Dietro il carovita, petrolio e gas: lo shock del greggio vale un punto d’inflazione

Per Greenpeace l’energia spiega il 97% delle oscillazioni dell’inflazione. Una famiglia tedesca elettrificata avrebbe subito rincari dell’1,5%, non del 2,5%

Prezzi dei carburanti in un distributore tedesco. Greenpeace calcola quanto i combustibili fossili abbiano inciso sull'inflazione nell'eurozona © Timothy Shoot/iStockPhoto

In breve

  • Secondo un rapporto di Greenpeace, senza il rincaro del petrolio l’inflazione nell’eurozona ad agosto 2026 sarebbe stata del 2,2% anziché del 3,2%.
  • Da gennaio 2024 i prezzi dell’energia spiegano il 97% delle oscillazioni dell’inflazione: i rincari di gas e petrolio si scaricano su produzione, trasporti e prezzi finali.
  • Una famiglia tedesca con auto elettrica, pompa di calore e fotovoltaico avrebbe avuto rincari dell’1,5% anziché del 2,5%. Ma le politiche europee per la transizione rallentano.

Dalle piazze del nord Italia ai blocchi stradali degli autotrasportatori al sud, fino ai cortei oceanici nelle grandi città francesi, il carovita alimenta le proteste di questo ottobre e mette sotto pressione i governi. Fra gli oltre 26mila intervistati per l’Eurobarometro della primavera 2026, quasi la metà chiede al Parlamento europeo di occuparsi con urgenza di inflazione, aumento dei prezzi e costo della vita. Per la precisione il 47%, sei punti percentuali in più rispetto all’autunno del 2025.

Nessun altro tema riscuote una preoccupazione così trasversale, nemmeno l’occupazione (35%) o la difesa (34%). Ma c’è un aspetto che rischia di passare sotto traccia: è la dipendenza dai combustibili fossili a esporre le economie alle fiammate dell’inflazione. È la tesi di un rapporto pubblicato dall’organizzazione ambientalista Greenpeace.

Combustibili fossili e inflazione, la simulazione di Greenpeace

La storia recente ha dimostrato in modo eloquente quanto petrolio e gas siano vulnerabili a guerre e ricatti geopolitici, dall’invasione russa dell’Ucraina al blocco dello stretto di Hormuz. E ha dimostrato anche quanto i rincari dell’energia abbiano conseguenze a cascata, aumentando i costi di produzione e trasporto e arrivando fino ai prezzi finali di beni e servizi. Pur avendo il mandato di tutelare la stabilità dei prezzi, anche le banche centrali hanno armi spuntate contro l’inflazione. Perché possono intervenire sui tassi di interesse, non certo sui prezzi dei combustibili fossili.

Greenpeace ha proprio cercato di ricostruire quanto i combustibili fossili incidano sull’inflazione nell’eurozona. Prima della pandemia, le variazioni dei prezzi dell’energia spiegavano il 71% delle oscillazioni del tasso d’inflazione. Da gennaio 2024 ad agosto 2026 questa quota è salita al 97%: quasi la totalità. E dietro la componente energetica pesa soprattutto il petrolio. Il prezzo medio del Brent (il greggio usato come riferimento per il mercato europeo) è passato da 58,7 euro al barile a gennaio 2026 a 94,3 euro ad aprile. Nei primi otto mesi dell’anno, l’inflazione nell’eurozona è salita dall’1,7% al 3,2%. Secondo Greenpeace, se il petrolio fosse rimasto al prezzo di gennaio, ad agosto l’inflazione sarebbe stata del 2,2%: un punto percentuale in meno.

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La transizione energetica tutela il potere d’acquisto delle famiglie, ma l’Europa esita

Per una famiglia, ogni frazione di punto d’inflazione in più può significare fare più fatica ad arrivare a fine mese. La transizione ecologica, riducendo l’esposizione ai rincari di gas e petrolio, contribuisce quindi a proteggere il potere d’acquisto. Per capire quanto, Greenpeace ha simulato il caso di una famiglia tedesca che dal 2020 si sposta a bordo di un’auto elettrica e riscalda la propria casa con una pompa di calore elettrica. L’edificio dispone di pannelli fotovoltaici sul tetto e batterie di accumulo, che permettono di soddisfare il 70% del fabbisogno elettrico attraverso l’autoconsumo. Per una famiglia con queste caratteristiche, da gennaio ad agosto 2026 i prezzi del paniere di consumi sarebbero aumentati dell’1,5%, contro il 2,5% del paniere ufficiale tedesco.

La simulazione risulta comunque parziale perché considera soltanto la spesa corrente e lascia fuori gli investimenti iniziali per dotarsi di pannelli fotovoltaici, batterie e auto elettrica. Spese rilevanti, che necessitano di aiuti pubblici e indirizzi chiari. Le politiche che dovrebbero accompagnare questo cambiamento, però, procedono tra ritardi e ripensamenti. A luglio la Commissione europea ha mandato lettere di messa in mora a tutti gli Stati membri per il mancato recepimento della direttiva Case green. Dopodiché, a ottobre, ha inviato un parere motivato all’Italia e ad altri otto Stati che non avevano presentato la bozza del piano nazionale di ristrutturazione degli edifici, sempre prevista dalla direttiva. Intanto, sembra sempre più traballante l’obiettivo di azzerare le emissioni di CO2 delle auto nuove a partire dal 2035.

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