Cosa prevede il piano di Piketty per eliminare le disuguaglianze

5mila euro al mese per tutti, tasse fino 90% per i super-ricchi, settimana lavorativa dimezzata. È la ricetta del World Inequality Lab per un mondo più giusto

Il Global Justice Report di Piketty prova a dare una risposta organica al problema delle disuguaglianze nel mondo © MDV Edwards/iStockPhoto

Non è mai stato prodotto tanto denaro nel mondo. Eppure la distanza tra chi accumula e chi resta indietro continua a crescere. A tentare di dare una risposta organica a questa contraddizione è il Global Justice Report. 136 pagine che il World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinato tra gli altri da Thomas Piketty, ha pubblicato il 4 giugno, in apertura della World Inequality Conference 2026. Non è un’analisi accademica. È un piano di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100 che, per ambizione e radicalità, non ha precedenti nel dibattito economico contemporaneo.

5mila euro al mese per tutti per riequilibrare i redditi tra Nord e Sud del mondo

Il punto di arrivo è concreto e quantificato: portare il reddito mensile medio di ogni abitante del Pianeta a 5mila euro entro il 2100, cancellando l’attuale divario di sedici volte tra l’Africa subsahariana e il Nord America. Va chiarito subito: non si tratta di un assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe dalla crescita sostenuta del Sud globale, da una redistribuzione radicale della ricchezza e dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi detiene appena il 2% della ricchezza complessiva, arriverebbe al 30%. Quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito entro il 2100.

La diagnosi che sorregge questa proposta è altrettanto netta. Le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno prodotto divari di ricchezza incompatibili con la stabilità climatica. Ridurre le disuguaglianze, scrivono gli autori, «non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione: è condizione necessaria per una prosperità condivisa su un Pianeta limitato». Tradotto: per restare sotto i due gradi di aumento della temperatura globale non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Occorre ridurre il peso economico e politico dell’ultra-ricchezza, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi tra Nord e Sud del mondo.

Il riequilibrio richiede tassi di crescita asimmetrici e deliberatamente diseguali. Le regioni più ricche – America del Nord, Oceania, Europa – dovrebbero accettare una crescita annuale del prodotto interno lordo (Pil) sostanzialmente nulla, tra lo zero e lo 0,5%. Le aree più povere – Africa subsahariana, Asia meridionale e Sudest asiatico – dovrebbero invece crescere al 3-4% annuo in maniera sostenuta. Non si tratterebbe di impoverimento, precisano gli autori: significherebbe meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute, più tempo libero, più servizi pubblici. La questione, evidentemente, è chi paga il cambiamento.

Un Fondo per la giustizia a cui destinare oltre il 10% del Pil globale

Al centro del Global Justice Report di Piketty c’è la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale dedicata alla convergenza socio-economica e al finanziamento della transizione energetica su scala planetaria. Ogni anno fino al 2060, il Fondo dovrebbe ricevere risorse equivalenti al 10,3% del Pil globale. Si tratta di oltre venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget combinati di Onu, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale. Con il passare del tempo gli asset accumulati dal fondo sovrano che lo alimenta (stabilizzati a un livello pari al 60% del Pil globale) genererebbero rendimenti sufficienti a sostenerlo autonomamente.

I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione, con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici e di sviluppo umano. I Paesi poveri riceverebbero proporzionalmente molto di più rispetto a quelli ricchi. Il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud pari allo 0,8% del Pil mondiale ogni anno. Una cifra che gli autori riconoscono come «significativamente inferiore» a quanto servirebbe per compensare i danni cumulativi del colonialismo e dei cambiamenti climatici.

Quanto tassare i grandi patrimoni e i redditi più elevati, secondo il Global Justice Report di Piketty

A finanziare il Fondo sarebbero due strumenti fiscali di portata globale che agiscono su fronti complementari. Il primo è una tassa annuale sui grandi patrimoni – la ricchezza già accumulata – con aliquote progressive dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro fino al 20% per chi supera i 553 milioni. Il secondo è un’imposta coordinata a livello internazionale sui redditi più elevati, con aliquote marginali fino al 90%, per impedire che quella ricchezza continui ad accumularsi ai vertici. Un livello che oggi può sembrare estremo ma che si avvicina a quello effettivamente applicato negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra.

Tra i firmatari del rapporto figurano Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, i grandi teorici dell’imposta minima sui miliardari, le cui proposte hanno già trovato eco nel G20 brasiliano del 2024. L’obiettivo non è soltanto raccogliere risorse. È ridurre la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro la fine del secolo. In altre parole, smantellare la plutocrazia globale.

Da 2.100 a 1.000 ore lavorate all’anno, per ridurre i consumi materiali e far crescere i beni immateriali

Una trasformazione economica di questa portata passa anche attraverso una revisione radicale del rapporto con il lavoro. Il rapporto propone di ridurre le ore lavorate per occupato da circa 2.100 a 1.000 all’anno: in pratica, una settimana lavorativa dimezzata. La premessa è che la produttività continuerà a crescere grazie alla tecnologia e all’istruzione. Lavorare meno quindi non significherebbe produrre meno, ma redistribuire meglio il lavoro disponibile e ridurre l’impronta materiale dell’economia.

Il consumo materiale in senso lato andrebbe contratto: meno beni, meno sprechi, meno emissioni. In compenso crescerebbero i beni immateriali – salute, istruzione, relazioni, tempo – che non compaiono nel Pil ma, come avvertiva Robert Kennedy, determinano «quello che rende la vita degna di essere vissuta».

Una riforma delle istituzioni finanziarie e una nuova valuta internazionale di riserva

Il Global Justice Report di Piketty non si limita alla fiscalità e alla redistribuzione. Propone anche una riforma radicale delle istituzioni finanziarie internazionali. Oggi nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale il peso di ogni Paese è proporzionale alla sua quota di capitale versato. Questo significa che Stati Uniti ed Europa controllano di fatto le decisioni, mentre i Paesi più poveri contano pochissimo pur rappresentando la maggioranza della popolazione. La proposta è rovesciare questa logica passando a un sistema “una persona, un voto”, in cui il peso politico di ogni Stato sia proporzionale alla popolazione.

Sul piano monetario, il rapporto propone la creazione di una nuova valuta internazionale di riserva, che sostituisca il ruolo oggi dominante del dollaro e riduca il vantaggio di cui godono gli Stati Uniti per il solo fatto di emettere la moneta di riferimento globale. A gestire gli scambi internazionali sarebbe una Camera di compensazione globale – un’International Clearing Union – sul modello di quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods nel 1944 e allora bocciata dagli americani. Un meccanismo che penalizzerebbe automaticamente sia gli Stati con grandi surplus commerciali sia quelli con grandi deficit, scoraggiando gli squilibri che oggi alimentano tensioni geopolitiche e crisi finanziarie.

Perché il Global Justice Report di Piketty non è un’utopia

Piketty e i suoi colleghi rifiutano l’etichetta di utopisti. Il loro piano, scrivono, «corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista». Altra cosa è il fatto che sia politicamente realizzabile. Tradurlo in pratica, riconoscono, significherebbe affrontare «una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi». Anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione.

Eppure la storia offre precedenti di trasformazioni radicali (dal suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali) che sembravano impossibili fino a quando non sono diventate conquiste consolidate. Il progetto potrebbe partire da una coalizione di «volenterosi» che comprenda almeno i Paesi più ricchi tra Europa, Asia orientale e Sud del mondo. Chi non aderisse – e il rapporto cita esplicitamente Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i propri danni climatici.

I milionari nel mondo non sono mai stati così tanti

A rendere ancora più urgente il dibattito aperto da Piketty arriva, quasi in contemporanea, il World Wealth Report 2026 di Capgemini. Lo studio fa sapere che il numero di milionari nel mondo non è mai stato così alto. I patrimoni delle persone con almeno un milione di dollari di asset – esclusa la residenza principale – sono cresciuti dell’8,7% nel 2025, portando il totale a 98.300 miliardi di dollari. Quasi due milioni di nuovi milionari si sono aggiunti in un solo anno, per un totale di 25,3 milioni di individui. È la progressione più netta degli ultimi cinque anni.

Sul piano geografico è l’Asia-Pacifico a segnare la progressione più marcata, con un +10,5% della ricchezza e un +9,4% del numero di milionari. Gli Stati Uniti hanno guadagnato 736mila nuovi milionari in un anno. A trainare questa corsa sono soprattutto i mercati azionari gonfiati dall’intelligenza artificiale. Ma è la parte alta della piramide a crescere ancora più in fretta. Gli «ultraricchi» – chi gestisce fortune superiori ai 30 milioni di dollari – detengono il 34,8% dell’intera ricchezza dei milionari pur rappresentando appena 230mila persone su 25 milioni.

Il confronto tra i due rapporti fotografa con precisione la traiettoria attuale. Da un lato, la matematica della concentrazione: pochi individui che accumulano frazioni crescenti di una ricchezza globale record, con la tecnologia che amplifica i vantaggi preesistenti. Dall’altro, la matematica della convergenza: un piano che richiederebbe un secolo, istituzioni fiscali globali radicalmente nuove, una trasformazione profonda del modello produttivo e politico. «Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica», conclude il Global Justice Report di Piketty, «ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno». Il mercato, da solo, non ha mai prodotto equità. E i dati del 2025 confermano che non ha intenzione di farlo.

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