Al Rumaih: «Olam Agri, un attore globale nel commercio di materie prime essenziali, si allinea con l’approccio strategico agli investimenti di Salic, che dà priorità alle aziende ad alto potenziale nell’affrontare le future esigenze di sicurezza alimentare attraverso l’innovazione e le catene di approvvigionamento integrate sia a livello locale che globale».

Da queste parole traspare tutto l’interesse del fondo anche per il futuro del foodtech, la tecnologia applicata al cibo. «Siamo fiduciosi che questa partnership contribuirà al raggiungimento degli obiettivi nazionali e globali», conclude Al Rumaih. «Migliorando costantemente l’efficienza produttiva a beneficio di tutti gli stakeholder». Frasi che delineano una visione che non è più solo commerciale, ma strategica per Riad. Una vera questione di sicurezza nazionale. 

Cosa accadrà in caso di crisi alimentare?

Operazioni del genere lasciano, naturalmente, la porta aperta a molti dubbi. Cosa accadrà in caso di crisi alimentare? Potranno i diritti di proprietà prevalere sulla ragion di Stato? Per non parlare dell’impatto che il land-grabbing ha sull’ambiente, con coltivazioni intensive e monocolture sui terreni acquisiti. Domande che non hanno risposta; ma che per la forza che le plasma, meritano una riflessione.

I Paesi del Golfo stanno cercando una via d’uscita al petrolio. E con il denaro proveniente dagli idrocarburi possono molto: anche perché, nel frattempo, agiscono da veto-player alle conferenze del clima come la Cop30, per ritardare il più possibile l’uscita dalle fonti fossili.

Per i Paesi più poveri, invece, come al solito, non c’è via d’uscita. Valga su tutti il tragico esempio del Sudan: dallo scoppio della guerra nel 2023 sono morte decine di migliaia di persone e ne sono sfollate oltre 12 milioni, che oggi soffrono la fame nei campi profughi del Ciad. Mentre sulla loro terra, Arabia Saudita ed Emirati Arabi si contendono il nuovo oro nero: campi fertili e risorse alimentari per garantirsi il futuro più prospero.

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