Figc: come inguaiammo il calcio italiano
Il documento dell’ex presidente della Figc sullo stato del calcio italiano è impietoso e – forse involontariamente – ridicolo
Comincia il gioco della sedia per la poltrona di presidente della Figc (Federazione italiana giuoco calcio). Per adesso in lizza ci sonol’ex presidente del ConiGiovanni Malagò, appoggiato dalla Serie A. E il poltronissimo Giancarlo Abete, attuale presidente della potentissima Lega dilettanti. Le elezioni saranno il 22 giugno. All’indomani della mancata qualificazione della Nazionale italiana di calcio maschile alla Coppa del Mondo 2026, è bene leggere come avrebbe salvato il calcio, adesso che non può più farlo dopo averlo guidato per otto anni, l’ex presidente dimissionario della Figc Gabriele Gravina.
Gravina, in vista di una poi mai avvenuta audizione governativa, ha scritto un documento il cui effetto è – forse involontariamente – ridicolo. È un’ammissione di colpa per lo stato disastroso del calcio italiano. E una dichiarazione di insipienza e di impotenza su come migliorarlo. Per questo, invece di “Relazione sullo stato del calcio italiano” avrebbe potuto intitolarsi, parafrasando il capolavoro di Ciprì e Maresco, “Come inguaiammo il calcio italiano”. Per cominciare bastano le poche righe di presentazione dello stesso ex presidente Figc.
«Le criticità del sistema calcio italiano sono ben note da anni. Richiamate in molteplici documenti ufficiali, che differiscono solo per i dati statistici in costante peggioramento. A conferma del fatto che si tratta per lo più di deficit ormai strutturali», scrive infatti Gravina. Un’ammissione di colpa e di incapacità involontaria quanto inappellabile. Gravina è stato infatti presidente della Figc per ben otto anni, dal 2018 al 2026. È quindi lui che ha guidato il «costante peggioramento» del calcio. Il cui esito più evidente è stato la mancata qualificazione ai Campionati mondiali di calcio maschile 2022 e 2026. Ma c’è di peggio.
I disastrosi conti economici del calcio italiano e le soluzioni sbagliate della Figc
Il documento prende atto dello stato disastroso del calcio italiano, ma lo fa in maniera ambigua. Come abbiamo scritto su Valori, il valore della produzione dell’intero sistema calcio al 2024 era di 4,5 miliardi di euro. Dati della stessa Figc. Ma il costo è stato di 5,1 miliardi. Quindi il risultato è che costa 0,7 miliardi più di quanto produce. E a questo si aggiunge un debito aggregato di 5,5 miliardi. Di cui ben 4,7 miliardi sono della Serie A. Il pesce puzza dalla testa, come sempre. Invece Gravina se la prende con i vincoli, con il Covid, con le commissioni ai procuratori. E con il costo del lavoro in Serie B e Serie C, e qui in effetti ha ragione.
L’ex presidente della Figc rifiuta quindi di mettere la Serie A, la testa del pesce, davanti alle sue responsabilità nel declino del calcio. Preferisce evitare di raccontare che i club di calcio sono veicoli finanziari utilizzati per creare voragini di debito su cui speculare. E infatti le squadre della Serie A sono le più indebitate di Europa. Per questo le soluzioni che propone sono assurde. Perché interne e funzionali allo stesso sistema che ha dimostrato di non funzionare.
L’ex presidente Figc lamenta poi che la politica non abbia offerto abbastanza aiuti e sgravi per le infrastrutture. Quando invece non solo nuove costruzioni e riqualificazioni avvengono da sempre grazie alla svendita del patrimonio pubblico e agli aiuti di Stato, vedi il caso San Siro, ma adesso c’è addirittura il commissario che permetterà ogni tipo di scempio in deroga a leggi e tutele ambientali. Lamenta la mancanza di crediti di imposta sul modello del cinema, come se il problema non fossero le speculazioni e il riciclaggio ma le tasse. Lamenta il ritardo con cui si è tornati a permettere le sponsorizzazioni delle agenzie di scommesse, come se il calcio possa salvarsi solo rendendo ludopatico un intero Paese. Cosa che infatti secondo Giorgia Meloni è buona e giusta.
La Figc e la bufala dei troppi stranieri nel calcio italiano
Non poteva mancare ovviamente la bufala sugli stranieri, tanto cara ai politici e ai giornalisti di destra. Ovvero a quasi tutti. Come avevamo scritto su Valori la prima causa del declino del calcio italiano è, al contrario, ascrivibile proprio alle vergognose e restrittive leggi sulla cittadinanza in vigore nel nostro Paese. Per cui negli ultimi venti anni se i vari Mbappé, Yamal e Saka fossero nati in Italia non avrebbero potuto giocare per la Nazionale. Perché figli di entrambi i genitori stranieri. Ma l’ex presidente della Figc si inserisce nel discorso razzista e sovranista che va per la maggiore.
Ma oltre che razzista questa tesi è una bufala. Se guardiamo i dati di Transfermarkt vediamo che solo il 43% dei giocatori in Spagna è straniero. È vero. Ma in Germania gli stranieri sono il 60% e in Francia il 62%. Poco meno che in Italia, dove sono il 68%. Mentre in Inghilterra sono il 72%. Il problema semmai è un altro, ovvero che in Italia gli stranieri giocano più minuti che altrove. Ma questo è colpa semmai delle società e degli allenatori che, per interessi speculativi, preferiscono loro ai giovani italiani. E dei media che per interessi economici li esaltano sempre.
Come è colpa degli allenatori, e dei media amici che li incensano, se in Italia si gioca male. Questo è forse il dato più interessante del documento. Quando elenca le impietose statistiche da cui emerge come il calcio italiano sia il più lento, difensivo, noioso, con meno dribbling, meno pressing, meno aggressività e meno possesso di palla dei cinque grandi campionati europei. Sembra che stia parlando del Milan di Allegri, una squadra inguardabile che gioca un calcio antidiluviano, lento, prevedibile e noioso. Ma poi invece Allegri, chissà perché, è raccontato da giornali e televisioni come un maestro di calcio. Quindi la colpa è per forza degli stranieri…
L’Italia è un Paese per vecchi
Un altro dato interessante contenuto documento dell’ex presidente della Figc è che la Serie A italiana continua a essere uno dei campionati più vecchi d’Europa. L’età media dei calciatori schierati in campo è di 27 anni. La Serie A è il quarantanovesimo campionato al mondo su 50 monitorati dal Cies per percentuale di minuti giocati da calciatori U21 selezionabili per la Nazionale. Sono appena l’1,9%. A questo si aggiunge che il calcio italiano è anche quello che fa meno investimenti nei settori giovanili. Nella classifica dei primi cinquanta settori giovanili al mondo per ricavi decennali dalla vendita di calciatori formati in casa ce ne sono solo due italiani: Atalanta e Juventus.
È il sistema Paese, bellezza. Secondo Eurostat l’età media della popolazione europea è di 44,9 anni. E l’Italia è il Paese più vecchio in assoluto, con un età media di 49,1 anni. Eppure, anche qui, con la stagione che volge al termine e il calciomercato alle porte, ecco che sui media si pubblicizzano come fenomeni solo giocatori sul viale del tramonto. Prima si lamentano che i giovani non giocano, poi chissà perché – forse per interesse – lanciano campagne mediatiche per fare arrivare nel calcio italiano vecchie cariatidi.
I nomi che riempiono le pagine dei quotidiani sportivi sono quelli di un cimitero degli elefanti. A partire da Lewandowski, che l’anno prossimo avrà 38 anni. E per proseguire con i vari Rudiger, 33 anni, Allison, 33 anni, Bernardo Silva, 32 anni, Goretzka, 31 anni. E via dicendo. Perché forse, tra tutti i responsabili del declino del calcio italiano, il documento dell’ex presidente Figc si dimentica di indicarne uno con cui prima o poi andranno fatti i conti. Un responsabile che tende sempre ad accusare gli altri e assolvere se stesso. E che invece ha inguaiato il calcio italiano tanto quanto la Figc e i suoi ex presidenti. Stiamo parlando, ovviamente, del giornalismo sportivo.




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