Eurovision e Israele: un mondo di musichette mentre fuori c’è uno sterminio

Secondo un'inchiesta del New York Times negli ultimi anni Israele ha speso milioni di dollari in propaganda per influenzare l'Eurovision

Gli opachi rapporti tra Israele e Eurovision © pressdigital/iStockPhoto

È il 2018. Siete più giovani, più belli, più ottimisti. Non avete mai sentito parlare di Hormuz né di Covid. Giorgia Meloni è la leader di un partitino al 3%, l’intelligenza artificiale l’avete vista solo nei film di fantascienza. E quell’anno, all’Eurovision impazza “Toy” di Netta Barzilai, in concorso per Israele. È un brano ironico, vagamente femminista, centrato sull’apprezzarsi e non farsi usare. «I’m not your toy», appunto. Forse ricordate l’esibizione, con la cantante circondata di statue di gattini cinesi e che inizia con una sorta di verso di gallina.

È il 2018, e all’Eurovision scoppia la polemica: “Toy” è accusata di plagio. Più avanti, infatti, verrà riconosciuto un plagio parziale ai danni di Seven Nation Army dei White Stripes. Ma questo non impedisce a Netta Barzilai, e a Israele, di vincere l’Eurovision, portandosi a casa la possibilità di ospitare l’edizione successiva, quella del 2019 a Tel Aviv. Adesso però siamo nel 2026, e le questioni tra Israele e Eurovision vanno ben oltre una risibile accusa di plagio. Secondo un’inchiesta del New York Times, infatti, da anni Israele spende moltissimi soldi e altrettanta diplomazia per condizionare i risultati della kermesse canora.

Eurovision e Israele: un mondo di musichette mentre fuori c’è uno sterminio

Secondo il New York Times, che ha visionato diversi documenti finanziari, negli ultimi decenni Israele ha speso parecchi milioni di dollari in “hasbara” (la propaganda) per promuovere i cantanti israeliani in gara all’Eurovision e diffondere così un’immagine positiva del Paese. Anche perché, per il regolamento abbastanza opaco che sottende l’organizzazione della kermesse, la propaganda non è vietata. Acquistare spazi pubblicitari e coordinare la comunicazione sui social media non è illegale. Le cifre investite da Israele, ovviamente, sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni. In particolare dall’edizione di Malmoe del 2024, quando era appena cominciata l’operazione di pulizia etnica a Gaza.

La cosa assurda è che, sia nel 2024 che nel 2025, Israele ha vinto il voto popolare dell’Eurovision proprio nei Paesi in cui il sentimento filopalestinese era più forte. Perché, spiegano diverse fonti, bastano poche centinaia di voti indirizzati bene per spostare il baricentro. Il risultato è che diversi Paesi hanno chiesto sia un’indagine sui voti sia l’esclusione di Israele dalla competizione, ma gli organizzatori hanno rimbalzato entrambe le richieste. E così quest’anno Irlanda, Olanda, Slovenia, Islanda e Spagna hanno deciso di boicottare Eurovision. Ma la kermesse canora continua imperterrita. Perché, parafrasando Boris, viviamo in un mondo di musichette mentre fuori c’è uno sterminio.

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