Come JPMorgan ha protetto Jeffrey Epstein: l’inchiesta del New York Times
Un'inchiesta del New York Times ricostruisce il rapporto, durato più di un decennio, tra JPMorgan Chase e Jeffrey Epstein
Cosa succede quando uno degli istituti finanziari più potenti del Pianeta decide di ignorare sistematicamente i segnali d’allarme su uno dei criminali sessuali più famosi della storia recente? La risposta emerge da una monumentale inchiesta del New York Times che ricostruisce il rapporto tra JPMorgan Chase e Jeffrey Epstein.
Non si è trattato di un semplice errore di valutazione, ma di una complicità durata oltre un decennio. Una sequenza di scelte, omissioni e coperture interne che hanno permesso a Epstein di conservare liquidità, accesso ai circuiti internazionali e soprattutto una forma di legittimazione sociale indispensabile per continuare a esercitare potere. Un caso che solleva interrogativi inquietanti sulla reale efficacia dei protocolli antiriciclaggio e sulla distanza tra i proclami etici delle grandi banche e la concreta gerarchia degli incentivi che ne orienta le decisioni.
Per JPMorgan, Jeffrey Epstein era un cliente troppo prezioso per essere scaricato
Come ricostruito dai giornalisti del giornale statunitense, Epstein entrò stabilmente nell’orbita di JPMorgan alla fine degli anni Novanta e divenne rapidamente uno dei clienti più importanti della divisione di private banking. Un documento interno del 2003 stimava il suo patrimonio netto in circa 300 milioni di dollari. In quello stesso anno, Epstein fruttò oltre 8 milioni di dollari in commissioni, risultando il cliente più redditizio del suo segmento.
Ma il suo valore non si misurava solo nei saldi dei conti. Epstein fungeva da intermediario informale tra la banca e una rete di individui ultra-ricchi e potenti. È grazie a lui, secondo le testimonianze interne, che JPMorgan ottenne come cliente Sergey Brin, co-fondatore di Google, che finirà per depositare oltre 4 miliardi di dollari presso l’istituto. È sempre stato Epstein a facilitare una delle operazioni più strategiche della storia recente della banca: l’acquisizione di una quota di controllo dell’hedge fund Highbridge Capital Management, un affare da 1,3 miliardi di dollari che ha segnato un punto di svolta nell’espansione di JPMorgan nell’asset management. Insomma, Epstein per JPMorgan non è mai stato un cliente qualunque.
Ignorati sistematicamente i segnali d’allarme sulle transazioni sospette di Epstein
Parallelamente, all’interno della banca si accumulavano preoccupazioni sempre più esplicite. Già nei primi anni Duemila, Epstein effettuava prelievi in contanti per centinaia di migliaia di dollari l’anno. Nel 2003 superò i 175mila dollari; tra il 2004 e il 2005 arrivò a oltre 1,7 milioni. Operazioni di questo tipo, per entità e frequenza, rappresentano un classico indicatore di attività illecite e avrebbero dovuto attivare meccanismi di controllo rafforzato.
Gli specialisti antiriciclaggio di JPMorgan riconosceranno in seguito che quei flussi avrebbero dovuto essere trattati come segnali di rischio elevato. La banca, tuttavia, si limitò a processare le operazioni, arrivando nel complesso a gestire oltre un miliardo di dollari in transazioni sospette riconducibili a Epstein.
Non solo. Su richiesta del cliente, JPMorgan aprì conti a nome di giovani donne senza incontrarle né verificarne adeguatamente l’identità. Una pratica che gli esperti di contrasto al traffico di esseri umani indicano come tipica delle reti di sfruttamento. Altre volte la banca trasferì fondi all’estero, anche verso Paesi dell’Europa orientale e la Russia, mentre Epstein era già sotto indagine e poi detenuto.
La protezione dall’alto e il ruolo di Jes Staley
Il punto centrale che emerge dall’inchiesta è che le resistenze interne non conducevano mai a decisioni definitive. Ogni tentativo di interrompere il rapporto veniva bloccato ai livelli più alti. La figura chiave è Jes Staley, allora capo del private banking e poi uno dei principali candidati alla successione dell’amministratore delegato Jamie Dimon.
Staley non era solo il referente di Epstein all’interno della banca, ma un amico personale. I due si sono scambiati oltre 1.200 email, si sono incontrati nelle proprietà private di Epstein e hanno mantenuto un rapporto ben oltre quello professionale. Staley difendeva Epstein in ogni sede, minimizzava le accuse, chiedeva ai colleghi di “ascoltarlo”. Fu lui a convincere i vertici a non interrompere la relazione, anche dopo la condanna del 2008 per induzione alla prostituzione di una persona minorenne.
Quando i responsabili della conformità e dell’antiriciclaggio avvertivano che mantenere Epstein come cliente espone JPMorgan a rischi legali gravi, la risposta era sempre la stessa: rimandare o annacquare la decisione. Nemmeno l’esistenza di una task force interna contro il traffico di esseri umani bastò a superare il peso politico e commerciale di Epstein.
Secondo il New York Times, JPMorgan ha scelto di non sapere
Jamie Dimon ha dichiarato sotto giuramento di non ricordare di essere stato informato della relazione con Epstein fino al 2019. Ma email, memo e testimonianze citate dal New York Times raccontano una realtà diversa: la questione sarebbe stata discussa rapidamente ai vertici, anche in relazione diretta con Dimon.
In più occasioni, i dirigenti parlarono apertamente del “rischio tossico” rappresentato da Epstein. Eppure, la decisione finale fu sempre quella di non cambiare approccio. Persino durante il periodo di detenzione, JPMorgan continuava a trasferire fondi per conto del cliente e ad accordargli linee di credito. Alla fine del 2010, la banca approvò ulteriori 50 milioni di dollari di credito, quando Epstein aveva già oltre 200 milioni depositati.
La rottura tardiva e il passaggio a Deutsche Bank
Solo nel 2013 JPMorgan decise di chiudere i conti di Epstein. Non per una svolta etica interna, ma in un contesto profondamente mutato sul piano regolatorio. Dopo l’esplosione dello scandalo Madoff – il più grande schema Ponzi della storia, che aveva rivelato falle sistemiche nei controlli delle banche sui propri clienti – le autorità statunitensi avevano rafforzato in modo significativo gli obblighi di due diligence, monitoraggio continuo e segnalazione delle operazioni sospette. In quel nuovo quadro mantenere un cliente come Epstein, già condannato per reati sessuali e con flussi finanziari compatibili con attività di traffico di esseri umani, era diventato un rischio legale difficilmente difendibile anche per una banca delle dimensioni di JPMorgan.
La liquidazione richiese mesi e, nel frattempo, Epstein spostò parte delle sue attività verso Deutsche Bank. Portando con sé la credibilità accumulata grazie al lungo rapporto con la più potente banca americana. Dopo la chiusura dei conti nel 2013, per quasi un decennio JPMorgan rimase formalmente ai margini delle vicende giudiziarie legate a Epstein. Nessuna indagine diretta, nessuna assunzione di responsabilità pubblica. Solo nel 2022 la banca venne trascinata nel caso, quando il governo delle Isole Vergini Americane – dove Epstein aveva basato una parte centrale delle sue attività sull’isola privata di Little Saint James – presentò una causa civile accusandola di aver facilitato consapevolmente il traffico sessuale del finanziere. Nel 2023 la banca accettò di pagare 290 milioni di dollari per chiudere una class action intentata dalle vittime e altri 75 milioni per patteggiare con le autorità delle isole.
Cosa ci insegna l’inchiesta del New York Times sul caso Epstein-JPMorgan
L’inchiesta del New York Times sul caso Epstein-JPMorgan non dimostra l’esistenza di una cospirazione globale, ma qualcosa di più semplice e più inquietante: un sistema finanziario che, quando incontra un cliente abbastanza ricco, connesso e utile, è disposto a sospendere il proprio senso di responsabilità.
Leggendo la ricostruzione, viene difficile affermare che JPMorgan sia stata ingannata. Piuttosto, la banca ha scelto di non vedere e, così facendo, ha contribuito in modo decisivo a mantenere il potere, la rispettabilità e la capacità operativa di un predatore seriale.
La protezione che ha permesso a Epstein di operare per decenni non è stata segreta né sofisticata. È passata attraverso conti correnti, prestiti, trasferimenti e referenze concessi da uno dei soggetti più potenti del capitalismo contemporaneo.




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