Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa e potrebbe contenere dati o informazioni relative a fonti/reference dell'epoca, che nel corso degli anni potrebbero essere state riviste/corrette/aggiornate.

Finanza sostenibile: le nuove regole Ue ai blocchi di partenza

Stanno per entrare in vigore le nuove regole sugli investimenti responsabili. Un intervento necessario, ma per gestori e aziende non sarà facile rispondere alle richieste

Le nuove norme Ue sulla finanza sostenibile stanno per entrare in vigore (z_wei/iStockPhoto)

La finanza sostenibile come strumento per trasformare l’economia, rendendola più rispettosa verso l’ambiente e, in ultima istanza, per salvare il Pianeta. Le autorità europee lo sostengono da almeno quattro anni e da altrettanto tempo si stanno impegnando per definire che cosa sia davvero “sostenibile” (su Valori lo abbiamo scritto spesso).

Ora siamo arrivati a un momento cruciale. Una serie di nuove normative europee è ai blocchi di partenza: in particolare la Tassonomia della finanza sostenibile (il regolamento 2020/852, in vigore dallo scorso giugno, ma per il quale devono essere stabiliti i criteri tecnici di selezione delle attività economiche sostenibili, con gli atti delegati che verranno pubblicati entro fine 2020) e le norme per la rendicontazione degli investimenti sostenibili (il regolamento 2019/2088, anche per questo entro fine anno verranno pubblicati gli atti delegati).

Il Teg è il Gruppo tecnico di esperti sulla finanza sostenibile costituito dalla Commissione europea. Nella foto (di NakNakNak da Pixabay) le bandiere dell’Europa davanti alla sede della Commissione Ue a Bruxelles

I tempi sono stretti e i soggetti coinvolti dalle nuove norme – asset manager, gestori di fondi di investimento responsabile, provider di informazioni ESG, le aziende che compaiono nei portafogli di investimento responsabile – hanno davanti a sé un duro lavoro per attrezzarsi a rispondere alle richieste dei regolatori europei. Le informazioni richieste sono molte e dettagliate. E in molti casi reperire i dati sarà un’operazione difficilissima, se non impossibile. Di certo molto costosa.

La piattaforma per la finanza sostenibile

In Europa intanto il percorso per mettere a segno la normativa continua. Sono infatti stati nominati i membri (50 permanenti, nove osservatori speciali e sette enti pubblici rappresentati) della nuova Platform on Sustainable Finance creata dalla Commissione Europea (in particolare dalla Direzione generale per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e l’Unione dei mercati dei capitali-Dg Fisma).

La Piattaforma, che andrà a sostituire il Technical Expert Group (Teg), in primo luogo dovrà affiancare la Commissione nella scelta dei criteri tecnici di screening per la tassonomia. Non solo, il gruppo di esperti avrà anche l’arduo compito di appoggiare le istituzioni europee, in particolar modo la Commissione, nella revisione della “Taxonomy Regulation”, favorendo l’inclusione di ulteriori obiettivi di sostenibilità, tra cui la dimensione sociale, per ora trascurata, a vantaggio di quella ambientale. Più in generale la Piattaforma farà da consulente sulla politica finanziaria, contribuendo allo sviluppo di policy per un’economia sostenibile europea.

Il tempo stringe

Non resta molto tempo per adeguarsi alle richieste contenute nelle nuove normative. Il lavoro da portare avanti da parte dei soggetti coinvolti è molto. Una prima parte delle richieste contenute nel regolamento sulla Tassonomia entrerà in vigore il 31 dicembre 2021, quando il primo blocco di criteri tecnici di selezione delle attività da considerare sostenibili diventerà operativo. Da quel momento chi proporrà investimenti sostenibili e responsabili (SRI) dovrà indicare la percentuale di allineamento alla tassonomia del proprio portafoglio investito.

Per la normativa per la rendicontazione finanziaria, che obbliga i partecipanti ai mercati e i consulenti finanziari a dare informazioni precise circa i rischi per la sostenibilità dei prodotti che propongono, ci sarà meno tempo: il 10 marzo 2021 gestori finanziari e i consulenti finanziari dovranno essere pronti s fornire le informazioni richieste.

Gli istituti finanziari dovranno divulgare informazioni su come integrano i rischi ESG e come prendono in considerazione gli impatti negativi delle proprie politiche d’investimento su ambiente e temi sociali; la disclosure su rischi e obiettivi di sostenibilità dei prodotti dovrà essere inclusa nella documentazione precontrattuale, nella reportistica periodica e sul sito internet.

Le preoccupazioni di chi la legge dovrà applicarla

L’impatto delle richieste di informazioni da parte dell’Europa sarà notevole: asset manager, collocatori di fondi responsabili, provider di informazioni ESG, tutto il mondo della finanza sostenibile è in fermento.

Negli ultimi mesi in molti, tra i soggetti coinvolti dalle normative, hanno manifestato preoccupazioni per le ripercussioni delle decisioni dell’Ue. Secondo un recente report di InfluenceMap soltanto il 5% dei 63 maggiori gruppi finanziari sostiene strategicamente la politica di finanza sostenibile della Commissione Europea. Un’altra indagine condivisa dall’organizzazione non profit CDP, insieme a MSCI e State Street Global Advisors (SSGA), indica che i dati richiesti in particolare dalla normativa sulla rendicontazione ESG non sono disponibili per molti degli indicatori, in particolare quelli relativi alle emissioni di acqua, alle politiche aziendali sulla tratta di esseri umani e alle emissioni di sostanze che riducono lo strato di ozono.

Commissione Von der Leyen europarlamento green deal finanza sostenibile
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen © archivio Parlamento europeo

Lo stesso organismo delle Nazioni Unite dedicato agli investimenti responsabili, l’UnPri, ha espresso delle preoccupazioni per un non allineamento delle richieste di rendicontazione contenute nelle diverse normative europee.

Anche le aziende verranno coinvolte pesantemente, anzi forse questo sarà il problema principale: il reperimento di dati da parte delle realtà su cui investono i fondi responsabili.

Di certo i costi per reperire e organizzare i dati in base alle nuove richieste dei regolatori europei saranno elevati, in particolare per i soggetti più piccoli, che non dispongono di una struttura adeguata.

Il nodo dei dati

Quello dei dati sembra essere uno dei punti più dolenti. Le richieste da parte dei regolatori europei in ambito di impatto ESG (soprattutto ambientale, per quanto riguarda la tassonomia) sono dettagliate e approfondite. Poche le aziende in grado di soddisfarle, almeno nel breve termine. In difficoltà soprattutto le piccole e medie imprese.

Le grandi realtà, infatti, in qualche modo hanno già dovuto attrezzarsi per rispondere alle richieste di informazioni sul proprio impatto ESG. Dal 2017, infatti, le imprese di grandi dimensioni sono obbligate (dalla direttiva UE 2014/9575 sulla rendicontazione non finanziaria-DNF, che attualmente si applica a circa 6.000 società quotate, banche e imprese assicuratrici) a fornire informazioni anche in merito agli aspetti ambientali, sociali e di governarce (ESG) del loro operato.

Il problema maggiore riguarderà le piccole e medie imprese, che però in Europa, ma soprattutto in Italia, rappresentano una fetta consistente del tessuto economico.

La risposta al bisogno di chiarezza

Ma un intervento per uniformare i criteri ESG e per fare chiarezza su cosa sia un investimento sostenibile era necessario e richiesto da molto tempo, da moltissimi protagonisti del mondo della finanza sostenibile.

«Per costruire un sistema economico sostenibile, è necessario che le autorità pubbliche intervengano per stabilire solidi standard Esg e supervisionare gli attori sul mercato», aveva dichiarato nel suo discorso all’European financial forum, a metà febbraio scorso, Steven Maijoor, presidente dell’Autorità di vigilanza europea sui mercati finanziari (Esma). E ancora: «La mancanza di chiarezza sulle metodologie alla base di tali meccanismi di punteggio e della loro diversità non consente agli investitori di confrontare efficacemente gli investimenti commercializzati come sostenibili, contribuendo al rischio greenwashing». 

Dello stesso avviso le banche centrali europee: «Le attuali regole per la rendicontazione non finanziaria da parte della imprese non garantiscono informazioni sufficienti, coerenti e comparabili», che servirebbero sia al settore privato (in particolare agli investitori), sia alle autorità pubbliche. Queste le parole scritte dal Sistema europeo di banche centrali (che raggruppa la Bce e le banche centrali nazionali) nella sua risposta alla consultazione pubblica lanciata dalla Commissione europea sulla Renewed sustainable finance strategy e sulla revisione della direttiva sul reporting non finanziario. 

Per raggiungere questo obiettivo per la Bce è fondamentale la «convergenza dei principi di rendicontazione relativi alla sostenibilità», oltre a un «rafforzamento dei processi di verifica» e una maggiore disponibilità e affidabilità delle informazioni.

Le nuove regole europee, seppur in un primo momento di difficile attuazione, sembrano andare proprio in questa direzione.