Energia

Il falso amico del clima: la grande truffa del gas fossile

Due studi accusano il G20: gli investimenti nel gas fossile vanificano gli sforzi di contrasto al cambiamento climatico. Nel mirino anche i sussidi astronomici

Di Matteo Cavallito
Foto: pxhere CC0 Public Domain Free for personal and commercial use No attribution required

Il crescente utilizzo di gas fossile rischia di compromettere in larga misura gli sforzi di contrasto al cambiamento climatico. Lo sostiene un rapporto della Ong Oil Change International, presentato a San Carlos de Bariloche, in Argentina, nella Giornata del gas che precede due appuntamenti del G20: l’incontro del gruppo di lavoro sulle transizioni energetiche e il meeting dei ministri dell’energia.

L’analisi contesta in particolar modo la tesi del “gas come combustibile per la transizione”. Tale ipotesi ritiene che il gas fossile possa rappresentare l’elemento chiave nel percorso verso un sistema energetico a basso impatto. Una leggenda, più che un’ipotesi, secondo l’indagine. Se tutte le miniere di carbone venissero chiuse improvvisamente infatti il gas e il petrolio estratti dai giacimenti in uso genererebbero in ogni caso un ammontare eccessivo di CO2. La probabilità di raggiungere gli obiettivi di Parigi, spiegano i ricercatori, scenderebbe a quota 50%.

Gas in ascesa

Lo studio, sostenuto da una ventina di organizzazioni tra cui Legambiente, Re:Common e 350.org, da qui al 2030, prevede che i Paesi del G20 investiranno nel comparto una cifra superiore ai 1.600 miliardi di dollari. Cinque nazioni in particolare – Stati Uniti, Russia, Australia, Cina e Canada – saranno responsabili nei prossimi dodici anni di ben 3/4 degli investimenti nella produzione di gas nell’area G20. 

Il cattivo esempio dell’Argentina

Tra i Paesi del gruppo non fa eccezione l’Argentina che da qualche tempo punta forte sul controverso shale gas, la risorsa fossile estratta dai giacimenti non convenzionali. Nella provincia di Neuquén, situata nell’area centro-occidentale del Paese, si trova il giacimento di Vaca Muerta, la seconda più grande riserva di shale gas al mondo (la quarta del Pianeta per il comparto shale oil).

Il giacimento di shale gas di Vaca Muerta in Argentina

A favorire lo sviluppo del fossile sono anche, se non soprattutto, le scelte dei governi. Un altro studio, presentato in questi giorni dalla Fundación Ambiente y Recursos Naturales (FARN), punta il dito contro i sussidi concessi al settore.

Da Buenos Aires l’1,74% del Pil in aiuti allo shale gas

Nel 2017, rivela l’indagine, il governo argentino ha erogato in tal senso circa 9,5 miliardi di dollari, una cifra equivalente all’1,74% del Pil e al 5,6% della spesa pubblica nazionale. Tre quarti delle risorse sono finite nelle casse delle aziende private. Quest’anno, secondo i programmi contenuti nel documento di bilancio nazionale, il Ministero dell’Energia di Buenos Aires destinerà ai sussidi l’80% della sua spesa: 5 punti percentuali in più rispetto al 2017.

Foto di gruppo a Vaca Muerta. Si riconoscono Kevin Maneffa, General Manager delle operazioni Chevron-YPF; Paula Gant, Deputy Assistant Secretary per il fossile del, Department of Energy USA; Daniel Poneman, Deputy Secretary, del Department of Energy USA; Miguel Galuccio, Presidente dell’impresa petrolifera argentina YPF; Kevin Sullivan, incaricato d’affari dell’Ambasciata USA in Argentina. Foto: Embajada de EEUU en la Argentina Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0),

Sussidi allo shale più alti della spesa sanitaria mondiale

Quello del sostegno al fossile è un problema di vecchia data. Nel settembre del 2009, in occasione del vertice di Pittsburgh, i Paesi del G20 si sono impegnati a eliminare gradualmente i sussidi ma il peso “reale” di questi ultimi è rimasto consistente.

Nel 2016, evidenziano gli ultimi dati disponibili, i sussidi al fossile su scala globale ammontavano a 260 miliardi di dollari, il dato più basso dall’inizio delle rilevazioni (2007) da parte della International Energy Agency (IEA). Ma il problema, notano da tempo i critici, è che il computo IEA si limita ai sussidi “nominali” escludendo i costi ambientali nel loro insieme.

Tre anni fa, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha introdotto una definizione allargata di sussidio, prendendo in considerazione “la differenza tra ciò che i consumatori pagano per l’energia e i costi reali (tasse incluse) di quest’ultima, come i costi di fornitura e i danni inflitti alle persone e all’ambiente”.

Morale: secondo questi criteri, il costo reale dei sussidi erogati al fossile nel 2015 avrebbe raggiunto i 5,3 trilioni di dollari, equivalenti al 6,5% del Pil mondiale, contro il 5,8% registrato nel 2011. La cifra, ricordava il FMI, era addirittura superiore al dato della spesa sanitaria rilevata nel Pianeta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

A pesare è soprattutto il contributo della Cina (quasi 2,3 trilioni nel 2015), seguita dagli Stati Uniti (700 miliardi). I Paesi del Golfo Persico dominano la classifica dei sussidi pro capite (il peso scaricato idealmente sulle spalle di ogni cittadino); le nazioni dell’Europa orientale, infine, svettano nella graduatoria del rapporto sussidi/Pil.

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