Perché l’estrazione mineraria dai fondali marini è troppo rischiosa anche per gli investitori
Il Wwf mette in guardia il settore della finanza dall’estrazione mineraria dai fondali marini. Alcuni investitori hanno già preso posizione
In breve
- Il Wwf mette in guardia gli investitori: l’estrazione mineraria dai fondali marini resta un business troppo incerto per generare rendimenti credibili, a prescindere dai rischi ambientali.
- Le aziende del settore non hanno ancora ricavi e puntano su ipotesi di mercato instabili: sono già falliti la canadese Nautilus Minerals (2019) e la norvegese Loke Marine Minerals (2025).
- 82 società finanziarie, per 24mila miliardi di euro di asset gestiti, hanno preso posizione sul tema: 39 escludono il finanziamento, ed Etica Sgr lo fa già dal 2023.
Durante l’ultima sessione che si è tenuta dal 13 al 24 luglio 2026, l’Autorità internazionale dei fondali marini (Isa) ancora una volta non è riuscita a finalizzare il codice minerario, con le regole per le estrazioni dai fondali profondi. Nel frattempo, ha prolungato di cinque anni il contratto di esplorazione di una sussidiaria di The Metals Company. Lo stesso gruppo canadese che, nel frattempo, aveva aggirato la sua autorità rivolgendosi – sempre per le acque internazionali – direttamente all’amministrazione di Donald Trump.
Lo scontro, insomma, è acceso. Tant’è che rischia di far passare in secondo piano un tema fondamentale: dell’estrazione mineraria nei fondali marini non si sa quasi nulla. Trattandosi di ambienti in larga parte inesplorati, la stessa fattibilità delle operazioni è un punto di domanda. Lo sono ancor più le conseguenze sugli ecosistemi. Il Wwf, attraverso una guida pubblicata mentre erano in corso i lavori dell’Isa, mette in guardia anche gli investitori. Anche mettendo da parte gli impatti ambientali, sottolinea, il deep seabed mining resta un business troppo incerto. E, quindi, troppo rischioso.
Perché l’estrazione mineraria dai fondali marini è un business troppo rischioso
Chi investe in un’impresa lo fa perché si aspetta prospettive credibili di redditività. Nel caso dell’estrazione mineraria dai fondali marini, queste prospettive non esistono. Le poche aziende specializzate stanno ancora raccogliendo finanziamenti, ma non esercitano attività commerciali e non generano ricavi. I loro business plan si basano su ipotesi, ancora aleatorie, sulla domanda e sui prezzi delle materie prime critiche. Si registrano già i primi fallimenti, come la canadese Nautilus Minerals nel 2019 e la norvegese Loke Marine Minerals nel 2025.
La maggior parte delle esplorazioni oggi riguarda i noduli polimetallici ricchi di nichel, rame, manganese e cobalto. Ma, avverte il Wwf, nichel e cobalto attualmente soffrono di un eccesso di offerta che ha reso i prezzi molto volatili, a tal punto che Indonesia e Repubblica Democratica del Congo hanno limitato, rispettivamente, la produzione del primo e le esportazioni del secondo. Rame e manganese sono abbondanti anche nei giacimenti terrestri, dove l’estrazione è molto meno costosa. Le terre rare sono presenti nei fondali in quantità limitate e la loro separazione è particolarmente complessa.
Tutto questo sempre supponendo che prima o poi arrivi una regolamentazione ad hoc. Risultato tutt’altro che scontato, viste le enormi difficoltà che sta incontrando dall’Autorità internazionale dei fondali marini. Senza contare che le future regole dovranno comunque confrontarsi con altri strumenti del diritto internazionale dedicati alla tutela della biodiversità marina.
La transizione energetica non è una giustificazione per il deep seabed mining
I sostenitori dell’estrazione mineraria dai fondali marini la descrivono come una strada irrinunciabile per reperire le materie prime critiche indispensabili per la transizione ecologica. E, quindi, per raggiungere gli obiettivi climatici. Una narrazione che l’European Academies Science Advisory Council (Easac) descrive come «fuorviante», perché uno sviluppo sostenibile dovrebbe puntare a ridurre la domanda complessiva di risorse naturali, con un approccio di economia circolare. Attraverso il riciclo, l’Europa potrebbe coprire metà del suo attuale fabbisogno.
Tanto più perché, nel frattempo, le tecnologie si evolvono. Le batterie al litio-ferro-fosfato (Lfp), per cui non servono i principali minerali da estrarre dai fondali, sono passate da una quota di mercato del 17% nel 2021 fino a sfiorare il 50% nel 2025. E all’orizzonte ci sono le batterie agli ioni di sodio, basate su uno degli elementi più abbondanti che abbiamo a disposizione in natura.
E non è nemmeno del tutto vero – continua il Wwf – che estrarre le materie prime critiche dai fondali significhi svincolarsi dalla dipendenza dalla Cina, che da decenni domina la filiera. Perché il gigante asiatico continua comunque a controllare la raffinazione di 19 su 20 minerali considerati critici, con una quota di mercato vicina al 70%. Per le terre rare usate nei magneti permanenti, la percentuale sale al 91%.
Dalle policy specifiche all’engagement, cosa chiede il Wwf alle società finanziarie
L’invito del Wwf agli investitori, dunque, è chiaro: tenersi alla larga dal business dell’estrazione mineraria dai fondali marini. Significa, innanzitutto, impegnarsi pubblicamente a non sostenere né le pure-play companies, cioè le aziende interamente dedicate a questa attività, né quelle che ne ricavano una quota rilevante dei propri introiti. La definizione di sostegno finanziario è piuttosto vasta e include prestiti, investimenti azionari, obbligazioni e assicurazioni.
Altrettanto importante, secondo l’organizzazione ambientalista, è l’engagement. Gli investitori dovrebbero dialogare sia con le società minerarie, sia con i potenziali clienti di queste materie prime (come i marchi dell’elettronica di consumo e delle tecnologie energetiche), sia con gli altri istituti finanziari. Così facendo, anche la finanza può aiutare ad allargare la Business Coalition for a Pause on Deep Seabed Mining, una coalizione di imprese che si impegnano a non utilizzare minerali provenienti dai fondali marini e chiedono una moratoria sul settore. Ne fanno già parte una settantina di aziende, tra cui Google, Philips, Samsung, Volvo e BMW.
Gli investitori che prendono posizione contro l’estrazione mineraria dai fondali marini
Secondo il Wwf, sono 82 le società finanziarie – per un totale di circa 24mila miliardi di euro di asset gestiti – che hanno adottato policy o espresso preoccupazioni sul settore. 39 ne escludono il finanziamento. È un dibattito che sta prendendo slancio: quasi la metà delle policy è stata adottata nel 2025. Ma alcuni investitori avevano preso posizione sull’estrazione mineraria dai fondali marini già negli anni precedenti. È il caso di Etica Sgr, la società di gestione del risparmio del gruppo Banca Etica, che aveva sottoscritto un investor statement già nel 2023.
«I portafogli di Etica Sgr presentano un’esposizione sostanzialmente nulla ai rischi legati al deep seabed mining e alle società individuate dal Wwf come attive nel settore», chiarisce Aldo Bonati, Stewardship and Esg Networks Manager di Etica Sgr. «Pur trattandosi oggi di un tema meno concreto rispetto ad altri rischi di biodiversità, la Sgr sostiene un approccio prudenziale e favorevole a una moratoria. In quest’ottica, promuove attività di advocacy e sensibilizzazione verso istituzioni e regolatori. Etica Sgr ritiene inoltre importante valutare i rischi non solo delle società minerarie, ma anche dei potenziali utilizzatori dei minerali estratti dai fondali. Continueremo quindi a supportare iniziative collaborative e opportunità di engagement sul tema proposte dai network con cui collaboriamo».




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