La guerra di Trump indebolisce l’economia e aiuta i grandi fondi
La guerra scatenata da Trump in Medi Oriente fa molto male all'economia degli Stati Uniti e molto bene ai grandi fondi finanziari
Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari. I titoli decennali del debito Usa pagano ormai quasi il 4,5%; se tale rendimento si consolidasse, il conto degli interessi annuo salirebbe alla cifra mostruosa di 1700 miliardi, rappresentando la voce più alta del bilancio federale. Quasi due volte quella militare. E ben più consistente di quelle per l’istruzione, la sanità e l’assistenza. E a tutto questo la guerra non fa bene.
Perché la guerra degli Stati Uniti indebolisce il dollaro
Bisogna ricordare, infatti, che circa il 30% del debito statunitense scade entro 12-24 mesi. Ciò significa che quando il Tesoro degli Stati Uniti deve emettere nuovi titoli per ripagare quelli vecchi che scadono, emessi anni fa con tassi vicini allo 0% o all’1%, deve farlo ai tassi attuali. Ovvero del 4,5%. A marzo sono previste otto aste di titoli, per un valore di ognuna compreso fra i 44 e i 70 miliardi di dollari. In quest’ottica, si profila l’ipotesi molto concreta di interessi sul debito pari al 10% del Pil. Una percentuale che definisce la sostanziale insostenibilità dei conti del più grande Paese capitalista al mondo.
Questo primo dato serve a capire perché per Trump la guerra non è un’opzione. Anche perché in simili condizioni gli Stati Uniti non possono monetizzare il debito in dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno quindi la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare pressioni in tal senso. Nel 2025, i Paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito americano. Lo hanno fatto comprando oro, che per la prima volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default.
E perché la guerra gonfia i portafogli dei grandi fondi finanziari
In tale ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva. Le Borse, comprese quelle Usa, stanno registrando forti perdite, l’inflazione sembra destinata a crescere anche negli Stati Uniti. E i rendimenti dei titoli di Stato americani continuano a gonfiarsi.
Ma ci sono anche sei o sette titoli, a cominciare da Nvidia, Microsoft e Amazon, che continuano a salire, indifferenti. Anzi, molto spinti dalle operazioni belliche. Ciò accade perché tali titoli, per effetto dell’enorme liquidità dei loro azionisti – BlackRock, Vanguard e State Street – sono diventati beni rifugio. Affiancandosi all’oro e sostituendo i titoli di Stato americani. Peraltro con rendimenti così alti questi titoli, e la miriade di prodotti finanziari ad essi legati, stanno spazzando via ogni concorrenza.
Anche la tenuta del dollaro è riconducibile, in larga misura, al volume di acquisti e alla capitalizzazione di simili società. Dunque, la guerra di Trump non giova all’enorme debito degli Stati Uniti, almeno per ora. Non sembra convincere le petromonarchie, dissestate dall’inaspettata replica iraniana, a tornare a dar vita ai petrodollari. Ma sta rendendo ancora più decisive le Big Three, in grado di condizionare profondamente l’amministrazione americana. La guerra serve al capitalismo finanziario e non agli Stati Uniti. Ormai svuotati sia dal personalismo trumpiano sia dalla sottomissione istituzionale all’élite finanziaria.
Ma anche i grandi fondi, che operano con i risparmi europei, ora rischiano
Se il dollaro tiene, dipende dal fatto che alcuni titoli finanziari, a cominciare da Nvidia e dagli altri delle big tech, stanno diventando un paradossale bene rifugio. Perché BlackRock, Vanguard e State Street vi iniettano così tanta liquidità da tenerli forzatamente in alto. Il paradosso deriva dal fatto che le Big Three operano con i risparmi degli europei sia per comprare il debito sia per tenere in alto i titoli rifugio. Europei che saranno i più colpiti dagli effetti della guerra, con una nuova ondata di inflazione importata attraverso l’energia. E con enormi difficoltà a realizzare le loro produzioni, per l’impennata dei costi, e le loro esportazioni, per il caos della logistica.
Nell’azione di Trump compare dunque un grande pericolo: la tenuta del debito e degli Stati Uniti non dipende dalla pressione sulle petromonarchie che, messe in crisi dalla inaspettata replica iraniana, fanno fatica a continuare a trasferire dollari nel debito federale. Ma dalla forza dei grandi fondi. Le cui risorse – i risparmi europei e statunitensi – sono però messe a rischio proprio dalla guerra, aprendo la strada all’esplosione della bolla. Peraltro, stanno profilandosi scenari nuovi.
E all’orizzonte si profilano nuovi scenari cinesi
Ci sono due società i cui titoli hanno registrato in questi giorni un’impennata straordinaria. Si tratta di Cnooc (China national offshore oil corporation) e PetroChina. Due società petrolifere cinesi che sulla Borsa di Hong Kong, dove sono quotate, hanno registrato una crescita del 22% e del 15%. La proprietà di tali società è statale: all’85% nel caso di Cnooc e al 65% in Petrochina. E’ interessante capire perché tali società, che hanno grandi capitalizzazioni, quasi 500 miliardi di dollari in due, stanno correndo.
In primo luogo i loro valori crescono quando cresce il prezzo del petrolio, ma soprattutto crescono perché stanno diventando un bene rifugio. Nel loro azionariato, oltre allo Stato cinese, sono entrati BlackRock, Vanguard e State Street. E stanno comprando i loro titoli anche i fondi sovrani arabi e molti fondi del Sudest asiatico. In particolare, stanno avendo un gran successo gli strumenti finanziari derivati che hanno come sottostante i due titoli cinesi. Le Borse degli Stati Uniti potrebbero conoscere una nuova concorrenza, generata, ancora una volta, dalla guerra.




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