Giovannini: «Contrazione Pil è strutturale. Urgono spese per investimenti»

L'ex presidente Istat: «Sui dati negativi pesa il clima di sfiducia e incertezza causato dalle scelte del governo. Serve investire in infrastrutture e alta formazione»

Di Andrea Di Stefano
Enrico Giovannini è un economista e statistico. Professore ordinario di statistica economica all'università di Roma Tor Vergata e di Sviluppo sostenibile all'università LUISS. É stato chief statistician dell'OCSE dal 2001 al 2009, presidente dell'Istat (2009-2013) e ministro del Lavoro nel governo Letta (2013-2014). É fondatore e portavoce dell'ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile), una rete di oltre 180 soggetti della società civile italiana. Foto di Stefano Corso

«La contrazione del Pil è un fatto strutturale e non vale solo per l’Italia, anche se gli altri paesi europei continuano a crescere, magari più lentamente. Il nostro è notoriamente un Paese che risente negativamente della congiuntura internazionale, caratterizzata da guerre commerciali e incertezze geopolitiche». La riflessione è di Enrico Giovannini, economista e statistico di fama internazionale, un passato da Chief Statistician all’OCSE, presidente Istat, ministro del Lavoro nel Governo Letta e attualmente portavoce dell’ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile), una rete di oltre 220 organizzazioni della società civile italiana.

Professor Giovannini, i dati italiani sul Pil quindi sono figli solo di questioni internazionali?

«No. A quanto detto, si aggiunge un problema di sfiducia, soprattutto delle imprese, a causa degli annunci dei mesi scorsi e delle politiche praticate. In un panorama come quello attuale, senza dubbio l’incertezza, in alcuni momenti anche molto profonda, causata dal dibattito sulle scelte di bilancio, ha creato un clima negativo che non poteva non ripercuotersi sulle scelte degli operatori economici».

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Quindi in questo senso incidono sul trend del Pil le scelte e gli annunci dell’attuale governo?

«Il dibattito sulla permanenza o meno nell’area Euro, l’aumento dello spread causato dai dubbi degli investitori internazionali sulle scelte di bilancio, lo scontro con Bruxelles hanno contribuito a determinare il sentiment negativo delle imprese e delle famiglie. L’economia non è una scienza esatta, ma sappiamo che le aspettative e il clima di fiducia (o, al contrario, di sfiducia) incidono in modo rilevante sulle scelte. E tali scelte hanno ricadute economiche, in particolare quelle più impegnative, come gli investimenti».

Ecco, a tal proposito: secondo lei, dall’attuale governo si è posta troppa enfasi sulle due misure simbolo (reddito di cittadinanza e quota 100) e poco sugli investimenti?

«Le scelte di questo Governo, da un lato il reddito di cittadinanza, che ritengo un passo importante verso la lotta alla povertà, dall’altro quota 100 (su cui ho molte più perplessità), sono state accompagnate da minori risorse sugli investimenti rispetto a quelli di cui aveva parlato il ministro Tria. E questo è un grave errore, considerando che i segnali di frenata dell’economia a livello globale erano ben noti e già evidenti dal secondo trimestre del 2018».

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Quindi su cosa bisogna investire per agevolare la crescita?

«Primo, molte infrastrutture in Italia sono a rischio di obsolescenza. Il ritardo sulle infrastrutture materiali è noto e non parlo solo dei ponti. Sappiamo, e non da oggi, di aver bisogno di molte risorse per la manutenzione delle infrastrutture costruite negli anni ‘60 e ‘70 e nello stesso tempo c’è forte necessità di realizzare nuove opere pubbliche. Se si va verso le auto elettriche e le auto a guida autonoma, ad esempio, bisogna elettrificare e cablare le autostrade.

Secondo aspetto, le infrastrutture immateriali. Non è solo questione di 5G e di banda larga, ma anche di strumenti che permettano la gestione e la condivisione dell’immensa quantità di dati prodotti da privati e dalle Pubbliche amministrazioni.

Poi c’è un terzo elemento, che sfortunatamente non viene mai considerato nella categoria “investimenti”: l’educazione e l’alta formazione. Noi spendiamo per l’università circa 8 miliardi l’anno. Tanto per avere un’idea: per varare “Quota 100” sono stati stanziati poco più di 4 miliardi. Se quelle somme le avessimo destinate all’università avremmo incrementato del 50% le risorse investite nell’alta formazione e avremmo dato un segnale sulla volontà del sistema Paese di attrarre eccellenze e di investire in modo strategico sulla ricerca».

Italia quartultima per la spesa pubblica nell’educazione universitaria in rapporto al Pil – dati 2014. FONTE: Eurostat

Tutte queste carenze creeranno un danno anche alle nostre imprese?

«Le imprese scontano la mancanza di visione del futuro e di scelte lungimiranti. Le faccio un esempio: nella legge di Bilancio, la parola economia circolare è assente. La trova solo per la creazione di un Centro di ricerca sullo sviluppo sostenibile a Taranto, che peraltro abbiamo promosso noi dell’ASviS. Questo settore, che richiede nuovi investimenti per cambiare in profondità i processi produttivi, e non è certo solo un tema di gestione dei rifiuti, non ha visto lo stanziamento neppure di un euro nella legge di Bilancio».

Ha senso ancora scervellarci sui decimali di crescita o contrazione del Pil o forse non è ora finalmente di guardare oltre e di superare la dittatura del Pil, concentrando l’attenzione su altri indicatori?

«L’Italia è un Paese con un alto debito pubblico. Come per una famiglia fortemente indebitata, è difficile non fare attenzione al reddito necessario per ripagare il debito. Ma questo non è una scusa per non guardare ad altri indicatori, che pure l’Istat produce, e fare scelte di politica economica orientate a tutte le dimensioni del benessere.

Peraltro, oggi sappiamo che con tassi di crescita molto bassi abbiamo bisogno non solo di politiche che stimolino il reddito e la sua distribuzione, ma anche di scelte a favore di nuovi settori, cruciali per uno sviluppo sostenibile come l’economia circolare, la sola in grado di stimolare l’economia senza distruggere l’ambiente».

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In tal senso, è utile guardare anche ad altri indicatori, come il BES (Benessere equo e sostenibile) che da un paio d’anni è entrato nel bilancio dello Stato?

«Entro il 15 febbraio, il governo dovrà consegnare al Parlamento una relazione che descriva l’evoluzione dei dodici indicatori scelti tra i 130 che compongono il BES e che valuti gli effetti prodotti su di essi dalla Legge di Bilancio. Spero che il governo presenti la relazione nei tempi previsti, perché sarebbe un passo in avanti molto significativo per promuovere un dibattito serio che non guardi solo ed esclusivamente all’andamento del Pil».

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