Euro digitale: la lettera aperta che rilancia la sovranità europea dei pagamenti

Una lettera aperta alle istituzioni europee rilancia l’euro digitale come moneta pubblica contro dipendenze esterne

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Pagare senza contanti è una pratica ormai comune e diffusa, in tutta Europa. Un tap sul telefono, una carta appoggiata al pos, una transazione online. Sono gesti quotidiani che compiamo in modo naturale e che ci appaiono neutrali, quasi invisibili. Eppure, si tratta di gesti che nascondono aspetti cruciali della nostra sovranità economica. Oggi, infatti, un numero enorme di pagamenti digitali in Europa percorre infrastrutture che europee non sono. E il rischio, avvertono decine di economisti e accademici con una lettera aperta, è che l’Unione europea perda il controllo sull’elemento fondante dell’economia: il denaro.

«Invitiamo il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione europea a fare in modo che l’euro digitale diventi la spina dorsale di un’infrastruttura europea di pagamento sovrana e resiliente, basata su operatori nazionali che adottino i più elevati standard di tutela della privacy», scrivono i 70 accademici. «L’euro digitale deve diventare una forma di moneta pubblica digitale accessibile a tutte e tutti gli europei, in grado di sostenere l’inclusione finanziaria e di ridurre gli attriti nei pagamenti transfrontalieri. Oltre a una riserva di valore credibile, grazie a un limite di detenzione generoso e in aumento graduale». Insomma, la richiesta alle istituzioni europee è di non “svuotare” il progetto dell’euro digitale. Evitare che si riduca a una trovata tecnologica, ma mantenga la funzione di presidio pubblico in un’epoca in cui la moneta rischia di diventare un servizio privato e geopoliticamente controllabile.

Tredici Paesi senza circuiti nazionali: l’Europa dipende da Visa e Mastercard

La fotografia scattata dalla Banca centrale europea è netta: in tredici Paesi dell’area euro non esiste un’opzione di pagamento digitale nazionale. I pagamenti di base, quindi, dipendono interamente da circuiti internazionali come Visa e Mastercard, e da grandi piattaforme come PayPal. Ciò significa che in una parte consistente del Vecchio Continente, se quei canali si inceppassero, o cambiassero unilateralmente condizioni e costi, o diventassero oggetto di un conflitto politico, la normale vita economica subirebbe conseguenze immediate. Non nei mercati finanziari, ma nella spesa al supermercato, nel biglietto dell’autobus, nei pagamenti tra imprese.

E infatti gli economisti non usano mezzi termini nella loro lettera: «Questo livello di dipendenza espone cittadini, aziende e governi europei a una leva geopolitica, a interessi commerciali esteri e a rischi sistemici fuori dal controllo europeo». Gli autori del testo non hanno dubbi su quale sia la soluzione: «Un euro digitale robusto è la nostra unica difesa».

Il punto non è “digitale”: l’euro pubblico per i pagamenti quotidiani

Chi controlla l’infrastruttura dei pagamenti? E soprattutto: in un mondo in cui la moneta circola sempre più in forma elettronica, esisterà ancora una moneta pubblica usabile da tutti, oppure la moneta sarà solo un’interfaccia offerta da soggetti privati? Queste le domande che occorre porsi. Perché è qui che che entra in gioco l’euro digitale, cioè una forma di moneta elettronica emessa dalla Banca centrale europea. Non una criptovaluta, quindi. E nemmeno uno “strumento di investimento”. Ma un pezzo di moneta pubblica pensata per funzionare nel quotidiano.

La lettera aperta, promossa dal think tank olandese Sustainable Finance Lab insieme a Triodos Bank, mette in guardia contro la possibilità che i negoziati europei “svuotino” il progetto trasformandolo in un compromesso simbolico: una moneta digitale che esiste, ma non incide. Per questo, nella loro richiesta ai legislatori europei, insistono su alcune condizioni chiave:

  • deve funzionare online e offline (non solo come soluzione di emergenza o “di nicchia”);
  • deve proteggere la privacy by design, cioè non come optional comunicativo, ma come principio strutturale;
  • deve essere accessibile a tutti, anche a chi non ha un conto in banca: si tratta di una questione di inclusione sociale, non di un dettaglio tecnico.;
  • deve essere accettato in modo credibile, senza lasciare a troppi soggetti la possibilità di “rifiutarlo”;
  • deve poter svolgere anche una funzione credibile di riserva di valore, senza essere ridotto a uno strumento con soglie di detenzione troppo basse per risultare realmente utile.

Il punto è esattamente questo, secondo gli autori della lettera: se il digitale resta una moneta “piccola”, “limitata”, “non usabile”, allora l’Europa avrà sì una moneta digitale. Ma non avrà quella che serve: una moneta pubblica che conti davvero.

Perché le banche si oppongono: depositi, potere e tetto di detenzione

Il settore bancario europeo, tuttavia, non guarda all’euro digitale con entusiasmo. Secondo quanto ricostruito anche da alcune testate economiche, alcuni grandi istituti hanno fatto pressione perché il progetto venisse ridimensionato: tra le preoccupazioni espresse c’è il rischio di duplicare servizi già esistenti e di ostacolare l’innovazione privata.

Ma dietro l’argomentazione ufficiale si nasconde un nervo scoperto molto più concreto secondo Hans Stegeman, capo economista della banca olandese Triodos Bank e tra i promotori dell’appello: i depositi. L’ipotesi più discussa è quella di un limite individuale di detenzione in euro digitale. Nei piani citati da più fonti, si parla di un tetto nell’ordine di 3mila euro per persona, proprio per evitare che i cittadini trasferiscano troppa liquidità dalle banche verso il portafoglio digitale garantito dalla BCE. In altre parole: l’euro digitale crea un canale diretto tra cittadini e banca centrale. E questo, per le banche commerciali, significa perdere una parte di quella fonte stabile e “a basso costo” che sono i depositi retail.

Sovranità dei pagamenti: poter pagare senza chiedere permesso

“Sovranità” è un concetto evocato spesso in termini identitari. In questo caso, però, va letto nella sua dimensione concreta, ovvero nella possibilità di effettuare pagamenti e far funzionare l’economia quotidiana senza dipendere da infrastrutture controllate altrove. Quando uno Stato (o, nel caso dell’Europa, un gruppo di Stati) non governa i propri sistemi di pagamento rischia di perdere una parte della propria capacità di operare in modo autonomo. È per questo che gli economisti nella lettera aperta descrivono l’Europa come «più vulnerabile e meno resiliente».

La dipendenza da operatori esteri, sottolineano, non è più un rischio teorico: in un’epoca di tensioni commerciali, sanzioni, e nuova aggressività geopolitica alcuni «recenti sviluppi» l’hanno resa un problema reale e immediato. Senza un euro digitale, dicono, questa dipendenza potrebbe aumentare ulteriormente con la diffusione di strumenti di pagamento privati e valute digitali sostenute da attori statunitensi. In gioco, quindi, non c’è solo una scelta tecnologica, ma una questione di potere: chi stabilisce le regole, chi controlla l’accesso, chi determina i costi e, in ultima istanza, chi può decidere se una transazione è autorizzata oppure no.

La battaglia politica sull’euro digitale: negoziati e lobby finanziarie

La partita sull’euro digitale si gioca ora nei negoziati europei, dove il progetto viene definito nei suoi aspetti più concreti: ambito di utilizzo, limiti di detenzione, grado di accettazione e rapporto con il settore privato. Da un lato, la BCE e i sostenitori dell’iniziativa ribadiscono la necessità di dotare l’Eurozona di una forma di moneta pubblica capace di operare efficacemente nel contesto digitale. Dall’altro, pressioni industriali e parte del mondo politico spingono per introdurre vincoli più stringenti, spesso con l’argomento della “non concorrenza” rispetto alle soluzioni sviluppate dal mercato.

La lettera aperta firmata da economisti e accademici europei contiene un messaggio chiaro: se l’euro digitale verrà indebolito per evitare un confronto con la lobby finanziaria, l’Europa rischierà di perdere un’occasione decisiva per rafforzare la propria autonomia strategica.

Non si tratta di una contrapposizione ideologica, ma di una scelta strutturale. In gioco c’è la differenza tra un’Unione capace di governare le proprie infrastrutture di pagamento e un continente costretto, anche nella gestione del denaro quotidiano, ad accettare regole e condizioni stabilite altrove.

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