Mettere al centro un pallone per ricostruire luoghi e persone: la storia dell’Esquilino FC

A Roma c'è una squadra di calcio che non ha un campo: si gioca per strada e si legge ad alta voce. È l'Esquilino Football Club

© Giovanni Castagno

È la mattina del 5 gennaio 2026 e oggi ricomincio a lavorare dopo la pausa per le feste. In queste due settimane, ancora una volta, gli uomini con più potere del nostro Pianeta hanno dato il peggio di sé. Il riferimento immediato e inequivocabile va, ovviamente, all’invasione del Venezuela da parte delle truppe statunitensi. Checché se ne pensi del presidente Maduro, è lampante l’agonia di un sistema di valori basato formalmente sulla pace tra le nazioni. Il futuro prossimo venturo sembra destinato a essere scritto da uomini forti, ricchi e ben armati. Uomini votati alla vittoria, intesa come sopraffazione. 

A maggior ragione, quindi, riprendere il tran tran quotidiano con l’intervista a Giovanni Castagno, mister dell’Esquilino Football Club, è stato importante. Me ne sono accorta dalle prime righe. Parlando della sua associazione, mi ha detto: «Promuoviamo un modello in cui competizione vuol dire misurarsi, ma non pensare che la vittoria sia l’unico obiettivo». Se guardiamo alla direzione che sta prendendo il mondo, è evidente che questa storia dal futuro di inizio anno è il migliore degli auguri che possiamo farci. 

© Giovanni Castagno
© Giovanni Castagno

Dall’associazione dei genitori della scuola Di Donato all’Esquilino Football Club

Castagno è un insegnante di scuola primaria e nel 2008 ha dato vita a una realtà sportivo-educativa all’interno di un’associazione più ampia, costituita dalle famiglie delle allieve e degli allievi della Scuola Primaria Di Donato, a Roma. L’associazione da molti anni è impegnata nella proposta di diverse attività extracurricolari, tenute negli spazi scolastici (e non solo) di pomeriggio. «Talvolta siamo noi genitori stessi – mi spiega – a tenere la scuola aperta: abbiamo le chiavi. Con una collaborazione virtuosa con la dirigenza tante cose diventano possibili». Nel 2008 l’associazione era alla ricerca di persone che avessero esperienza di calcio; l’obiettivo era organizzare laboratori pomeridiani nel cortile del plesso. 

«Qui c’è stato il mio ingresso», racconta. «A un certo punto c’erano così tanti iscritti che abbiamo deciso di darci una struttura formale, fondare una vera e propria associazione sportiva e cominciare a partecipare alle attività sportive di calcio giovanile». Da dieci anni, l’Esquilino Football Club ha circa 130 iscritti all’anno. Questo, specifica Castagno, senza mai far venire meno la dimensione educativa fondamentale: «La vittoria non è l’unico obiettivo per cui valga la pena giocare». Le attività in campo sono tante e si rivolgono a bambine e bambini iscritti e non: dalle letture ad alta voce ai momenti di approfondimento sul territorio, lo spazio pubblico, l’idea di città.

Il Torneo delle strade dell’Esquilino Football Club

L’associazione, ogni anno, è impegnata nel Torneo delle strade. «È un’iniziativa sportiva – spiega – ma anche culturale. I bambini giocano a calcio nello spazio pubblico, nei parchi, per strada. Si dividono in squadre che portano il nome delle strade del quartiere. Per noi è un’occasione per stabilire un rapporto più profondo con il territorio».

Alla fine di ogni anno c’è un grande evento, aperto alla cittadinanza. Quest’anno si è tenuto in un cinema cittadino dove è stato proiettato “Il campione” di Leonardo D’Agostini, un film sulla vita di un giovane talento alle prese con l’ingresso nel calcio professionistico e con le dinamiche tossiche e competitive del calcio ai livelli più alti. «I bambini sognano di avvicinarsi a quel mondo. Noi auguriamo loro che ci riescano, ma proviamo a dargli anticorpi per non restarne vittime». 

© Giovanni Castagno

Spin Time, il centro sociale romano a rischio sgombero

L’evento conclusivo dell’anno scorso è stato a Spin Time, il centro sociale romano che ospita, tra le altre cose, un’occupazione abitativa che dà un tetto a circa 400 persone provenienti da più di 25 Paesi diversi. Anche questo è molto attuale. Di questi tempi, è sempre bene ricordarsi cosa succede negli spazi occupati e quanto siano preziosi per gli eserciti delle dimenticate e dei dimenticati delle nostre città.

Spin Time, già perennemente minacciato di sgombero, è tra gli spazi nel mirino del governo dopo Leoncavallo e Askatasuna. «Siamo molto legati a Spin Time perché molti dei nostri bambini stranieri che partecipano alle attività del calcio, e che giocano gratuitamente con noi, ci vivono. L’anno scorso abbiamo invitato tutti i residenti a partecipare alla rappresentazione teatrale “Ago, capitano silenzioso”, di Ariele Vincenti, sulla storia di Agostino Di Bartolomei». 

Di Bartolomei, Socrates, Sindelar: modelli virtuosi per ragazzini amanti del pallone

Di Bartolomei, “Ago”, è stato il capitano della Roma dall’inizio degli anni ‘70 al 1984, protagonista della stagione che ha portato allo scudetto del 1983. «È una figura alla quale noi tifosi della Roma siamo legatissimi, molto diverso dal calciatore medio: serio, molto corretto, sempre in campo». Di Bartolomei è una ferita aperta nel cuore della città e dei romanisti, un eroe tragico a causa del suo suicidio, avvenuto il 30 maggio 1994. «Quella rappresentazione teatrale era un modo per riflettere su questi temi, sull’importanza che diamo a questo gioco e su come alcune persone possano esserne risucchiate».

I momenti di riflessione, all’Esquilino Football Club, valgono tanto quanto quelli spesi a giocare. Una volta al mese, per esempio, subito dopo l’allenamento c’è una lettura ad alta voce. Da Di Bartolomei a Socrates, fino a Sindelar, qui si prova a dare modelli specifici ai ragazzini che sognano il pallone.

© Giovanni Castagno

La squadra di calcio senza campo 

 «La nostra utenza ci sceglie per diverse ragioni. Prevalentemente perché ritiene di non voler far giocare il proprio figlio in ambienti troppo tossici. E poi perché frequenta la scuola. La nostra proposta culturale e sociale, quindi, si adatta a un’utenza trasversale. La quota annuale è molto bassa rispetto alle altre squadre: chiediamo 300 euro all’anno, ma tutte le famiglie che non possono permetterselo partecipano pagando solo 30 euro per la copertura assicurativa, l’iscrizione ai campionati e il kit. Chiaramente, se non c’è la possibilità di pagare nemmeno quelli, l’accesso è gratuito». 

«Ci alleniamo a Piazza Vittorio, non abbiamo un campo ed è un po’ il nostro vanto: siamo la squadra di calcio che non ha un campo, per cui noi giochiamo e ci alleniamo nei giardini della piazza o nel cortile della scuola», continua. «Sicuramente il grande tema è trovare degli spazi: è un’operazione che l’amministrazione dovrebbe condurre con maggiore interesse».

Il calcio come punto di partenza per restituire lo spazio pubblico alla cittadinanza

«Proviamo a fare un lavoro sull’abitare il territorio. Abbiamo organizzato assemblee anche con architetti, urbanisti, persone competenti sul tema. La nostra idea è ritornare allo spazio pubblico, riportandoci innanzitutto le attività ludico-sportive. Se l’infanzia non ritrova uno spazio lì, alla fine non lo ritroverà nessuno. È una cartina di tornasole nelle nostre città. Quando si riesce a facilitare la fruizione dei luoghi, ne beneficiano tutti: si innesca un meccanismo virtuoso in cui è più semplice organizzare un concerto o una presentazione. Si cresce insieme, ci si abitua all’idea di compromesso collettivo che lascia spazio a tutte le generazioni e a tutti gli interessi».

Il calcio può essere un punto di partenza, mi spiega, per ripensare lo spazio pubblico in modo che sia realmente aperto e accessibile. «Noi per esempio costruiamo campetti con attrezzature mobili. Il fatto di riempire le piazze di bambini che giocano a pallone mi sembra una cosa molto bella, significativa», racconta.

© Giovanni Castagno

La pallastrada immaginata da Stefano Benni

Nel suo romanzo del 1992 La compagnia dei celestini, Stefano Benni racconta dello sport praticato dai ragazzini dell’orfanotrofio della città immaginaria di Banessa, la pallastrada.

La pallastrada è una sorta di calcio ma si gioca con un pallone di stracci («La palla deve essere stata rattoppata almeno tre volte, deve essere o molto più gonfia o molto meno gonfia del normale, e possedere un adeguato numero di protuberanze che rendano il rimbalzo infido»), in strada («Il passaggio di biciclette, auto, moto e camion non interrompe il gioco, fatta eccezione per le ambulanze, i vigili del fuoco e i carri funebri») o comunque in luoghi inadatti («Nel caso la palla finisca giù per una scarpata in mare o in altra provincia, la partita deve riprendere entro due ore, o sarà ritenuto valido il risultato conseguito prima dell’interruzione»). Inoltre, ignora gran parte delle regole del gioco ufficiale, avendo un articolato sistema di norme proprie.

Le porte sono delimitate da due sassi, o barattoli o indumenti, e devono misurare sei passi del portiere. È però ammesso che il portiere restringa la porta, se non si fa scoprire, e che parimenti l’attaccante avversario la allarghi di nascosto fino a un massimo di venti metri. La traversa è immaginaria e corrisponde all’altezza a cui il portiere riesce a sputare.

Stefano Benni, La compagnia dei celestini

«Guardare indietro alle cose migliori che ci siamo persi per strada e recuperarle»

La pallastrada non è tanto calcio, è pallone: quello giocato dai ragazzini per strada, nei campetti diroccati, negli oratori. È il calcio degli ultimi, il solo sogno che si concede chi aspetta di avere una famiglia, un proprio posto nel mondo. Che siate benniani o meno, se avete letto quel libro è impossibile non accostarne l’idea al racconto fatto da Castagno e alla storia dell’Esquilino Football Club. Una storia dal futuro che mette al centro un pallone per costruirci intorno persone e luoghi nuovi, che ci portino a un domani migliore di quello a cui ci sta abituando chi ci governa. 

Come mi ha detto Giovanni, «siamo una storia dal futuro perché proviamo a costruire un presente diverso, perché il futuro sia migliore. Riportare la pratica sportiva tra le persone, soprattutto tra quelle che non se lo possono permettere, significa guardare indietro alle cose migliori che ci siamo persi per strada e recuperarle. Non tutto quello che c’era prima del presente era migliore, ma alcune delle cose possono servirci per il futuro».


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