Tra export militare e petrolio, i legami strettissimi tra Italia e Kazakistan
L'export militare italiano verso il Kazakistan chiude un occhio sulle violazioni dei diritti umani. Sullo sfondo, il petrolio di Astana
Nel 2025, l’export militare italiano si è diretto principalmente verso i Paesi dell’Africa del nord e dell’Asia occidentale, ma a spiccare per l’improvviso incremento del valore delle autorizzazioni è il Kazakistan.
Il Paese centroasiatico è da tempo un importatore di materiale militare italiano. Ma, per la prima volta negli ultimi dieci anni, il valore delle autorizzazioni rilasciate nel 2025 ha raggiunto i 4 milioni di euro. Una cifra nettamente superiore rispetto al passato.
I numeri dell’export militare italiano verso il Kazakistan
Nel 2024 l’export militare verso il Kazakistan valeva solo 219mila euro, 527mila nel 2023 e solo 79mila nel 2022. Andando a ritroso negli anni, il valore è sempre rimasto sotto il mezzo milione di euro. A beneficiare dell’interesse kazako verso l’industria delle armi italiane sono principalmente Fiocchi, Beretta e Benelli, tutte aziende che producono armi leggere e relative munizioni.
Tra Italia e Kazakistan, inoltre, è in vigore dal 2015 un accordo di cooperazione militare volto a favorire l’export di materiale destinato principalmente ad Aeronautica e Marina. La compravendita di armi da fuoco e relative munizioni resta comunque al centro dell’interscambio tra Roma e Astana.
Per legge, l’Italia non potrebbe vendere armi a Paesi che violano i diritti umani
Il Kazakistan però ha dei problemi con il rispetto dei diritti umani e la democrazia. Secondo la Ong Freedom House, in Kazakistan le elezioni parlamentari e presidenziali non sono né libere né eque. Inoltre, i principali organi di informazione sono controllati dallo Stato o di proprietà di imprenditori vicini al governo, la libertà di parola e di riunione rimane limitata e punita, la corruzione è endemica. A ciò si aggiunge la repressione delle manifestazioni anti-governative, sedate con l’uso della violenza e delle armi.
Una delle più violente è stata a gennaio 2022, quando la popolazione ha manifestato contro l’aumento dei prezzi di gas, alimentari e benzina. La protesta si è trasformata presto in un movimento contro il governo, guidato già al tempo da Qasym-Jomart Toqaev, succeduto nel 2019 a Nursultan Nazarbaev che era stato presidente dal 1991. Per tutta risposta, il presidente Toqaev ha ordinato alla polizia e alle forze speciali di reprimere le proteste, conclusesi con più di duecento vittime.
Tutto ciò conta nel momento in cui si parla di export di armamenti. La legge 185/90 stabilisce infatti che non si possano autorizzare vendite di armi e materiali militari verso Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Le armi vendute dall’Italia potrebbero essere state usate proprio per reprimere il dissenso interno.
Ma c’è anche un altro problema. Secondo un’inchiesta di IrpiMedia, Investigace e The Insider, il Kazakistan è coinvolto nelle cosiddette triangolazioni di materiale militare verso la Russia. Ciò vuol dire che ci sono aziende kazake che importano armi e munizioni dall’Europa per poi rivenderle a Mosca, aggirando così l’embargo imposto in risposta all’invasione dell’Ucraina del 2022.
L’Italia vuole tenersi stretto il petrolio del Kazakistan
Ma l’Italia non ha interesse a mettere in discussione i rapporti commerciali con il Kazakistan. Negli ultimi anni, Roma ha importato petrolio del Paese centroasiatico, per un controvalore di quasi 4,5 miliardi di dollari nel 2023, 5,2 miliardi nel 2024 e 3,15 nel 2025.
Inoltre, Eni è attiva nel Paese già dal 1992. I dati del 2025 confermano che il Kazakistan rappresenta una delle voci più importanti nella sua produzione annuale di idrocarburi. La compagnia italiana è anche parte del consorzio per lo sfruttamento di Kashagan Fields, uno dei più grandi giacimenti di petrolio offshore scoperti negli ultimi decenni.
Fermare l’export militare sulla base della legge 185/90, dunque, comporterebbe un rischio in termini energetici che l’Italia non è pronta a correre. A maggior ragione in un momento storico in cui l’approvvigionamento è ancora più complesso a causa della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.




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