Cryptobro ed estrema destra: cosa lega il caso Farage ai guadagni crypto di Trump?
Farage indagato per un regalo da 5 milioni legato a Tether, Trump che incassa centinaia di milioni dalle sue crypto: la destra populista lucra sulle criptovalute
In breve
- Nel Regno Unito Nigel Farage è sotto inchiesta parlamentare per un versamento non dichiarato da 5 milioni di sterline ricevuto da un azionista di Tether.
- Negli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato oltre 1,2 miliardi di dollari in guadagni crypto nel 2025, gran parte dalla memecoin $TRUMP, crollata del 97%.
- Mentre quasi un milione di piccoli investitori perdeva i risparmi, la stessa rete di capitali e favori politici collegava Londra e Washington
La destra populista globale si presenta come nemico politico delle élite finanziarie, ma al contempo sta costruendo fortune personali grazie ad uno strumento, anch’esso dichiaratamente anti-sistema sebbene molto opaco: le criptovalute. Nel Regno Unito, Nigel Farage è finito sotto inchiesta parlamentare per un regalo personale da 5 milioni di sterline ricevuto da un miliardario azionista di Tether, la principale stablecoin al mondo. Negli Stati Uniti, Donald Trump ha dichiarato oltre 1,2 miliardi di dollari di guadagni crypto nel 2025, mentre quasi un milione di suoi sostenitori perdeva i risparmi investiti nelle sue monete digitali.
Due storie distinte solo in apparenza, perché unite dalla retorica “anti-sistema”, appunto, che promette di liberare il popolo dalle banche, ma si sta trasformando, secondo diverse inchieste giornalistiche e giudiziarie, in un canale attraverso cui la ricchezza si sposta dal basso verso l’alto.
Il caso Farage: milioni “regalati” e l’ombra del lobbismo crypto
Nel giugno 2024, poche settimane prima di annunciare la propria candidatura alle elezioni per il collegio di Clacton, Nigel Farage ha ricevuto un versamento in contanti da 5 milioni di sterline da Christopher Harborne, imprenditore britannico-thailandese che detiene circa il 12% di Tether Limited, la società dietro la stablecoin Usdt. La notizia è emersa solo nell’aprile 2026 grazie a un’inchiesta del Guardian. Farage l’ha definita una donazione «incondizionata», sostenendo di poterla spendere «in Ferrari» o «sui cavalli» se lo desiderasse. Il problema è che le regole di Westminster impongono ai parlamentari di dichiarare doni di quell’entità, cosa che Farage non ha fatto. Dunque a maggio 2026 il Commissario per gli standard parlamentari, Daniel Greenberg, ha aperto un’inchiesta formale, tuttora in corso.
Prima di proseguire, ricordiamo che Tether è una stablecoin, cioè una criptovaluta il cui valore è agganciato uno a uno al dollaro statunitense. La società, oggi con sede legale a El Salvador, è guidata da due imprenditori italiani, Paolo Ardoino e Giancarlo Devasini. Quest’ultimo è il primo uomo più ricco d’Italia secondo Forbes 2026.
Il nodo politico più delicato della vicenda riguarda un incontro privato che Farage ha avuto nel settembre 2025 con il governatore della Banca d’Inghilterra Andrew Bailey. In quell’occasione il leader di Reform UK avrebbe criticato il progetto di una sterlina digitale di Stato. Poco dopo, la Banca ha eliminato i tetti sulle riserve in stablecoin sostituendoli con un limite di emissione più permissivo.
Il deputato laburista Phil Brickell ha presentato un esposto sostenendo che quell’incontro sia avvenuto nella finestra dei dodici mesi in cui è vietato fare lobbying per conto di un donatore, dato che Harborne aveva versato altri fondi a Reform UK nel gennaio 2025. A complicare il quadro, a inizio luglio 2026 è emerso che anche George Cottrell, storico consigliere di Farage, condannato nel 2017 per frode negli Stati Uniti e oggi attivo nel settore crypto, avrebbe finanziato in modo non dichiarato staff, sicurezza e alloggio del leader di Reform UK.
Il miliardo di Trump: quando la politica diventa una “memecoin”
Adesso andiamo un attimo oltreoceano. Il 30 giugno 2026 l’Ufficio governativo per l’etica statunitense ha pubblicato la dichiarazione patrimoniale di Donald Trump per il 2025. 927 pagine che mostrano un guadagno complessivo di circa 2,2 miliardi di dollari. Di questi, almeno 1,2/1,4 miliardi provengono direttamente dal settore delle criptovalute. La fetta più consistente, oltre 635 milioni di dollari, arriva dalle royalty legate a $TRUMP, la sua “memecoin” personale lanciata tre giorni prima dell’insediamento. Altri 520/590 milioni derivano dalla vendita di token di World Liberty Financial, la piattaforma crypto fondata dai figli del presidente insieme ai figli dell’inviato speciale in Asia occidentale Steve Witkoff.
Una memecoin è, in sostanza, un oggetto digitale che ha valore solo finché c’è entusiasmo attorno al suo nome: non ha alcun valore intrinseco e il suo prezzo dipende quasi esclusivamente dalla speculazione attraverso i social, spesso messa in atto da personaggi con molto seguito. È esattamente ciò che è successo a $TRUMP. Infatti dal picco di oltre 75 dollari toccato nelle prime ore di scambio, il token è crollato fino a circa 1,7 dollari, una perdita superiore al 97%. Secondo un’analisi della società di dati blockchain Nansen, ripresa dal New York Times, quasi un milione di portafogli risultava in perdita a fine giugno 2026. Per un totale di 3,8 miliardi di dollari “bruciati” (che è un termine del gergo finanziario che sottintende che il denaro è passato di mano da piccoli risparmiatori a grandi accumulatori, tipicamente).
Solo circa 5mila investitori, per lo più entrati nei primissimi minuti di trading, hanno realizzato guadagni comparabili, circa 4 miliardi di dollari complessivi. Il meccanismo strutturale del progetto, inoltre, garantisce a Trump una commissione su ogni transazione. Dunque guadagna sia quando il prezzo sale sia quando crolla. Anche il token $WLFI di World Liberty Financial ha perso oltre l’80% dal massimo. La Casa Bianca ha respinto ogni accusa di conflitto d’interesse, mentre la Securities and Exchange Commission (Sec) sotto la nuova gestione filo-Trump, ha stabilito che le memecoin non saranno trattate come titoli finanziari regolamentati.
Il filo rosso: perché la destra radicale è così vicina alle criptovalute?
Le due vicende non sembrano una semplice coincidenza cronologica. A collegarle c’è un’affinità ideologica e pratica che si può riassumere in tre punti.
Il primo è la retorica anti-sistema. Sia i populisti di destra sia gli entusiasti delle criptovalute condividono lo stesso messaggio di fondo. Ovvero che le banche centrali e gli Stati controllano e limitano la libertà individuale, mentre gli asset digitali restituirebbero il potere ai cittadini. È lo stesso linguaggio che Farage usa da anni contro Bruxelles e la Banca d’Inghilterra. E che Trump ha adottato candidandosi – peraltro con una “inversione a U” rispetto alle sue posizioni nel 2016 – a “presidente delle criptovalute”.
Il secondo punto è la promessa di un riscatto economico rapido, rivolta a un elettorato spesso economicamente insoddisfatto. La memecoin, come il voto di protesta, vende l’idea di poter “battere il sistema” senza intermediari né competenze finanziarie specifiche. Salvo poi lasciare le perdite maggiori a chi entra più tardi nel gioco, attratto appunto da facili guadagni.
Il terzo punto è la deregolamentazione reciproca. I grandi patrimoni crypto hanno bisogno di politici disposti a smontare controlli, tasse e vigilanza finanziaria, esattamente ciò che l’amministrazione Trump ha fatto nominando regolatori favorevoli al settore. I politici, dal canto loro, ottengono flussi di denaro difficili da tracciare per finanziare campagne e apparati.
Un nodo che tiene insieme i due continenti potrebbe essere George Cottrell, detto anche “Posh George“. Aristocratico, ex consigliere e fundraiser di Farage fin dai tempi dello Ukip, condannato nel 2017 negli Stati Uniti per frode telematica dopo un’operazione sotto copertura dell’FBI, Cottrell è oggi coinvolto in Tether.bet, una piattaforma di scommesse crypto legata a Christopher Harborne. E risulta essere in cerca di una grazia presidenziale da parte di Trump. La sua vicenda personale mostra come le stesse reti di relazioni, capitali e favori politici attraversino contemporaneamente Washington e Londra.
Una finta rivoluzione che arricchisce i soliti noti?
Quella che viene promossa come rivoluzione libertaria contro le élite si sta rivelando, alla prova dei fatti, una delle più classiche dinamiche di potere. Chi guida i movimenti accumula capitali reali e verificabili, i grandi investitori crypto ottengono in cambio favori normativi e accesso politico, mentre i cittadini comuni, quelli che credono davvero al racconto anti-establishment, restano con le tasche vuote e il conto da pagare. Il caso Farage-Harborne e i guadagni miliardari di Trump non dimostrano da soli l’esistenza di un piano coordinato tra le destre radicali globali, ma la fitta rete di uomini, società e capitali che li collega – da Tether a Cottrell, dalla Banca d’Inghilterra alla Casa Bianca – rende sempre più difficile parlare di semplici coincidenze o speculazioni.




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