«L’euro digitale da solo non basta, per una finanza europea indipendente serve un nuovo ecosistema»

Intervista a Leonardo Becchetti, docente di Economia politica all'università Tor Vergata di Roma, sulla delicata questione delle liste Ofac

Leonardo Becchetti

Le vicende di Francesca Albanese, dei giudici della Corte penale internazionale e di Autistici/Inventati hanno scoperchiato un problema gigantesco e finora sottovalutato: quello dell’autonomia finanziaria europea. Che, i casi citati lo dimostrano, si può trasformare anche in una forma di giustizia parallela.

Secondo Leonardo Becchetti, docente di Economia politica all’università Tor Vergata di Roma, occorre rafforzare nell’immediato le protezioni giuridiche dei soggetti a vario titolo coinvolti. E occorre un nuovo ecosistema finanziario europeo, del quale l’euro digitale è però solo un tassello.

Le vicende di Francesca Albanese, Nicolas Guillou e Autistici/Inventati mostrano che gli Stati Uniti stanno facendo un uso di fatto politico di uno strumento, quello delle liste Ofac, che finora era stato utilizzato correttamente per contrastare narcotrafficanti o terroristi. Non potendo imporre normative fuori dal territorio americano, Washington usa l’arma del “ricatto finanziario”, imponendo di fatto a soggetti stranieri le proprie scelte. È così?

Farei una precisazione. L’Ofac non è mai stato uno strumento riservato soltanto a narcotrafficanti e terroristi: è da tempo uno degli strumenti della politica estera e di sicurezza economica americana. Oggi però vediamo molto chiaramente quanto possa essere potente la sua proiezione fuori dagli Stati Uniti. Francesca Albanese è stata inserita nel regime sanzionatorio relativo alla Corte penale internazionale, così come il giudice Nicolas Guillou. Autistici/Inventati è invece un caso giuridicamente diverso, perché è stato designato nell’agosto scorso nell’ambito del regime antiterrorismo. 

Formalmente una decisione americana non diventa automaticamente diritto europeo. In pratica, però, se banche, circuiti di pagamento, intermediari o infrastrutture essenziali hanno un collegamento con gli Stati Uniti, il soggetto sanzionato può trovarsi escluso da una parte molto significativa del sistema finanziario internazionale.

Ciò che è emerso è una reale mancanza di alternative: quanto siamo davvero dipendenti dai sistemi finanziari statunitensi?

Molto, anche se non completamente. E la dipendenza più importante è quella dalle infrastrutture e dagli effetti di rete. La Banca centrale europea ci dà un numero impressionante: quasi due terzi delle operazioni con carte nell’area euro sono gestite da società extraeuropee e tredici Paesi dell’area euro dipendono interamente dai circuiti internazionali di carte. 

Questo ci fa capire che il problema non è soltanto il dollaro. Sono i circuiti di pagamento, le banche corrispondenti, il clearing, alcune infrastrutture tecnologiche. Più un’infrastruttura diventa universale, più è difficile sostituirla rapidamente.

L’uso di circuiti di altre nazioni è tecnicamente impossibile, poiché operando nel mondo occidentale si rischierebbe di rimanere totalmente isolati?

No, tecnicamente non è impossibile. In Europa abbiamo già infrastrutture nostre: Sepa, Target, Tips per i pagamenti istantanei. La Bce sta lavorando anche al collegamento di Tips con sistemi di pagamento rapido di altri Paesi, con l’obiettivo di ridurre intermediari, tempi e costi delle operazioni transfrontaliere. 

Il problema è che non basta costruire un singolo circuito alternativo. Serve un ecosistema completo, sufficientemente diffuso, liquido e accettato da famiglie, imprese e intermediari. E passare semplicemente da una dipendenza americana a una dipendenza cinese o di un altro Paese non sarebbe vera autonomia europea: significherebbe soltanto cambiare dipendenza.

Cosa si può fare concretamente per creare nuovi circuiti alternativi? L’euro digitale è una prima risposta? Cos’altro manca?

L’euro digitale è una parte importante della risposta, ma non basta. La sua funzione sarebbe innanzitutto quella di garantire ai cittadini europei la possibilità di effettuare pagamenti digitali utilizzando una forma di moneta pubblica europea su un’infrastruttura europea. La Bce lo presenta esplicitamente anche come uno strumento di autonomia e resilienza strategica. 

Ma occorre molto di più: sistemi europei privati di pagamento capaci di raggiungere massa critica, Tips e pagamenti istantanei, infrastrutture europee per compensazione e regolamento, mercati finanziari maggiormente integrati e soluzioni europee anche per la finanza digitale all’ingrosso. La Bce sta infatti lavorando su progetti come Pontes e Appia proprio per evitare che la futura finanza tokenizzata europea finisca per dipendere da infrastrutture esterne. Non ci serve soltanto una moneta europea; ci servono anche le rotaie europee sulle quali quella moneta viaggia.

Pochi giorni fa Piero Cipollone ha detto che la tecnologia non basta e che servono regole comuni. Se continuiamo a lavorare solo sulla tecnologia rischiamo di costruire «rotaie digitali avanzate su basi legali frammentate». C’è in questo momento in Europa la volontà politica comune necessaria?

La frase di Cipollone coglie esattamente il problema. Un titolo finanziario può essere tecnicamente trasferibile da una piattaforma all’altra ma, se passando una frontiera cambia l’incertezza su chi ne sia proprietario, sulla definitività del regolamento o sulla responsabilità degli intermediari, l’interoperabilità tecnologica serve a poco. Per questo la Bce chiede maggiore armonizzazione europea su proprietà degli asset tokenizzati, custodia, settlement finality, responsabilità e smart contract. 

Sulla volontà politica direi che oggi esistono segnali concreti di convergenza, ma il processo non è concluso. Il Consiglio ha adottato nel dicembre 2025 la propria posizione negoziale sull’euro digitale e il Parlamento europeo nel luglio 2026 ha autorizzato l’apertura dei negoziati. Quindi qualcosa si sta muovendo. Ma il problema europeo rimane: abbiamo una moneta unica senza avere ancora un sistema finanziario altrettanto integrato. E questo limita la forza che la dimensione dell’euro potrebbe darci. 

Eppure si tratta di una questione di indipendenza finanziaria, nazionale ed europea: dovrebbe essere una materia che interessa anche i movimenti sovranisti…

È certamente una questione di sovranità economica, indipendentemente dalla collocazione politica. Se una parte essenziale delle infrastrutture attraverso cui cittadini e imprese pagano, trasferiscono denaro o effettuano operazioni finanziarie dipende da soggetti sottoposti alla giurisdizione di un Paese terzo, l’autonomia decisionale europea è inevitabilmente più limitata.

Poi possono esserci posizioni politiche molto diverse sugli strumenti da utilizzare: euro digitale, iniziative private, ruolo del contante, maggiore integrazione finanziaria. Ma il problema di fondo rimane lo stesso: sovranità monetaria senza un sufficiente controllo delle infrastrutture finanziarie e di pagamento è una sovranità incompleta. La stessa Bce ormai presenta apertamente i sistemi di pagamento come infrastrutture critiche per la sicurezza economica e l’autonomia strategica europea.

Lo “stress test” Trump da questo punto di vista può essere stato persino positivo perché ci ha svegliati dal torpore e fatto capire quanto è importante e strategica l’indipendenza finanziaria. Sono convinto che torneremo ad avere ottimi rapporti con gli Stati Uniti passato il ciclone Trump. Ma lo stress test deve avere effetti permanenti sulla nostra indipendenza.

In attesa che esista un circuito alternativo, c’è qualcosa che si può fare per contrastare questa situazione?

Sì, ed è importante ricordare innanzitutto un principio: una sanzione americana non equivale automaticamente a una sanzione europea.

La Corte di giustizia dell’Unione europea lo ha chiarito molto bene l’11 giugno scorso. Essere inseriti in una lista Ofac di un Paese terzo non è, da solo, motivo sufficiente perché una banca europea rifiuti a un cittadino legalmente residente nell’Unione l’apertura di un conto di pagamento di base. La banca deve compiere una valutazione individuale del rischio di riciclaggio o finanziamento del terrorismo. 

Inoltre l’Europa dispone già del Blocking Statute, creato proprio per contrastare gli effetti extraterritoriali di determinate legislazioni di Paesi terzi. Il limite è che oggi il suo allegato riguarda essenzialmente specifiche sanzioni statunitensi contro Cuba e Iran: non è quindi uno scudo generale contro qualsiasi decisione Ofac. 

La risposta di breve periodo è perciò rafforzare le protezioni giuridiche europee e impedire che operatori europei trasformino automaticamente ogni decisione di un Paese terzo in una regola europea. Quella di lungo periodo è ridurre la dipendenza infrastrutturale.

La questione è evitare che una decisione unilaterale di qualunque Paese terzo produca automaticamente nell’Unione gli stessi effetti di una decisione europea. Cooperare con gli alleati e conservare la capacità di decidere autonomamente non sono obiettivi incompatibili: è precisamente questo il significato dell’autonomia strategica.

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