Ebola in Congo, l’epidemia Bundibugyo nell’ombra dei tagli Usaid

La 79ma assemblea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), conclusa da poco a Ginevra, ha dovuto fare i conti con la minaccia di importanti focolai ...

Nicoletta Dentico
Un Centro di trattamento Ebola a Beni, nel Nord Kivu (Rdc), gennaio 2019 © Vincent Tremeau/World Bank/Flickr
Nicoletta Dentico
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La 79ma assemblea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), conclusa da poco a Ginevra, ha dovuto fare i conti con la minaccia di importanti focolai infettivi – hantavirus ed Ebola. Questi hanno testato e continuano a testare la capacità operativa dell’agenzia, ora a regime di sottofinanziamento dopo l’uscita degli Stati Uniti.

Hantavirus, il contagio in nave contenuto sul nascere

L’hantavirus ha lambito Sudafrica, Stati Uniti ed Europa (Spagna, Francia, Regno Unito), ma è stato possibile circoscriverlo con efficacia. Diversi fattori hanno favorito il tempestivo contenimento del contagio: la fattispecie della cinetica virale a bordo della nave e la rapida attuazione delle procedure vincolanti dei Regolamenti sanitari internazionali, che dal 1969 definiscono la strategia di governance cooperativa degli Stati nella gestione delle emergenze sanitarie.

Infine, la determinazione del governo spagnolo di by-passare le resistenze autonomiste delle autorità di Tenerife, esercitando la normalità istituzionale dei Regolamenti, ha ricordato che il sovranismo sanitario – sempre in voga – propugna approcci decisamente sconvenienti per la salute umana in un mondo globalizzato e interconnesso. L’auspicio è che l’hantavirus sia servito ad aprire gli occhi dei reticenti sul valore normativo dei Regolamenti sanitari internazionali, strumento vincolante dell’Oms per 196 Stati.

Ebola, dalla crisi del 2014 al diciassettesimo focolaio in Congo

L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e in Uganda è un’altra storia. Il virus dell’Ebola, scoperto nel 1976 e trascurato dalla comunità scientifica per decenni malgrado l’elevata virulenza nei piccoli focolai africani, in passato ha messo alle corde l’agenzia con gli effetti di un pericolo esistenziale. Tra il 2014 e il 2015 l’Oms si giocò la reputazione per aver gestito con eccessivo ritardo, e con provvedimenti insufficienti, l’epidemia di Ebola che dal dicembre 2013 si stava diffondendo in Africa occidentale (Guinea, Liberia, Sierra Leone, Nigeria). La prima pandemia di febbre emorragica della storia.

Il virus non ha mai abbandonato il continente africano. L’epidemia che tra il 2013 e il 2016 ha colpito Guinea, Liberia e Sierra Leone, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Infectious Diseases, è costata 53 miliardi di dollari ai Paesi colpiti. L’epidemia attuale è la diciassettesima in Rdc.

Ebola, un’emergenza sanitaria internazionale in una zona di guerra

La dichiarazione, il 17 maggio scorso, della Emergenza sanitaria di rilievo internazionale (Public Health Emergency of International Concern, Pheic) da parte del direttore generale dell’Oms tiene conto, con ben altra tempistica, delle infauste circostanze che possono rendere questo focolaio molto pericoloso. Ebola uccide fino al 50% delle persone colpite. Questa volta, poi, si presenta nella variante Bundibugyo, rara e poco studiata: mancano test adeguati, vaccini e terapie per fermarla. Per di più Ituri, l’area del contagio nel nord-est della Rdc, è un luogo del mondo a dignità zero. È una zona remota e densamente popolata, attraversata dalla violenza di un’annosa guerra civile in cui gruppi armati fuori controllo si agitano soprattutto contro donne e bambine, con popolazioni sfollate in cerca di riparo.

Insomma, condizioni quasi impossibili per una risposta sanitaria degna di questo nome. Mancano i laboratori per fare i test, quindi è difficile confermare i casi. I campioni devono viaggiare 1.700 chilometri, su strade a dir poco rudimentali, per raggiungere l’Istituto nazionale di ricerca biomedica di Kinshasa, l’unica struttura in grado di identificare la variante Bundibugyo. In questo scenario, «la catastrofica convergenza tra focolai di malattia e di conflitto supera ogni capacità di risposta», ha sottolineato il dottor Tedros, direttore generale dell’Oms. Invocando l’immediato cessate il fuoco per permettere all’agenzia e agli altri attori di operare nella zona: «Impossibile costruire fiducia nella comunità o isolare le persone malate, se le bombe cadono sulle nostre teste».

Il buco lasciato dai tagli di Usaid e dal ritiro degli Stati Uniti

Fino all’anno scorso, con i suoi interventi umanitari, Usaid esercitava de facto una funzione di sorveglianza e risposta decisiva nel Paese, in sinergia con il Centre for Disease Control (Cdc) di Atlanta. La presenza di strutture e personale finanziati da Usaid era in grado di velocizzare il trasferimento dei campioni, facendo i test nelle stesse strutture locali del Cdc, con 100 persone di staff in Uganda e 30 in Congo.

Tutto questo è finito: Usaid è stata definitivamente chiusa un anno fa e Trump ha tagliato l’80% dei fondi dedicati al Congo. Ha inferto un significativo ridimensionamento anche al centro di eccellenza di Atlanta. Così, come denuncia l’International Rescue Committee (Irc), i casi sospetti di Ebola in Rdc e Uganda sono aumentati del 103% in sole 96 ore: per l’organizzazione, il disimpegno americano è uno dei fattori principali che hanno ritardato l’intercettazione e la risposta al virus. Al 27 maggio, la conta di Cdc Africa registrava 1.077 casi sospetti e 246 morti sospette solo in Rdc. L’ultimo bollettino dell’Oms (del 29 maggio) conta 129 casi confermati e 18 decessi verificati nei due Paesi.

La corsa a vaccini e terapie contro il virus Bundibugyo

Si muove intanto la comunità scientifica. L’Università di Oxford è alle prese con un nuovo vaccino, forse pronto per la sperimentazione animale fra due o tre mesi. Sul fronte delle terapie, i programmi annunciati riguardano l’estensione della terza fase di ricerca clinica su alcuni trattamenti antivirali – Obeldesivir e Molnupiravir – per includere nella sperimentazione le persone a maggior rischio di contatto. Si tratta di verificare se gli antivirali riescono a bloccare, o quantomeno a ridurre, il contagio nei 21 giorni di incubazione. Al momento, il candidato in fase più avanzata della ricerca sul virus Bundibugyo si chiama MBP134: un cocktail di due anticorpi monoclonali capaci di neutralizzare diverse specie virali dell’Orthoebolavirus, secondo quanto rivela il centro di ricerca francese Anrs contro le malattie infettive sulla base di sperimentazioni da loro realizzate sulle scimmie.

Da parte sua, il ministro della salute della Rdc ha ufficialmente richiesto l’accesso agli anticorpi monoclonali già testati sui tre ceppi virali – Zaire, Sudan, Bundibugyo – e sviluppati negli Stati Uniti, per avviare un test clinico con i pazienti già colpiti da Ebola. Se la condivisione sarà consentita resta da vedere, dato il valore finanziario dei prodotti. E poi a quali condizioni per la Rdc, vista l’aria che tira con gli accordi sanitari bilaterali di Trump con l’Africa?

Il resto della storia è da scrivere. L’auspicio è che le ruvide lezioni di Ebola siano state interiorizzate e definitivamente apprese, al contrario di quanto è accaduto per il Covid. Come tutte le epidemie, Ebola richiede soldi e personale formato. Ancor più, richiede una dose gigantesca di visione politica, competenza umana e compassione.

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