L’esercito delle imprese sociali: 22mila realtà e 650mila lavoratori

La resilienza non basta, ci vuole una riforma completa per il Terzo Settore. La fotografia nel IV Rapporto sulle imprese sociali

Gruppo di volontari che lavorano in un banco alimentare e solidarietà per il coronavirus © Halfpoint/iStock

Le oltre 22mila imprese sociali italiane hanno resistito alla pandemia e hanno anche prodotto nuovi posti di lavoro. Che, già ora, superano le 650mila unità. Ora attendono che attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il governo destini attenzione e risorse al Terzo settore. Ambito che si è rivelato nevralgico nel sostegno alle comunità e al welfare, in questo anno di profonda crisi sociale e sanitaria. È questa l’estrema sintesi del IV Rapporto sull’impresa sociale, elaborato dagli Istituti di Ricerca sull’Impresa Sociale (Iris Network), a cura di Carlo Bonzaga e Marco Musella. Rapporto che già nel titolo, «L’impresa sociale in Italia. Identità, ruoli e resilienza» , racchiude la complessità e le sfide affrontate in questi mesi. E che ha visto la partecipazione, alla sua presentazione, del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando.

I fondi europei andranno spesi “presto e bene”, anche nella coesione sociale

La bozza Draghi del recovery plan italiano, che il 30 aprile dovrà essere inviata a Bruxelles, riserva un capitolo importante alla coesione sociale e all’inclusione. Capitolo indicato tra le cinque priorità dalla Commissione europea, e che vedrà investimenti per 11 miliardi di euro. L’esecutivo di Mario Draghi sembra così esaudire le richieste raccolte nel rapporto di Iris Network, che fornisce una fotografia più che mai attuale sulle condizioni in cui versano le imprese sociali e le loro richieste alle istituzioni. 

Come sottolineano i curatori del rapporto, i fondi del Next Generation EU andranno destinati non a spesa corrente ma a investimenti. E dovranno essere spesi in tempi molto brevi. Diventa, quindi, fondamentale un’organizzazione dei servizi di welfare adeguati ai bisogni della collettività, che passa anche dal compimento della tanto agognata riforma del Terzo Settore. Riforma che non è ancora completa e su cui mancano ancora diversi decreti attuativi. Ma in gioco sono anche i rapporti tra imprese sociali e Pubblica amministrazione

Le linee guida di co-progettazione tra Pubblica amministrazione e Terzo Settore ci sono già 

Secondo gli autori, proprio la crisi provocata dal Covid-19 ha fatto comprendere la necessità di andare verso una co-progettazione e co-programmazione dei servizi tradizionali, tra cui anche gli indispensabili servizi socio-sanitari, che devono essere ripensati e velocemente creati. Anche in questo caso, l’esecutivo Draghi ha recuperato il tempo perduto. Il ministro del lavoro Andrea Orlando, infatti, ha firmato lo scorso 31 marzo il decreto di adozione delle «Linee guida sul rapporto tra pubbliche amministrazioni ed enti del Terzo settore». 

Si auspica, quindi, di andare verso l’applicazione generalizzata dell’articolo 55 del Codice del Terzo settore. Norma che sancisce il coinvolgimento attivo degli enti sociali da parte della pubblica amministrazione italiana. «Un articolo che, dopo essere stato contestato dai sostenitori del principio di concorrenza senza se e senza ma, è stato, proprio nell’anno della pandemia, dichiarato dalla Corte costituzionale pienamente coerente sia con la Carta che con il diritto comunitario»,  ribadiscono gli autori del rapporto. 

Bisogna portare a compimento la riforma del Terzo Settore

Un riconoscimento, quello dell’impresa sociale “di fatto”, arrivato sia dalle Nazioni Unite nel 2018, che dalla Commissione Europea nel 2020. Riconoscimento che, quindi, secondo i curatori dell’analisi, deve essere esteso a tutte le istituzioni non profit che abbiano almeno un dipendente, un rapporto tra fatturato e i costi per beni, servizi e personale, superiore al 50%. Secondo questi criteri, tra gli enti non profit, rientrano quelle che, secondo la normativa ancora vigente, non sono necessariamente qualificate come imprese sociali.

Come le associazioni, le scuole paritarie o le istituzioni non profit che operano nell’ambito della sanità, le fondazioni. Il disegno di legge che avrebbe dovuto approvare questa unificazione è rimasto nei cassetti ministeriali dal 2017. E finora nessuno dei tre esecutivi che si è succeduto ha pensato di approvarlo, denunciano. Ma applicando questi criteri, secondo l’analisi di Iris Network, il totale delle imprese sociali sale così da 16.557 a 22.516. Passando complessivamente da 458.222 lavoratori a oltre 649mila dipendenti impiegati in ambito non profit.  

Bambini e anziani: durante la pandemia la loro cura è stata anche sostenuta dal mondo non profit
Bambini e anziani: durante la pandemia la loro cura è stata anche sostenuta dal mondo non profit  © vlada_maestro/iStock

La fotografia delle imprese sociali “di fatto”

In quali ambiti operano le imprese sociali italiane? Secondo il rapporto, che ha elaborato i dati provenienti dal Censimento permanente degli istituti non profit di Istat, il 31% delle imprese sociali opera nei servizi sociali, il 19% nell’inserimento lavorativo, il 18,3% nel settore istruzione e ricerca (18,3%), cultura e sport (18,2%) e sanità (8%).

Il 57,5% delle imprese sociali ha la forma giuridica di cooperativa sociale, il 15,4% è rappresentato da associazioni non profit. Nel conteggio del rapporto i curatori inseriscono anche le fondazioni, il 6,3% del totale. La distribuzione dei lavoratori dipendenti è ancora più concentrata. Ben il 69,6% dei lavoratori del terzo settore è impiegato nelle cooperative sociali e l’11,1% nelle fondazioni. 

Delle oltre 22mila imprese sociali “di fatto”, più del 40% occupa più di 10 addetti. Se il 46,3% ha un fatturato inferiore ai 200 mila euro, il 10,8% supera i 2 milioni di euro. Al nord opera quasi la metà delle imprese, ben il 47,6%. Su queste il 37,2% ha un fatturato superiore ai 500mila euro. Al sud invece il 55,2% delle imprese ha un fatturato che non supera i 200mila euro. 

Imprese sociali e non profit: un fenomeno europeo e globale che guarda al futuro 

Dal precedente rapporto Iris Network stilato nel 2014 sono emerse diverse novità. Intanto lo status di “impresa sociale” è ormai europeo e internazionale. La Commissione di Bruxelles aveva già approvato nel 2011 la Social Business Initiative, una sorta di “tassonomia” per il terzo settore. In dieci anni, seppur con percorsi e modelli diversi il Terzo settore si è diffuso nei 28 Paesi dell’Unione europea. Ad oggi sono più di 420mila le organizzazioni europee che rispondono alla definizione di “impresa sociale”. Solo nel Regno Unito le Community Interest Company hanno raggiunto, in meno di quindici anni, le 18mila unità. 

Altra consapevolezza che emerge, anche sulla base delle oltre 50 interviste a responsabili di enti non profit locali e nazionali incluse nel rapporto Iris Network, è la ferma necessità di individuare nuovi canali di finanziamento. Bisogno comune a imprese sociali, associazioni e fondazioni. Oltre le quote versate dai soci, le riserve e il credito bancario occorrono nuove risorse per potenziare offerte e individuare i nuovi bisogni di welfare emersi con la pandemia. Anche per questo toccherà, sempre al governo Draghi, porre rimedio al “pasticciaccio brutto di Via XX Settembre“: nell’ultima legge di bilancio sono state infatti escluse le imprese sociali e Terzo settore dall’accesso ai crediti coperti da garanzia statale al 100%, previsti per tutte le altre imprese.