Parte 4

Cattivi/1. Droni, cloud, sprechi, velocità: il mondo secondo Amazon

158 pacchi consegnati ogni secondo. Mille miliardi di dollari di capitalizzazione. 650mila dipendenti. Amazon è diventata onnipresente ma il suo modello presenta scandali e lati oscuri

Di Andrea Barolini
Il colosso Amazon è stato al centro di una lunga inchiesta francese, che ha svelato alcuni lato oscuri del modello di business dell'azienda americana © Public domain via Wikimedia Commons

È comodo, è veloce, è pratico. E spesso consente di risparmiare. Amazon è entrato nelle vite di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, imponendosi come un colosso globale. Venticinque anni dopo la sua creazione, quello che era nato come un libraio online oggi vende (quasi) qualsiasi tipo di prodotto. La capitalizzazione in Borsa ha superato i mille miliardi di dollari. E il numero di impiegati nel mondo è di oltre 650mila.

Il mondo secondo Amazon

Seattle, la città americana rivoluzionata da Amazon

In termini di quote di mercato, poi, il gruppo controlla il 50% dell’e-commerce dii Stati Uniti, Germania e Regno Unito. Le sue divisioni inviano 158 pacchi al secondo. E il suo fondatore, il 55enne l’americano Jeff Bezos, è ormai l’uomo più ricco del mondo. Il suo patrimonio è stato stimato nello scorso mese di luglio a 156 miliardi di dollari.

Una successo smisurato. Ma il modello di business di Amazon nasconde  non pochi lati oscuri. Un libro pubblicato in Francia dal giornalista di Capital Benoît Berthelot – intitolato “Le monde selon Amazon” (Il mondo secondo Amazon, edizioni Le Cherche Midi) – ha riassunto tre anni di inchieste sul colosso di Seattle. Il primo impatto è proprio quello sulla città americana. Che a causa dell’impressionante crescita dell’azienda ha cambiato fisionomia. Ormai Amazon occupa il 20% del centro e i prezzi degli affitti hanno subito un’impennata. In una metropoli in cui il 30% dei senzatetto ha un lavoro. Gli Stati Uniti: in tutto e per tutto.

I mega-investimenti, il sito segreto, gli iPad che piovono dal cielo

Uno dei passaggi più interessanti del libro racconta il tentativo di alcuni politici locali di imporre ad Amazon il pagamento di una tassa per favorire l’accesso ad un alloggio. Progetto fallito. Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, in India, «i piccoli commercianti faticano a resistere all’appetito senza limiti di Jeff Bezos. Allettato da una crescita smisurata nel Paese asiatico, il manager investe milioni di dollari in perdita. Pur di sbranare la concorrenza locale ed imporsi come leader del mercato».

Il sito del giornale Capital ha pubblicato alcuni estratti dell’inchiesta (dalla quale è stato tratto anche un documentario). Vi si racconta di un laboratorio costruito nei pressi di Cambridge, nel Regno Unito, dove Amazon testa l’uso di droni per le consegne: la nuova rivoluzione robotica. Che potrebbe teoricamente limitare enormemente l’uso di risorse umane. «Il luogo esatto – indica il libro – è segreto. È un campo affittato ad un contadino. Ma è reperibile tramite Google Earth perché vi sono state installate numerose zone d’atterraggio».

Un agricoltore del luogo ha raccontato: «Mi hanno pagato mille sterline e fatto firmare un documento con il quale li autorizzo a recuperare i droni sui miei terreni, in caso di incidente. Ad altre persone sono stati fatti arrivare regali dal cielo: degli iPad, delle bottiglie di champagne».

Lo scandalo della merce invenduta nei depositi di Amazon

Generosità? Forse. O forse i prodotti fanno parte dell’invenduto che viene (incredibilmente) buttato ogni giorno nella spazzatura negli hangar di Amazon. «Ogni giorno un’enorme container di metallo arancione viene riempito completamente – racconta ancora Berthelot – nel deposito di Sevrey, nei pressi di Chalon-sur-Saône. «Buttiamo di tutto: giocattoli, aspirapolveri, asciugacapelli. Cartoni interi di scarpe e vestiti firmati. Modelli di collezioni passate che non si vendono più», confessa un’impiegata citata nel libro.

Nel giugno del 2018, un’inchiesta della rivista tedesca WirtschaftsWoche e dell’emittente ZDF avevano rivelato le «enormi quantità» di prodotti distrutti da Amazon. In gran parte nuovi. «A Sevrey, da due anni i delegati sindacali della CGT chiedono di accedere alle cifre di tale spreco, che indigna numerosi dipendenti».

Il motivo? «Molti commercianti indipendenti scelgono di stoccare i loro beni direttamente nei depositi di Amazon. Ciò ad un prezzo compreso tra 15 e 36 euro al mese per metro cubo. Ma il costo sale a 500 euro dopo sei mesi, e a mille dopo un anno.

Così, i venditori possono chiedere la restituzione della merce. A 25 centesimi per un oggetto standard». Che probabilmente non venderanno neppure loro. E dunque meglio inviare tutto alla discarica: «A 10 centesimi a pezzo». Amazon ha fatto sapere ad agosto di voler porre fine all’immenso spreco, con un programma apposito.

Il call center a basso costo in India e il business del cloud

E in caso di problemi nelle vendite, chi gestisce resi, rimborsi, contatti con i clienti? «Un tempo c’era un call center basato a L’Aia». Preistoria. «Oggi tutto è gestito in India, dove, secondo Berthelot esistono «edifici mai mostrati ai media» nei quali «lavorano persone che conoscono le lingue straniere e si occupano del customer service. I dipendenti indiani costano poco (250 euro al mese) e assicurano il back-office di Amazon attraverso una filiale chiamata Retail Business Services.

Ma il business di Bezos non si ferma alle consegne di beni. Amazon Web Service (AWS) è ormai il leader incontrastato della tecnologia di stoccaggio di dati “cloud”.  «AWS – riferisce Berthelot  – controlla il 35% del mercato. Ovvero la stessa quota dei quattro principali concorrenti messi assieme: Microsoft, Google, IBM e la cinese Alibaba. Nel 2018, la divisione ha fatturato 25,5 miliardi di dollari. In crescita del 47% rispetto all’anno precedente».

E anche i concorrenti sono costretti a contribuire. Netflix, competitor diretto del servizio di streaming Amazon Prime Video, è costretta ad utilizzare il cloud di Jeff Bezos. Perché i suoi milioni di utenti non possono rischiare di vedere interrotta la connessione durante la visione di un film. Perfino Google e Apple fanno ricorso ai servizi di AWS. E Amazon prosegue nella via del gigantismo.

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