Speculazione

Ken Loach: «Sull’inferno della Gig economy, serve esame di coscienza dei consumatori»

Il regista inglese racconta il suo nuovo film: i nuovi operai vengono sfruttati oltre l'inimmaginabile. Intanto il proprietario di Amazon è l'uomo più ricco del mondo

Di Emanuele Isonio
PHOTO: Lucky Red

«Mi auguro di essere riuscito a far capire allo spettatore quanto la realtà dei lavoratori della Gig economy sia intollerabile e non più sopportabile. Le grandi imprese vogliono che le cose vadano così: i lavori vengono assegnati a chi è più veloce, più economico, più affidabile. Il costo lo paga una classe di nuovi operai sfruttati oltre ogni limite mentre il capo di Amazon è l’uomo più ricco del mondo. Queste iniquità così profonde non possono più essere sopportate». Il Ken Loach che incontra la stampa a Roma, dopo la presentazione in anteprima del suo nuovo film “Sorry, we missed you” (nelle sale italiane dal 2 gennaio), è un fiume in piena. Non perde mai il suo aplomb britannico. Ma le sue parole sono taglienti.

Ce l’ha con Bezos, con Boris Johnson, con i media omologanti, le liberalizzazioni spinte che hanno portato a questo. Ma non risparmia critiche anche ai consumatori. «Uno sforzo lo devono fare anche loro. Smettere i passi di meri soggetti che consumano per tornare opinione pubblica che decide di organizzarsi ed esigere condizioni migliori per i lavoratori. Altrimenti si è complici».

Il trailer in italiano di Sorry, we missed you di Ken LoachSignor Loach, i suoi film sono da sempre uno spaccato sulle vite delle classi sociali più disagiate e una denuncia delle disuguaglianze. Perché ha deciso di girare Sorry We Missed You?

Quando eravamo andati ai banchi alimentari per svolgere le ricerche per il precedente film (Io, Daniel Blake, ndr), ci eravamo resi conto che molte delle persone che frequentavano quei banchi avevano un impiego, part time o con contratti a zero ore. È un nuovo tipo di sfruttamento. La cosiddetta gig economy (il modello economico basato sul lavoro accessorio), i lavoratori autonomi o a chiamata dalle agenzie, la precarietà dell’impiego, sono temi che hanno continuato a caratterizzare le ininterrotte conversazioni quotidiane tra Paul (Laverty, lo sceneggiatore ndr) e me. Pian piano è emersa l’idea che forse valeva la pena di fare un altro film, non esattamente complementare a Io, Daniel Blake, ma comunque legato ad esso.

È vero che è servita una sorta di “gola profonda” per documentarvi per il film?

Paul ha svolto la maggior parte delle ricerche e in seguito abbiamo incontrato insieme alcune persone. Spesso gli autisti erano reticenti a parlare, non volendo correre il rischio di perdere il lavoro. È stato estremamente difficile entrare nei magazzini. Un uomo molto disponibile, responsabile di un deposito non lontano dal luogo dove abbiamo girato, ci ha dato indicazioni molto precise su come allestire il nostro magazzino. Gli autisti del film sono quasi tutti autisti o ex autisti nella vita. Quando abbiamo girato quelle scene, sapevano come fare. Conoscevano il processo, il suo funzionamento e le pressioni esercitate per eseguirlo in tempi rapidi.

Uno dei “cattivi” del film è un apparecchio che diventa ossessionante nella vita del protagonista: il tablet che pianifica le consegne. La “pistola” che “decide chi vive e chi muore” viene definita a un certo punto…

Nel veicolo dell’autista, la tecnologia più sofisticata viene usata per dettare i percorsi, consentire al cliente di sapere esattamente dove si trova la spedizione che ha ordinato e il suo presunto orario di consegna. Se ha pagato un extra per l’orario della consegna, la merce deve arrivargli entro quell’ora. Il consumatore se ne sta seduto a casa a seguire il veicolo in tutto il quartiere. È un dispositivo straordinariamente sofisticato con segnali che rimbalzano da un satellite chissà dove. Il risultato è che una persona si ammazza all’interno di un furgone, andando da un punto all’altro, di strada in strada, correndo per soddisfare le esigenze imposte da questi strumenti. La tecnologia è nuova, ma lo sfruttamento è vecchio come il mondo.

Cosa vi ha colpito di più durante le ricerche?

L’aspetto più sorprendente è il numero di ore che le persone devono lavorare per guadagnarsi decentemente da vivere e anche la precarietà del loro lavoro. Lavorano in proprio e, in teoria, sono affari loro, ma se qualcosa gira storto tutti i rischi ricadono su di loro. Ed è molto facile che ci sia un problema con il furgone e se non si presentano per svolgere il servizio subiscono sanzioni equivalenti a quelle di Daniel Blake. A quel punto possono perdere parecchi soldi molto rapidamente.

Ricky è il protagonista maschile del film: ex operaio edile che, a causa del crollo delle banche, ha perso il lavoro ed è stato gettato nel precariato. Ma anche il lavoro di sua moglie Abby offre un altro spaccato della Gig economy.

Abby è un assistente sociale. Anche lei può stare in giro per le visite anche dodici ore, ma viene pagata solo sei o sette ore al minimo della paga.

Chi è il suo datore di lavoro? Da dove viene la pressione a cui è sottoposta?

Il suo datore di lavoro è un’agenzia. Il lavoro degli assistenti domiciliari viene appaltato dai comuni ad agenzie esterne o a case di cura private che ottengono i contratti perché praticano prezzi bassi. Le autorità chiudono un occhio sul fatto che le tariffe scontate si basano sullo sfruttamento delle persone che svolgono il lavoro. È molto più difficile per le persone che lavorano a servizio di una struttura sanitaria privata organizzarsi in un sindacato rispetto a quelle che lavorano per gli enti sanitari pubblici e hanno un contratto regolare.

Secondo lei quali sono i quesiti che solleva il film?

Questo sistema è sostenibile? È sostenibile fare acquisti grazie a un uomo in un furgone che si ammazza lavorando 14 ore al giorno? In fin dei conti, è davvero un sistema migliore rispetto a recarci in un negozio e parlare con il gestore? Vogliamo davvero un mondo in cui le persone lavorano sotto una simile pressione, con ripercussioni devastanti sulle loro amicizie e sulle loro famiglie e un restringimento delle loro vite?

Ma la colpa è dell’economia di mercato o è la nostra, che la assecondiamo?

Qui non si tratta del fallimento dell’economia di mercato, al contrario è la logica evoluzione del mercato, conseguenza della concorrenza selvaggia a ridurre i costi e massimizzare i profitti. Il mercato non si interessa della nostra qualità di vita, è preoccupato solo di
fare soldi e le due cose non sono compatibili. I lavoratori sulla soglia della povertà, come Ricky, Abby e la loro famiglia, pagano il prezzo.
Ma alla fine tutto questo non conta a meno che il pubblico non creda alle persone che vede sullo schermo, non le abbia a cuore, non sorrida con loro, non condivida i loro problemi. Sono le loro esperienze vissute, riconosciute come autentiche, che dovrebbero toccarci.

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