La crisi climatica aumenta la diffusione degli hantavirus
Eventi estremi, perdita di biodiversità e alterazione degli ecosistemi favoriscono l’aumento delle zoonosi, compreso l’hantavirus
Le ultime settimane ci hanno portato il mezzo brivido – per fortuna, pare, ingiustificato – dello spettro di una nuova pandemia, quella da hantavirus. Si trattava tuttavia di un riflesso condizionato: il Covid è stato un trauma collettivo di tale portata che, al primo segnale di un virus all’orizzonte, il pensiero di tante persone corre alla propria fornitura di lievito.
L’hantavirus, però, non è il Covid. Lo hanno ben specificato le principali istituzioni politiche e mediche. La sua diffusione non è così immediata e anzi, il contagio da persona a persona è estremamente raro. C’è un dato che questo virus condivide col SARS-CoV-2: la sua diffusione sta crescendo, e potrebbe crescere ulteriormente, a causa della crisi climatica.
Cos’è l’hantavirus e come si è acceso questo nuovo focolaio
Gli hantavirus sono un genere di virus a RNA, trasmessi all’uomo principalmente per via inalatoria, respirando particelle contaminate da urine, feci o saliva di roditori infetti. Sono presenti in diverse regioni. L’ultima diffusione arriva dalle Ande: è lì che si suppone che i 150 passeggeri e l’equipaggio della nave da crociera olandese MV Hondius siano entrati in contatto con la malattia. È bene specificare che, secondo l’ultimo aggiornamento del 13 maggio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i contagi sulla nave sono stati undici, di cui otto confermati, due ritenuti probabili e uno incerto. Tre, invece, i decessi.
La maggior parte dei contagi da hantavirus non si verifica in America Latina, ma tra Asia ed Europa. L’Argentina, da cui sembra provenire l’ultimo ceppo (non c’è ancora la conferma ufficiale), ha una media storica piuttosto stabile di 100 casi all’anno. Paesi come la Cina o la Corea del Sud, invece, ne registrano migliaia. A fare la differenza è la letalità: intorno al 15% per i ceppi asiatici, fino al 50% per quelli latinoamericani.
Il ceppo Andes e l’incremento dei casi in Argentina
Il ceppo con cui sono entrati in contatto i crocieristi si chiama virus Andes ed è originario della Patagonia. Qui, in alcune comunità rurali, trent’anni fa è stata documentata la prima trasmissione da persona a persona. Nella stessa regione, nel 2019, un nuovo focolaio ha causato undici vittime. Il virus Andes è diffuso tra Argentina e Cile ed è l’unico ceppo di cui sia stato dimostrato il contagio tra esseri umani.
Secondo gli scienziati argentini, anche se al momento non c’è all’orizzonte nulla che assomigli a un’epidemia, c’è stato un lieve aumento dei casi. A luglio scorso in Argentina i casi registrati nella stagione erano 101, con 32 morti, contro i 64 casi (14 morti) del 2024/25 e gli 82 (13 morti) del 2023/24. L’incremento registrato nel Paese è il più alto in America Latina.
Di per sé non si tratta di un’entità preoccupante, ma, come ha spiegato Raúl González Ittig, biologo e docente dell’Università di Córdoba, l’aumento dei casi è legato al comportamento dei roditori ospiti, a sua volta, è influenzato dagli eventi meteo. Tra il 2023 e il 2024 c’è stata una grave siccità, che ha spinto gli animali fuori dai loro habitat abituali in cerca di cibo. Alla siccità sono seguite piogge intense: «Quando le precipitazioni aumentano – ha spiegato González Ittig – cresce la disponibilità di cibo, le popolazioni di roditori si espandono e con esse la probabilità di trasmissione tra i roditori e, infine, all’uomo. Le temperature più elevate, inoltre, ampliano l’areale del virus, perché i roditori che lo ospitano riescono a prosperare in un numero maggiore di territori».
Come la crisi climatica aumenta la diffusione dell’hantavirus
Studi recenti analizzano il modo in cui i cambiamenti climatici e le alterazioni degli habitat stanno facendo aumentare gli eventi di spillover, il salto di specie dall’animale all’uomo. L’instabilità delle temperature e lo sconvolgimento degli ecosistemi portano i roditori a contatti più ravvicinati con gli esseri umani. Anche il clima arido è stato individuato come un fattore che ne facilita la diffusione. E poi c’è lo zampino umano, perché continuiamo a entrare in ecosistemi fino a poco tempo fa indisturbati. Queste, spiegano scienziate e scienziati, sono le condizioni ideali perché il virus compia salti di specie.
Gli eventi meteorologici estremi hanno un ruolo, insieme all’alterazione delle precipitazioni e al cambiamento dei cicli stagionali. Questi fenomeni in generale influenzano la diffusione delle malattie. E, in particolare per l’hantavirus, lo fanno perché condizionano il comportamento delle popolazioni di roditori, la loro distribuzione geografica e le loro dinamiche riproduttive.
Il ruolo della perdita di biodiversità nella trasmissione degli agenti patogeni
Ecosistemi sani e diversificati generano il cosiddetto “effetto di diluizione”, che abbassa la trasmissione degli agenti patogeni: molte specie non sono ospiti competenti del virus e ne assorbono i contatti senza propagarlo. Se però la biodiversità è in crisi, l’equilibrio si rompe a vantaggio delle specie serbatoio, e la diffusione del virus aumenta. Da un lato pesa il declino dei predatori naturali dei roditori, dall’altro la proliferazione di questi ultimi in ambienti nuovi.
Anche per quanto riguarda l’hantavirus, la perdita di biodiversità indebolisce le difese naturali contro le malattie. Non contano solo i fattori ambientali, ma anche quelli sociali. Gli spostamenti di popolazione legati alla crisi climatica, per esempio, possono portare comunità prive di immunità a contatto con aree dove il virus circola, esponendole per la prima volta al rischio di contagio.
Una nuova era di minacce zoonotiche
È appurato che quanto sta accadendo non rappresenta un pericolo immediato per la nostra specie, né il segnale di una pandemia in arrivo. Proprio per il suo carattere non urgente, però, questa esperienza potrebbe servire da monito: ci sta già mostrando come crisi climatica e perdita di biodiversità possano avere conseguenze materiali e di portata globale. La vera domanda è un’altra: come si affronta un’emergenza sanitaria che nasce da un’emergenza ambientale? Le misure reattive, quelle che intervengono solo quando il focolaio è già esploso, rispondono all’urgenza del momento ma non al meccanismo che l’ha generata. Ed è proprio lì – sul meccanismo – che andrebbe spostato lo sguardo.
La mitigazione della crisi climatica resta la vera soluzione. Da un lato tutelare la biodiversità, dall’altro sviluppare sistemi di salute pubblica che tengano conto anche di indicatori ambientali. Il rapporto annuale The Lancet Countdown, già nell’edizione 2023, ci metteva in guardia sulle implicazioni della crisi climatica per la salute globale. Tra i pericoli, il documento segnalava specificamente il maggior rischio di malattie zoonotiche. Ancora una volta siamo di fronte a un’emergenza che osserviamo da lontano – e che, proprio per questo, avremmo il tempo di imparare a gestire.
Non sappiamo se e quando ci sarà la prossima epidemia. Non sappiamo nemmeno quale potrebbe essere. Sappiamo però cosa dovremmo fare per allontanare il più possibile questa prospettiva.




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