«Il vecchio ordine finanziario è finito. L’Europa deve capirlo in fretta»

Isabelle Buscke, segretaria generale di Finance Watch, spiega in che modo l'Europa può svincolarsi dalla dipendenza dal modello finanziario degli Stati Uniti

Isabelle Buscke

Il 9 ottobre il premio Nobel per la Pace è stato assegnato a Navanethem Pillay, giurista sudafricana con una lunga esperienza nei principali tribunali internazionali. Tra cui la Corte penale internazionale (Cpi), il tribunale per crimini internazionali con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi. Lo stesso giorno, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato sanzioni economiche nei confronti della Cpi dell’intero organismo, dei suoi giudici. E di tutti coloro che ne contribuiscono al funzionamento. Nell’annunciare le sanzioni, il segretario di Stato Marco Rubio ha definito la Cpi un «tribunale canaglia». E l’ha accusata di operare contro gli Stati Uniti.

È l’intensificarsi dei medesimi provvedimenti che hanno colpito prima la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese, cui viene impedito di aprire un conto in banca. E poi il collettivo Autistici/Inventati, che ha visto i propri conti congelati. La questione della dipendenza finanziaria dell’Europa dagli Stati Uniti è emersa perciò in modo dirompente. Ne abbiamo parlato con Isabelle Buscke, segretaria generale di Finance Watch, organizzazione non governativa senza scopo di lucro, con sede a Bruxelles, creata per difendere l’interesse pubblico nell’ambito della regolamentazione finanziaria.

Come nel caso di Francesca Albanese prima e di Autistici/Inventati dopo, anche nel caso delle sanzioni alla Corte penale internazionale la risposta dell’Europa è sembrata debole, se non del tutto assente.  Questo rivela la dipendenza – se non addirittura la sudditanza – dell’Europa nei confronti dei settori politico-finanziari, pubblici e privati, degli Stati Uniti. Come è stato possibile arrivare a questo punto?

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Unione europea, le organizzazioni che l’hanno preceduta e i suoi Stati membri sono stati alleati politici ed economici degli Stati Uniti. Gli sforzi politici per mantenere tale allineamento, anche nei momenti in cui sono emerse divergenze di interessi, sono stati spesso intensi. L’interdipendenza commerciale tra le parti è stata considerata una garanzia di pace e stabilità, poiché un’eventuale interruzione dei legami economici avrebbe inevitabilmente danneggiato entrambi i fronti.

Oggi, di fronte a un’amministrazione statunitense che utilizza deliberatamente alcune di queste dipendenze come strumenti di pressione, si sta facendo strada la consapevolezza che l’Ue debba ridurre la propria dipendenza in diversi settori economici chiave, così da risultare meno vulnerabile a tentativi coercitivi da parte di altre giurisdizioni. Tale riflessione riguarda ambiti quali le materie prime, l’energia, le tecnologie digitali, i sistemi di pagamento, la difesa e altri settori strategici.

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Cosa può fare ora l’Unione europea, ammesso che non sia troppo tardi? Esiste la possibilità di affrancarsi da questa dipendenza finanziaria? E, soprattutto, c’è la volontà politica di farlo?

L’Unione europea ha avviato una serie di riflessioni e iniziative volte a costruire una propria infrastruttura finanziaria orientata al futuro, che la renda meno vulnerabile alle decisioni politiche di Paesi terzi, nonché più resiliente in tempi di crisi e instabilità. Tra le iniziative più avanzate, vale la pena menzionare l’introduzione, da parte della Banca centrale europea, della tecnologia a registro distribuito. Attraverso test condotti in contesti reali con gli operatori di mercato, la Bce sta traghettando l’ecosistema finanziario dell’Eurosistema verso un modello a prova di futuro, che rimane al contempo sicuro, stabile ed efficiente.

Sul fronte dei pagamenti al dettaglio, l’introduzione di un euro digitale – sicuro, accessibile ed economico, attualmente prevista per il 2029 – rappresenterà un passo fondamentale verso un’infrastruttura di pagamento autenticamente europea e indipendente. In questo scenario, istituti come Banca Etica potrebbero essere posti nelle condizioni di poter reagire in modo diverso a situazioni come quella che ha coinvolto Autistici/Inventati.

Quali misure concrete si possono adottare per creare sistemi nuovi e alternativi? L’euro digitale rappresenta certamente una prima risposta, ma potrebbe non essere sufficiente. È vero che la Bce punta a un’infrastruttura “proprietaria”. Tuttavia, è lecito chiedersi se ciò possa bastare in un contesto caratterizzato da una dipendenza tecnologica ancora estremamente forte dagli Stati Uniti.

La più ampia dipendenza dell’economia europea dalla tecnologia e dalle infrastrutture digitali statunitensi è un problema che non può essere risolto dall’oggi al domani. È però un segnale positivo che l’Ue sembri finalmente prendere coscienza di questa sfida. L’Unione dispone già di una solida normativa digitale, in grado di definire i limiti entro cui le tecnologie possono operare nel territorio europeo.

I recenti dibattiti negli stessi Stati Uniti sui rischi legati all’intelligenza artificiale in settori critici dovrebbero spingerci a verificare se il nostro quadro di gestione del rischio sia sufficientemente rigoroso in ogni ambito – incluso quello finanziario – e se il nostro regime di responsabilità sia adeguato ad affrontare le nuove sfide.

In definitiva, spetta all’Ue stabilire quali tecnologie possano essere utilizzate sul proprio territorio, quali regole debbano rispettare, chi le controlli e chi sia chiamato a rispondere di eventuali danni. Secondo Finance Watch, tale quadro normativo presenta ancora delle lacune, in particolare per quanto concerne il regime di responsabilità.

Non manca anche un quadro giuridico in grado di sostenere questo tentativo di indipendenza tecnologica e finanziaria? Data la struttura su cui è stata edificata l’Unione europea, è possibile riscoprire un ordinamento giuridico comune?

Soprattutto quando si parla di mercati finanziari, la consapevolezza della nostra vulnerabilità è ancora del tutto insufficiente. La Commissione europea continua a cercare di costruire uno spazio finanziario europeo che ricalchi quello statunitense, rifiutandosi di riconoscere i difetti di tale modello. Non dobbiamo dimenticare che furono proprio l’architettura e i meccanismi del sistema finanziario globale, a guida statunitense, a portare l’economia mondiale sull’orlo del collasso durante la grande crisi finanziaria del 2008.

Questo modello segue ancora una logica di interconnessione, ispirata a quell’ordine commerciale globale che ho descritto in apertura. Finché i responsabili politici europei non comprenderanno la necessità di svincolarsi dai rischi che tale modello comporta, l’Europa non potrà dirsi realmente sovrana. Per quanto concerne, invece, un ordinamento giuridico comune, abbiamo fatto molta strada dagli albori dell’Ue e sono convinto che si possa fare ancora di più.

In attesa di un’eventuale riprogettazione dell’architettura finanziaria europea, cosa si può fare concretamente fin da subito per opporsi all’imperialismo statunitense?

Innanzitutto, non bisogna prendere acriticamente a modello quello che l’Ue ha a lungo considerato il modello ideale. In secondo luogo, occorre ascoltare i cittadini: in quali ambiti il ​​sistema finanziario non sta rispondendo alle esigenze della popolazione e di un’economia produttiva? È necessario un’attività di regolamentazione costante. In terzo luogo, bisogna far rispettare le leggi europee anche nei confronti delle aziende statunitensi. Infine, è necessario investire nell’indipendenza finanziaria.

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