Il conto della crisi climatica per le imprese, anche in Italia
Polizze catastrofali ora obbligatorie, cantieri fermi per il caldo, infrastrutture danneggiate. E solo il 14% delle microimprese è assicurato
Questo articolo fa parte del dossier Quanto ci costa la crisi climatica?
L’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale. E ha reso evidente che la crisi climatica non è un costo rimandato al futuro: la paghiamo già, in bolletta, al supermercato, nei premi assicurativi, nelle risorse pubbliche per ricostruire dopo alluvioni e frane. Quantificarla non è semplice, e le stime divergono.
Con il dossier Quanto ci costa la crisi climatica? proviamo comunque a fare i conti, guardando a chi paga: le famiglie, le imprese, lo Stato e chi ci legge.
Gli articoli del dossier
- Il conto della crisi climatica per le famiglie italiane
Bollette, assicurazioni, salute e quell’inflazione alimentare che gli economisti chiamano climateflation. - Il conto della crisi climatica per lo Stato: costa più della transizione
Pil, debito pubblico e spread climatico: fare la transizione costa meno di non farla - Il conto della crisi climatica per le imprese, anche in Italia
Dalle polizze catastrofali obbligatorie al caldo che ferma i cantieri. - Il conto della crisi climatica raccontato da chi legge Valori
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Fabio Ognibeni è un artigiano del Nord-Est. La sua piccola azienda si occupa di un prodotto molto specifico: gli strumenti musicali. Il legno delle tavole armoniche per pianoforti e violini viene dalla Val di Fiemme, in Trentino. Da quella stessa valle viene il legno dei celebri violini di Stradivari.
La storia di Fabio Ognibeni l’ha raccolta lo scrittore Roberto Mezzalama nel libro Il clima che cambia l’Italia (Einaudi, 2021). Mezzalama ha intervistato Ognibeni poco dopo la tempesta Vaia, una tempesta di vento eccezionale che nel 2018 abbatté nel solo Nord Italia circa 14 milioni di alberi. Alcuni di quegli alberi erano abeti rossi con «legno da risonanza». Cioè, fusti con le precise (e rare) caratteristiche che li rendono adatti all’uso per strumenti musicali di alta qualità.
«Queste condizioni di crescita si realizzano solo in luoghi a quote alte (1400-1800 m) nei quali la velocità di crescita è lenta, tipicamente perché la permanenza al suolo della neve riduce la lunghezza della stagione vegetativa», spiega Mezzalama. Queste condizioni, però, potrebbero sparire. La crisi climatica, infatti, mette potenzialmente a rischio anche questo genere di attività. Rendendo più frequenti tempeste come Vaia o, appunto, facendo sparire le condizioni ambientali che fanno crescere quel legno così speciale.
Si tratta solo di uno dei molti modi in cui il riscaldamento globale diventa un costo per le imprese. Anche in Italia.
Crisi climatica e imprese, un costo difficile da misurare
La crisi climatica è il progressivo deterioramento delle condizioni climatiche del Pianeta. Dipende dalle attività umane, in particolare dalla combustione di combustibili fossili come petrolio, gas e carbone. Nel 2015 con l’Accordo di Parigi i governi di tutto il mondo si erano impegnati a mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, cercando di limitarlo a +1,5 gradi centigradi. Oggi la comunità scientifica dà per scontato che la supereremo entro pochi anni.
La crisi climatica viene chiamata anche riscaldamento globale perché consiste, appunto, in una media della temperatura mano a mano più alta. Ma gli effetti vanno oltre il caldo eccezionale (che pure esiste, come ha dimostrato l’estate appena conclusa). L’atmosfera è infatti un sistema complesso, e il termometro che sale può portare anche a tempeste e periodi di freddo improvviso. Per questo, calcolarne il costo economico per le imprese è così complesso. Non solo attribuire un determinato fenomeno meteorologico alla crisi climatica è difficile. La tentacolarità del problema rende difficilissimo valutare ogni impatto.
Costi della crisi climatica per le imprese: i numeri in Italia
Nonostante le difficoltà, un buon punto di partenza per il nostro Paese è il rapporto sui rischi da catastrofi naturali e di sostenibilità dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass), pubblicato nel 2026. Come riassume Wwf Italia nel suo commento al rapporto, nel 2024 la raccolta premi per le coperture dei rischi climatici ha raggiunto 2,7 miliardi di euro. Sono 347 milioni in più rispetto al 2023, pari al 5,8% dei premi danni lordi complessivi. Le coperture riguardano soprattutto grandine (67,8%), tempeste (19,6%) e inondazioni (11%). Guardare alle assicurazioni è un modo efficace per capire quanto il settore privato sia colpito. Più i danni per le imprese aumentano, più la finanza reagisce aumentando i premi.
Henri de Castries, ex amministratore delegato della compagnia Axa, spiegò il concetto in un incontro pubblico del 2015, a margine della Cop21 che portò all’Accordo di Parigi: «Un aumento della temperatura media globale di 2 gradi potrebbe essere ancora assicurabile, ma un mondo più caldo di 4 gradi sicuramente non lo sarà». Le attuali proiezioni stimano una temperatura a fine secolo attorno ai +3 gradi centigradi. Gli scenari usati dal Cmcc vanno da +2,7 a +3,6 gradi centigradi.
A livello globale, poi, non diminuire le emissioni indirette delle aziende lungo tutta la catena del valore, dai fornitori all’uso dei prodotti venduti (le cosiddette scope 3) avrebbe effetti pesantissimi sull’economia. Secondo il Carbon Action Report 2025 di EcoVadis e Boston Consulting Group, pubblicato nel 2025, si rischiano passività annuali pari a 500 miliardi di dollari. I modi in cui la crisi climatica può impattare sul lavoro delle aziende, in ogni caso, sono molti. Le alluvioni provocano danni che lo Stato riesce a coprire solo in parte, come abbiamo spiegato in un altro articolo di questo stesso dossier. La desertificazione dei terreni è un grande problema per l’agricoltura. In Italia circa un quinto del territorio è a rischio, con un picco del 70% in Sicilia. Lo stesso caldo, infine, influisce sulla produttività. Secondo un report di Allianz, cala del 3% per ogni grado sopra i 30 gradi centigradi.
Per l’Italia, il rapporto del Cmcc stima anche i danni alle infrastrutture, che pesano su logistica e catene di fornitura. I soli danni diretti potrebbero passare dai circa 0,4 miliardi di euro l’anno del periodo 1981-2000 a 5 miliardi nel 2050. Considerando anche le interruzioni dei servizi e gli effetti a cascata, il costo totale salirebbe a 11,5-18 miliardi l’anno.
Le ondate di caldo riducono occupazione e sicurezza sul lavoro
Possiamo misurare anche l’effetto del caldo sul lavoro nel nostro Paese. Secondo uno studio di Valerio Intraligi e Marco Biagetti pubblicato nel 2026, dopo il terzo giorno consecutivo di ondata di caldo ogni giornata in più con temperature pari o superiori a 30 gradi centigradi si associa a un calo di 0,56 punti percentuali dei tassi di occupazione. A ritirarsi dal lavoro sono soprattutto le persone impiegate in edilizia, agricoltura, ospitalità e servizi pubblici, settori in cui sono diffusi i contratti flessibili. Nei giorni di caldo estremo, inoltre, il rischio di infortunio nei cantieri cresce di oltre il 20%.
Quando il caldo rende il lavoro pericoloso, le imprese possono sospendere l’attività e chiedere la cassa integrazione ordinaria: l’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps) la riconosce quando le temperature, anche solo percepite, superano i 35 gradi centigradi. Per l’estate 2026 il governo ha approvato un decreto che, tra il 1° luglio e il 31 dicembre, esclude queste settimane dal limite massimo di 52 settimane di cassa integrazione nel biennio.
La polizza catastrofale obbligatoria copre poco le microimprese
Finora il conto delle catastrofi lo ha pagato in larga parte lo Stato. Secondo il Cmcc, storicamente il 95% delle perdite da disastri naturali in Italia non era assicurato, con un costo pubblico stimato in circa 4 miliardi di euro l’anno. Per questo la legge di Bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo, per tutte le imprese, di assicurarsi contro alluvioni, frane e terremoti. L’obbligo è entrato in vigore a scaglioni: dal 1° aprile 2025 per le grandi imprese, dal 1° gennaio 2026 per micro e piccole imprese, dal 31 marzo 2026 per le attività turistico-ricettive e della ristorazione. Pesca e acquacoltura hanno tempo fino al 31 dicembre 2026, mentre le imprese agricole restano escluse.
La copertura, però, è ancora molto diseguale. Secondo le stime dell’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici (Ania), riportate nella guida pubblicata con Confindustria a fine settembre, è assicurato il 97% delle grandi imprese ma solo il 14% delle microimprese. Chi non si adegua non riceve sanzioni dirette, ma rischia di perdere l’accesso a contributi e agevolazioni pubbliche.
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